Se produrre armi diventa un business "sostenibile"
Guglielmo Gallone - Città del Vaticano
Una quota sempre maggiore dei fondi di investimento che si presentano come «sostenibili» viene oggi destinata ad aziende del settore della difesa e della produzione di armi. Questo è possibile perché i criteri ESG – cioè i parametri di valutazione che misurano la sostenibilità e l'impatto extra-finanziario di un'azienda, analizzandone performance ambientali, sociali e di gestione – non valutano il tipo di prodotto realizzato, bensì il modo in cui l’azienda è gestita.
Il caso europeo
In questo modo, anche un produttore di armamenti può ottenere un buon punteggio ESG se riduce le proprie emissioni, rispetta le norme sul lavoro e sulla sicurezza dei dipendenti e adotta regole di trasparenza nei propri organi di governo. Questo fenomeno riguarda le industrie belliche di diversi mercati finanziari, dagli Stati Uniti al Regno Unito passando per l’Asia, ma riguarda soprattutto l’Unione europea. Qui l’industria bellica non è semplicemente tollerata per scelta dei mercati, bensì viene ricondotta dentro un quadro pubblico di finanza sostenibile definito per legge, attraverso categorie ufficiali e un linguaggio normativo che la rende compatibile con la sostenibilità. L’Unione europea ha costruito una normativa specifica – il regolamento sulla finanza sostenibile (SFDR) –, ha creato categorie ufficiali di fondi («articolo 8» e «articolo 9»), le ha legate esplicitamente al linguaggio della sostenibilità e, da questo elenco, ha deciso di non escludere il settore della difesa. Unica eccezione: chi produce armi vietate dal diritto internazionale – mine antipersona, munizioni a grappolo, armi chimiche e biologiche. Tutte le armi convenzionali restano però ammissibili e, proprio in virtù di questa classificazione, miliardi di euro di capitali privati vengono oggi incanalati verso l’industria bellica.
I dati e le inchieste
I dati dei principali provider di rating e analisi ESG lo dimostrano. Secondo Morningstar (Bioy H., «EU ESG Funds’ Exposure to Defense Continues to Increase», 15/08/2025), l’esposizione media ai titoli di difesa nei fondi azionari europei classificati ESG (soprattutto quelli articolo 8 sotto la normativa SFDR, cioè i fondi che dichiarano di promuovere caratteristiche ambientali e/o sociali) è cresciuta dallo 0,6 per cento nel 2022 al 2,5 per cento nel 2025. Significa che una quota sempre più ampia del denaro investito nei fondi che si dichiarano sostenibili viene oggi impiegata in azioni di aziende che producono armi, aerei militari, munizioni o sistemi d’arma. In altre parole: su 100 euro investiti in un fondo ESG, circa 2 euro e mezzo finiscono oggi nell’industria della difesa, contro meno di un euro tre anni fa. Di più, circa il 43 per cento dei fondi azionari ESG europei ha ora un’esposizione ad aziende del settore aerospaziale e della difesa. Non si tratta quindi di poche eccezioni, bensì di una pratica sempre più comune.
Lo stesso emerge dalle analisi di MSCI (Gangadia K., « Rethinking Defense Exposure in Sustainable Funds», 16/6/2025), un altro dei principali provider mondiali di rating ESG: circa il 77 per cento dei fondi classificati come «Article 8» e il 66 per cento di quelli «Article 9» — cioè le categorie ufficialmente considerate sostenibili dalla normativa europea — presenta qualche forma di esposizione al settore della difesa, incluse le armi convenzionali. Questo significa che anche i fondi che dovrebbero promuovere obiettivi ambientali e sociali possono investire, in parte, in imprese che producono armamenti, i quali nel momento in cui vengono impiegati, provocano vittime, distruzione e disastri ambientali.
