Dorothy Day, quale che sia il nemico la risposta è la pace
Giulia Galeotti – Città del Vaticano
"Alla radio Elie Wiesel ha parlato dell’Olocausto e del fatto che nessuno avesse protestato. Ma il Catholic Worker e Commonweal protestarono": così scrive Dorothy Day nel suo diario il 31 gennaio 1979, ed effettivamente ogni volta che sente Wiesel affermare che nessuno ha urlato contro la Shoah in atto, Day ricorda invece come la voce del Worker si sia levata, anche se è convinta che non abbiano fatto abbastanza. L’impegno di Dorothy Day contro l’antisemitismo è chiaro e netto da prima della sua conversione al cattolicesimo. Ed è un impegno che crescerà nel movimento e giornale omonimi da lei fondati con Peter Maurin.
Aprire le porte
Nel luglio 1935, ad esempio, il Catholic Worker partecipa alla protesta davanti al consolato tedesco a Battery Park, a New York: nel mirino la politica antisemita di Hitler e l’apertura del primo campo di concentramento, nel 1933, notizia che ricevono da un prete fuggito dalla Germania. Ade Bethune, l’illustratrice del giornale, prepara i cartelli; citando Pio XI, Peter Maurin dice che spiritualmente siamo tutti ebrei. La protesta avviene in occasione dell’arrivo in porto della nave Bremen, mentre un appello sul giornale invita gli Stati Uniti ad aprire le porte a "tutti gli ebrei che desiderano libero accesso all’ospitalità americana".
L’antisemitismo viene denunciato sia nella società - si parla della persecuzione degli ebrei e dei sentimenti antiebraici non solo in Germania ma anche negli Stati Uniti - che nella Chiesa. Dorothy Day esprime più volte il suo sdegno nei confronti di quei sacerdoti, che incontra ovunque nel Paese, antisemiti e simpatizzanti per i fascisti, un antisemitismo che gradualmente cresce, come dimostra ad esempio la rivista Social Justice di padre Charles Coughlin, famoso per essere stato uno dei primi a utilizzare la radio per raggiungere un pubblico di massa, bombardandolo però con le sue idee filofasciste contro capitalismo, comunismo ed ebrei.
Denuncia, azione, negoziato
Denunciare e fare: nella primavera del 1939, insieme ad altri cattolici, Day fonda il Committee of Catholics to Fight Anti-Semitism, guidato dal filosofo Emanuel Chapman, docente della Fordham e convertito dall’ebraismo da Jacques Maritain, con loro George Shuster, Catherine de Hueck, padre H.A. Reinhold e padre LaFarge. Chapmann sarà colui che pagherà maggiormente la partecipazione al comitato: nel 1942 a fine anno accademico viene licenziato. "Le sue attività per gli ebrei in America sono diventate fonte di fastidio e imbarazzo": gli comunica il preside Robert Gannon, dandogli il benservito.
Da subito, insomma, Dorothy Day comprende le dimensioni della persecuzione antiebraica, convinta che solo una pace negoziata potrà salvare le comunità ebraiche d’Europa. Da subito, vede nel nazismo e in Adolf Hitler il male assoluto.
Una coerenza totale
Eppure, quando negli Stati Uniti cresce il fronte degli interventisti al fianco degli alleati, Dorothy Day non ha dubbi.
Mentre Hitler guadagna terreno, cresce - anche tra i cattolici, e anche all’interno dello stesso Catholic Worker - il numero di quanti ritengono ormai giunto il tempo della battaglia. In una nota non datata, scritta forse a fine anni Cinquanta, mentre riflette "sul tragico futuro del pacifismo", Day ricorda che durante la guerra circa l’80 per cento dei giovani del Worker "tradirono", spostandosi su posizioni interventiste, imbracciando le armi. È la posizione maggioritaria: per il suo pacifismo radicale negli anni del Secondo conflitto mondiale il Catholic Worker vedrà un crollo negli abbonamenti e tantissimi lasceranno il movimento. Sono numeri talmente alti che avrebbero destabilizzato chiunque. Ma non lei.
Pacifismo e perseveranza
Dorothy Day non demorde. "Dio dà a ognuno il proprio carattere, e malgrado il mio pacifismo, è nella mia indole perseverare […] usando come armi le opere di misericordia quali mezzi immediati per dimostrare il nostro valore e alleviare le sofferenze".
Nell’assoluta fedeltà al Vangelo, nemmeno tutto il male e l’antisemitismo del nazismo riescono a farle accettare la guerra contro Hitler. È il non uccidere, che vale sempre e comunque; è il discorso della montagna applicato in modo assoluto e radicale, come predicato da Gesù. Sempre e comunque, a prescindere da chi sia il malvagio che ci sta davanti.
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