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Sierra Leone, dove si lavora per amore dell'ambiente

Un progetto sociale cofinanziato dal programma europeo Energising Development e realizzato dall’agenzia della cooperazione tedesca Giz in coordinamento con l’italiana Fondazione Avsi ha permesso di realizzare stufe da cucina in grado di contrastare l'inquinamento ambientale e preservare la salute di intere famiglie

Vincenzo Giardina - Città del Vaticano

"Bisogna amare il proprio Paese", sorride Doreen. Indossa una tuta blu anche se studia all’università. Poggiate morsa e calandra su un muretto, racconta un po’ di sé: "Frequento l’ultimo anno di Scienze politiche, qui in città; la tesi è sull’impatto dei golpe militari in Africa occidentale, una riflessione sulla lotta alla corruzione, il bisogno di stabilità, i diritti dei cittadini". Temi complessi, senza verità assolute, affrontati senza pregiudizi. Con Doreen, che di cognome fa Sambo, non ne parliamo in un’aula dell’università ma in un’officina meccanica, sul ciglio della strada, accanto a un tavolo con martelli, matrici e piegatrici che servono per curvare pannelli di acciaio. "Amare il proprio Paese", che è la Sierra Leone, si può anche con il lavoro. Doreen mostra pannelli di lamiera, bracieri in ceramica, cassetti per la cenere in metallo: sono i componenti assemblati per realizzare stufe ad alta efficienza, tre al giorno, 20 alla settimana.

Impegno sociale ed etica ambientale

A piegare, saldare e testare in questa e in altre officine, a Bo, la seconda città della Sierra Leone, sono studentesse del collettivo Girls Energy Action Development Initiative. "Le nostre stufe consumano il 60 per cento del carbone in meno rispetto alla cucina a fuoco vivo, con treppiede o altri metodi tradizionali", spiega Doreen. "L’obiettivo è ridurre l’inquinamento e il fumo, che soprattutto durante la stagione delle piogge, quando si sta all’interno di case in lamiera, può essere letale". Il problema non è marginale. Si stima che in Africa ogni anno l’anidride carbonica e i veleni prodotti dalla cucina a fuoco vivo uccidano 600mila persone, in maggioranza donne e bambini. E la Sierra Leone è nella media continentale: nel Paese sono infatti oltre quattro famiglie su cinque a cuocere con combustibili fossili, anzitutto legna e carbone.

Imprenditoria al femminile

Ma queste nuove stufe si vendono? "In media ne diamo via 60 al mese" risponde Doreen. "Costano tra i 200 e i 300 leoni, più delle altre, ma durano a lungo e sono sempre più richieste, soprattutto per il passaparola: puntiamo a una produzione di mille l’anno". Sia il lavoro che le vendite sono aumentati grazie a un supporto internazionale, in particolare a un’iniziativa finanziata dal programma europeo Energising Development (EnDev) e realizzata dall’agenzia della cooperazione tedesca Giz in coordinamento con l’italiana Fondazione Avsi.

La riduzione delle emissioni

Torniamo a Freetown, in riva all’Atlantico. Sulle colline continuano a venir su case con balconi e patii in legno in stile coloniale, mentre gli slum con le baracche di lamiera avanzano su spiagge ciclicamente inondate dall’Atlantico. Una delle priorità individuate dal Comune, anche a seguito di frane che hanno causato centinaia di vittime, è la riforestazione. Ne è nato un progetto che promette di trasformare Freetown, fondata nel 1792 da ex schiavi liberati, in "Treetown", la "città degli alberi". Secondo Gianni Bagaglia, rappresentante di Fondazione Avsi in Sierra Leone, il supporto alla produzione di stufe migliorate è in linea con questa strategia. "L’obiettivo nazionale", sottolinea il cooperante, "è far adottare metodi di cottura puliti a un milione di famiglie entro il 2030".

Progetti di resilienza climatica

Di contrasto alla deforestazione parliamo anche con Stephen Mulbah, di EnDev. "La diffusione delle nuove stufe può contribuire a ridurre la quantità di legno e carbone usati per cucinare", sottolinea. "Nel tempo saranno salvati alberi e si ridurranno i livelli di anidride carbonica, con meno rischi di inondazioni e più resilienza climatica". Secondo Mulbah, c’è anche una dimensione sociale, legata alle pari opportunità: "I tempi di lavorazione in cucina si riducono, liberando tempo per tante donne, mentre la produzione offre posti di lavoro e opportunità di startup".

Opportunità anche per i più fragili

A Kenema, una cittadina a un’ora di automobile da Bo, in una regione di colline e foreste, incontriamo anche Lamin Sesay Kamara. Ha 40 anni e frequenta una scuola professionale dove persone con disabilità apprendono la lavorazione dei metalli. "Sogno", dice, sorridendo sotto gli occhiali protettivi, "di avere un negozio con mia moglie e i miei due figli". Lamin ha perso le gambe a causa di una poliomielite ed è rimasto orfano durante la guerra civile, che in Sierra Leone tra il 1991 e il 2002 ha provocato circa 120mila vittime. È da un paio di anni che frequenta la scuola: qui lavora alle stufe insieme con una cooperativa locale che si chiama Hopanda Market Women Association. Anche lui, non lo dice ma si vede, vuole prendersi cura del suo Paese.

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26 dicembre 2025, 09:09