Una recente inchiesta del portale indipendente «Voxeurop», coordinata con «El Pais», «IrpiMedia» e «Mediapart» (Michalopoulos G., Valentino S., «Come l’Europa ha reso sostenibile l’industria degli armamenti», 17/12/2025), ha analizzato i dati relativi a 118 grandi aziende del settore militare quotate in borsa – le principali per capitalizzazione al mondo – e a 3.037 fondi classificati come «verdi» che tra il 2021 e il 2025 hanno inserito titoli della difesa nei loro portafogli. Cinque anni fa, il valore complessivo di questi investimenti era pari a 14,5 miliardi di euro; nel 2025 ha raggiunto 49,8 miliardi, cioè è più che triplicato in quattro anni. L’aumento più marcato si registra tra il 2024 e il 2025, quando la quota di investimenti quasi raddoppia. Nello stesso periodo, il valore di mercato complessivo delle aziende della difesa analizzate è salito fino a circa 3.000 miliardi di euro, una cifra paragonabile all’intero prodotto interno lordo della Francia. Nel solo 2025, 769 fondi ESG hanno generato circa 7 miliardi di euro di profitti attraverso la compravendita di titoli militari e la distribuzione di dividendi.
Tutto un altro mondo
Arrivati a questo punto, ci si potrebbe domandare se non sia paradossale che fondi di investimento classificati in base alla sostenibilità siano destinati a chi finanzia il mercato meno sostenibile al mondo, cioè quello della guerra. In effetti, inizialmente i fondi ESG escludevano dai loro investimenti le aziende della difesa, così come alcune banche. Ma il mondo, specie dopo l’inizio della guerra d’aggressione contro l’Ucraina, è cambiato e sta cambiando alla velocità della luce. Specie in un’Europa sempre più frammentata e fragile, in cui l’alleato di sempre come gli Stati Uniti sta promuovendo un certo disimpegno militare, il tema della sicurezza è rientrato stabilmente nel dibattito.
Non possiamo però dimenticare quanto ha scritto Papa Leone XIV nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2026: «Si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza». Come pure vale la pena far riecheggiare altre parole del Papa, ossia quelle pronunciate il 26 giugno 2025 nel discorso alla 98ª Assemblea Plenaria della ROACO (Riunione Opere Aiuto Chiese Orientali): «Come si può continuare a tradire i desideri di pace dei popoli con le false propagande del riarmo, nella vana illusione che la supremazia risolva i problemi anziché alimentare odio e vendetta? La gente è sempre meno ignara della quantità di soldi che vanno nelle tasche dei mercanti di morte e con le quali si potrebbero costruire ospedali e scuole; e invece si distruggono quelli già costruiti!». E non tranquillizza certo sapere che gli armamenti con cui si distruggono ospedali e scuole sono stati realizzati in modo “sostenibile”.
C’è, d’altra parte, chi si domanda se in un contesto di minacce tanto concrete quanto ibride, il significato di «difesa» non stia anch’esso progressivamente assumendo un’accezione più ampia. Oggi, accanto alla produzione di armamenti tradizionali, il settore comprende infatti anche ambiti legati alla protezione delle infrastrutture critiche, delle reti di comunicazione, dei sistemi digitali, delle strutture sanitarie, dei circuiti finanziari e delle reti energetiche, cioè di attività sempre più spesso ricondotte alla nozione di sicurezza nazionale. Per molti è dunque lecito pensare che, nel contesto mondiale attuale, investire in sicurezza e in difesa significhi anche investire nella “sostenibilità” di un Paese.
Quali strumenti per la pace
Eppure, stupisce realizzare come accanto ai tanti modi di finanziare i produttori di armi, offrendo per di più loro anche il marchio della “sostenibilità”, non ci si stia sforzando di trovare altrettanti strumenti per costruire la pace. Strumenti che passano anzitutto attraverso la diplomazia, una politica estera comune e uno sforzo sempre maggiore al dialogo e all’ascolto dell’altro, come pure attraverso seri tentativi negoziali e il rispetto del diritto internazionale (invocato per lo più solo quando fa comodo).
