Iran, proseguono le proteste in 17 province
Roberta Barbi – Città del Vaticano
Erano iniziate con i commercianti e i piccoli imprenditori – una delle categorie cruciali per l’economia nazionale iraniana - esasperati dall’aumento dell’inflazione e dalla svalutazione della moneta, poi hanno contagiato gli studenti e altre fasce della popolazione, allargandosi anche geograficamente a 17 province su 31, comprese quelle sud-occidentali a maggioranza curda e quelle più fedeli al governo, come Qom e Mashhad. Sono le proteste del popolo dell'Iran che insistono dalla fine di dicembre e secondo le organizzazioni umanitarie presenti nel Paese hanno causato 35 vittime, compresi alcuni poliziotti che cercavano di sedarle.
Distinguere tra manifestanti pacifici e rivoltosi violenti
Il governo aveva iniziato a reprimere le proteste con la forza, ma da ieri il presidente Massoud Pezeshkian ha ordinato alle forze di sicurezza di distinguere tra coloro che manifestano pacificamente e rivoltosi violenti muniti di armi e dediti all’assalto di caserme e siti militari. A complicare il quadro è la debolezza di Teheran sul piano internazionale: all’inizio delle proteste il presidente Usa, Donald Trump aveva minacciato un proprio intervento in caso di repressioni sanguinose.
Il piano internazionale
Se il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva espresso dall’inizio sostegno ai manifestanti, Mosca, storica alleata di Teheran, tace, dopo aver passato mesi a cercare di mediare tra Israele e la Repubblica islamica della quale, ormai, molti chiedono la fine. Nel corso delle manifestazioni, infatti, è stato evocato sempre più frequentemente il nome di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià in esilio dopo la rivoluzione degli Ayatollah nel 1979, tanto che questi, ieri si è fatto avanti con i media americani, dicendosi pronto a “guidare una transizione verso la democrazia” e auspicando nel Paese “un cambiamento pacifico” attraverso un referendum.
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