Guerre e mercati, affari d'oro per la finanza armata
Stefano Leszczynski – Città del Vaticano
Se la ‘minaccia’ della pace tra Russia e Ucraina ha fatto perdere ai i titoli europei del settore della difesa circa il 20% dai massimi di ottobre scorso, la promessa di nuove guerre dopo l’operazione Usa in Venezuela ha fatto schizzare su del 10% i titoli dell’industria delle armi a Wall Street. Un trend positivo che gli analisti finanziari non hanno avuto difficoltà a ricollegare alla promessa del presidente Trump di un aumento della spesa militare fino a 1.500 miliardi di dollari entro il 2027, sforando ampiamenti il tetto approvato dal Congresso di 900 miliardi per il 2026.
Crescono anche i titoli Europei
Per gli investitori dei principali mercati europei il settore militare – anche se meno brillante rispetto a quello d’oltreoceano – rimane promettente per gli anni a venire grazie agli impegni assunti dai governi circa un aumento della spesa militare, favorita anche dal piano di riarmo europeo Readiness 2030 che ammonta a 800 miliardi di euro. Insomma, la riluttanza degli Stati Uniti a continuare a finanziare i paesi della Nato ha fatto sì che negli ultimi quattro anni, la tedesca Rheinmetall abbia guadagnato il 1.724 per cento, Leonardo il 758 per cento, Fincantieri il 387%, Avio il 320%, la francese Thales il 203%, l’inglese BAE System il 204 per cento. Infine, dopo che il target Nato è stato alzato al 5%, da raggiungere entro il 2035, ci sarà una spinta ulteriore anche nei Paesi tradizionalmente più parchi nelle spese militari.
Niente ‘bolle’ finanziarie per le armi
Nonostante la crescita del valore azionario esagerata delle aziende legate al settore degli armamenti sia legata più alla promessa di futuri investimenti da parte degli Stati, che non (ancora) ad un aumento paragonabile della produzione o delle commesse, gli analisti finanziari sono nel complesso convinti che non si tratti di una ‘bolla’ e sono pronti a scommetterci. “Tutte queste imprese – conferma Simone Siliani, direttore di Fondazione Finanza Etica - hanno visto negli ultimi anni crescere a dismisura il proprio valore nelle Borse ben oltre la loro effettiva capitalizzazione oppure della loro capacità produttiva”. Insomma, l’unica giustificazione per questo tipo di andamento dei mercati va ricercata nel persistere delle tensioni geopolitiche.
Risparmiatori spesso inconsapevoli
La promessa di un ulteriore crescita di valore finanziario per il settore degli armamenti è destinata ad alimentare un circolo vizioso e altamente anti-etico. “La maggior parte delle persone normali, sia in Italia che altrove, - sottolinea Simone Siliani - non gradisce che i propri soldi vadano a finanziare le armi, perché hanno chiaro in testa che più armi produci, più è possibile che queste armi vengano usate. E quindi, più facile che alimentino conflitti e guerre”. Tuttavia, nonostante la crescita del numero di banche che investono o forniscono servizi finanziari ad imprese nel settore della difesa e degli armamenti, per i risparmiatori meno consapevoli è sempre più difficile averne la consapevolezza.
Il ‘mimetismo’ dei fondi armati
“Sapere che cosa c'è in un fondo azionario è decisamente complesso e il più delle volte le persone non lo chiedono alla propria banca.” - spiega Siliani – “E poi ci sono tanti modi per “nascondere” imprese degli armamenti in un fondo che magari ha 50, 60, 100 diversi emittenti. Un’impresa che è diventata ancora più ardua per il risparmiatore dopo le modifiche introdotte alle regolamentazioni dell'Unione Europea, per cui è molto più frequente il fatto che dentro i fondi cosiddetti sostenibili (secondo gli articoli 8 e 9 della tassonomia green europea) vi siano imprese del settore degli armamenti”. Anche per colmare questo deficit di conoscenza e trasparenza, Fondazione Finanza Etica redige un rapporto annuale che rappresenta il grado di esposizione dei maggiori gruppi bancari italiani al settore degli armamenti, “ZeroArmi”, che permette ai risparmiatori di informarsi e poi scegliere più consapevolmente.
Per gli Stati la Difesa non è una spesa
La corsa della spesa pubblica nel settore della Difesa certamente risente della generale instabilità geopolitica e della mancanza di sicurezza a livello globale. Del resto anche la Russia e la Cina hanno continuato ad aumentare i propri bilanci della difesa: la prima arrivando a spendere circa il 9% del proprio Pil; la seconda, annunciando un aumento del 7,2 % del proprio bilancio della difesa, che nel 2025 dovrebbe raggiungere i 220 miliardi di euro. Ma non si tratta solo di spesa. “In Europa, come anche in Italia, - nota il direttore della Fondazione Finanza Etica - le maggiori imprese di questo settore, che poi sono quelle quotate in borsa, sono proprietà di Stato. Prendiamo l’italiana Leonardo, ad esempio, lo Stato italiano la possiede per oltre il 30%. Quindi sono tutte fortemente tutelate o addirittura partecipate dagli Stati. Per gli Stati dell’Ue poi c’è un ulteriore vantaggio perché grazie a Rearm Europe agli Stati membri è stato concesso di infrangere il muro del Patto di stabilità, sforando il tetto del 3% del rapporto tra debito e Pil”. Insomma, per i governi di oggi una manna in termini economici, “ma per le giovani o future generazioni - conclude Siliani - un debito che in qualche modo andrà pagato e che condizionerà quindi negli anni '30 e '40 di questo secolo la possibilità di destinare risorse statali alla sanità, alla scuola, al welfare, e così via”.
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