C’è un dato di fatto incontrovertibile: il mondo è attraversato oggi dal numero più alto di conflitti armati dalla fine della Seconda guerra mondiale. Secondo il Global Peace Index dell’Institute for Economics & Peace, sono almeno 56 le guerre e i conflitti armati attivi, con effetti devastanti su ambiente, società e istituzioni. Oltre quattro anni di guerra in Ucraina hanno provocato, come evidenziato da un dettagliato rapporto pubblicato lo scorso anno dall’associazione «Initiative on Ghg Accounting of War» (De Klerk L.; Shlapak M.; Zibtsev S.; Myroniuk V.: «Climate Damage Caused by Russia’s War in Ukraine, 24 February 2022 – 23 February 2025», 10/2025), l’emissione di 230 milioni di tonnellate di CO₂, un livello paragonabile alle emissioni annue combinate di Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. A causa della guerra in Sudan si sta verificando la più grande crisi umanitaria al mondo: oltre 30 milioni di persone avranno bisogno di assistenza umanitaria e si contano almeno nove milioni di sfollati interni al Paese. A Gaza la guerra che ha devastato la Striscia e provocato 70.000 morti colpisce anche la «governance» nel suo significato più elementare: la capacità di far funzionare servizi e istituzioni. Le valutazioni della Banca mondiale («New Report Assesses Damages, Losses and Needs in Gaza and the West Bank», 18/02/2025) parlano di danni su larga scala e bisogni di ricostruzione per 53 miliardi di dollari. Se è vero che oggi il settore delle armi non può essere ridotto meramente a carrarmati e munizioni, è altrettanto vero che non si può prescindere dal fatto che ogni tipo di arma e di produzione bellica rappresenta un punto tutt’altro che a favore della sostenibilità.
Come si evita la guerra?
La domanda a questo punto non è più retorica e cerca dunque di trovare un punto d’incontro tra quella che è la realtà geopolitica in costante mutamento e l’aspirazione a un mondo diverso: qual è il modo migliore per evitare la guerra? La deterrenza, quindi gli investimenti in una difesa e in una sicurezza giudicate non solo necessarie ma persino «sostenibili» ai fini pubblici, oppure la diplomazia, quindi tutti quegli sforzi di ascolto e di dialogo che ad oggi purtroppo sembrano sempre più rari nelle cancellerie europee?
Durante la veglia di preghiera dell’11 ottobre 2025 Leone XIV aveva detto: «La pace è disarmata e disarmante. Non è deterrenza, ma fratellanza, non è ultimatum, ma dialogo. Non verrà come frutto di vittorie sul nemico, ma come risultato di semine di giustizia e di coraggioso perdono. Metti via la spada è parola rivolta ai potenti del mondo, a coloro che guidano le sorti dei popoli: abbiate l’audacia del disarmo!».
Perché e come abbiamo raggiunto questa escalation nell’arco di pochi anni? Si può ancora invertire la rotta? E con quali strumenti? Ma, soprattutto, una volta riarmati al massimo delle capacità industriali e strategiche, quale sarà il prossimo passo? Il dialogo funzionerà meglio o, al contrario, tutti si sentiranno invincibili, pronti a combattere? Insomma, si può davvero pensare che essere armati sia una garanzia per la pace? Forse, più che dai manuali di strategia, ancora una volta un aiuto viene dalla letteratura. Ne «Il deserto dei Tartari» Dino Buzzati racconta un esercito che passa la vita ad aspettare un nemico, costruendo la propria identità sulla minaccia e sulla preparazione alla guerra. Quando finalmente il nemico arriva, è ormai troppo tardi per dare un senso a quell’attesa. La Fortezza Bastiani diventa così la metafora di un mondo che si arma per sentirsi sicuro e finisce per vivere solo in funzione della guerra. La domanda che resta è la stessa di oggi: prepararsi al conflitto serve davvero a evitarlo, o lo rende semplicemente più probabile?
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