Auguri, calendari e riti di Capodanno nell’antichità
Maria Milvia Morciano - Città del Vaticano
Nel mondo romano il passaggio da un anno all’altro non coincideva automaticamente con il primo gennaio. Come chiarisce il professor Marc Mayer Olivé, docente emerito all’Università di Barcellona, "il Capodanno dipende dal cambio di calendario introdotto in epoca cesariana". Prima della riforma voluta da Giulio Cesare, il calendario romano era infatti soggetto a continue manipolazioni: il sistema degli anni intercalari, gestito dall’autorità politica, aveva prodotto – osserva lo studioso – "autentiche aberrazioni", non solo sul piano stagionale ma anche su quello istituzionale. Il tempo poteva essere allungato o accorciato secondo convenienza: "Con gli amici l’anno durava un po’ di più, con i nemici decisamente di meno". La riforma giuliana ebbe così il merito di "depoliticizzare il calendario", restituendo all’anno civile coerenza e stabilità.
Giano e il tempo della soglia
Il primo giorno dell’anno si collocava simbolicamente sotto il segno di Giano, la divinità bifronte che incarna la soglia. È, come sintetizza Mayer, "il momento in cui si può guardare indietro e guardare avanti". Un tempo di passaggio, di bilancio e di attesa, che nel mondo romano si esprimeva soprattutto attraverso le parole. Non si trattava di formule ornamentali, ma di atti linguistici dotati di efficacia simbolica.
Ave, vale, salve: augurare il bene
Il lessico del saluto lo dimostra con particolare chiarezza. Ave è la formula più attestata e, come sottolinea Mayer, "non è un semplice saluto, ma un augurio". Il termine rinvia sia al greco chaire sia al verbo latino avere, che in fase arcaica esprimeva un desiderio di benessere. "Dire ave – spiega – significa in fondo dire: stai bene". Il saluto romano per eccellenza è dunque un augurio di salute, un’eredità che attraversa i secoli e giunge fino alla tradizione cristiana dell’Ave Maria.
Alla stessa logica appartiene vale, riservato al momento della separazione e interpretabile come “stai bene, abbi buona salute”. L’accostamento di ave e vale trova un uso significativo anche nell’ambito funerario. Per i Romani era importante che il passante salutasse il defunto, leggendo ad alta voce il nome inciso sull’epigrafe. In una cultura in cui la lettura era sempre vocale, pronunciare quel nome significava riattivarlo nel presente. Come osserva Mayer, "il nome tornava a vivere nel momento in cui veniva pronunciato". Il vale finale suggellava così uno scambio simbolico tra vivi e morti.
Oggi come ieri
Questa struttura augurale attraversa anche la lingua dell’uso quotidiano. Salve, letteralmente “stai bene di salute”, mostra come anche la relazione più elementare fosse costruita come scambio di auspici. La continuità è evidente in espressioni ancora vive, come ad maiora o ad multos annos, che conservano intatta la funzione augurale del latino.
In questo quadro si colloca l’espressione ricordata da Tibullo: Dicamus bona verba, venit Natalis ad aras, "Diciamo parole buone/di buon augurio, il Natale si avvicina agli altari". Come chiarisce Mayer, "ciò che è benaugurante non è solo la festa, ma il fatto stesso di dire buone parole". Il Natalis latino non rimanda al Natale cristiano, ma a una ricorrenza pagana, probabilmente connessa ai Saturnalia, sui quali si innesterà in seguito la tradizione cristiana. Ciò che conta è l’atto linguistico: dire il bene equivale a produrlo.
Pax: l’augurio più alto
Tra gli auguri, quello della pace occupa un posto centrale. La Pax romana è luminosa e benefica: et nomen pacis dulce est, scrive Cicerone che ne sottolinea la dolcezza del nome. Silio Italico la definisce optima rerum, "la cosa più bella di tutte". Non si tratta di un auspicio ingenuo, ma di un principio politico e morale. "La pace – osserva lo studioso – è l’augurio più importante", perché è il risultato della giustizia ed è affidata alla responsabilità del potere. Non a caso, nelle epigrafi imperiali tarde ricorre spesso l’augurio del bonum, legato alla figura dell’imperatore in quanto garante della pace.
Fortuna, felicitas, faustum
Accanto alla pace emerge il tema della fortuna. Le formule augurali più diffuse, come quod bonum felix faustum sit, esprimono l’idea che il bene debba essere insieme felice, fecondo e propizio. In alcune varianti compare esplicitamente la fortuna: "Per i Romani – ricorda il professore – il bene si realizza solo se la fortuna lo consente". Un elemento imprescindibile della mentalità pagana, destinato a convivere a lungo con la riflessione etica e religiosa.
Lucerne benauguranti
Queste espressioni non restano confinate alla sfera rituale o ufficiale, ma compaiono anche su oggetti di uso quotidiano. Le lucerne, osserva Mayer, sono "forse il primo strumento che conosciamo bene per capire come si facevano gli auguri". Su di esse ricorre spesso la formula annum novum faustum felicem, talvolta accompagnata dall’immagine della Fortuna che regge un clipeus, uno scudo. Oggetti comuni, destinati alla circolazione domestica, diventano così veicolo di auspici.
Riti e doni
Quanto ai rituali del Capodanno, la documentazione è frammentaria, ma il legame con i Saturnalia è evidente. Lo scambio dei doni, descritto da Marziale nei libri degli Apophoreta e degli Xenia, restituisce l’immagine di una festa conviviale fatta di piccoli regali, spesso modesti: cibo, oggetti d’uso quotidiano, talvolta semplici generi alimentari. "Si potevano regalare anche due cavoli", ricorda Mayer, oppure, in una versione più colta, "due stili, cioè due penne". Accanto a questi doni elementari compaiono anche i libri, oggetti di grande valore nel mondo antico, riservati a pochi. "Il libro – sottolinea Mayer – non era un dono per tutti", perché richiedeva un capitale culturale e materiale significativo. Anche il termine strena, strenna, ancora oggi in uso, affonda le sue radici nel latino e designa proprio queste piccole offerte, talvolta fatte anche solo di parole.
Buone parole
Ne emerge un’immagine del Capodanno antico lontana da ogni enfasi ideologica: un tempo di soglia legato ai cicli della natura, alla fortuna e alla pace, scandito da gesti semplici e da formule dense di significato. Dire “buone parole” non era un ornamento retorico, ma un atto efficace, capace di costruire legami, amicizia, e di dare forma al tempo che iniziava.
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