America Latina, la Chiesa adotta un documento sull’attività estrattiva
Federico Piana - Città del Vaticano
La sua conversione ai temi dell’ecologia integrale ha una data precisa: il 29 gennaio del 2019. Quando, alle 12:28 in punto, la diga della miniera Córrego do Feijão che si trova a Brumadinho, comune brasiliano nello Stato di Minas Gerais, crolla improvvisamente. Le acque che contengono gli scarti della lavorazione del ferro, come masse enormi di fanghi e rocce finissime, piombano con violenza su venti municipalità della zona uccidendo 272 persone. E contaminando, per centinaia di chilometri, gli ecosistemi bagnati dal Rio Paraopeba, inquinato da quella sostanza putrida che si era riversata quasi totalmente nel fiume.
Conversione profonda
«Prima di allora, già conoscevo l’enciclica Laudato si’ sulla cura della Casa Comune ma è stato dopo questa tragedia che ho cominciato ad occuparmi più profondamente della proposta della Chiesa in merito all’ecologia integrale». Monsignor Vicente De Paula Ferreira, nel 2019, era vescovo ausiliare di Belo Horizonte, arcidiocesi che comprende anche il territorio di Minas Gerais. Subito dopo l’incidente — che forse si sarebbe potuto evitare perché l’indagine della Agência Nacional de Mineração, l’agenzia nazionale per il controllo delle attività minerarie, stabili che, prima del crollo, la proprietà rilevò delle anomalie nella diga mai, però, comunicate alle autorità competenti — il vescovo si è schierato a fianco delle popolazioni locali desiderose di giustizia e verità. «Ho voluto denunciare l’estrattivismo senza legge, senza etica, che rende tutto, anche la natura, commerciabile, fonte di guadagno. Ho iniziato un vero e proprio cambio di prospettiva. E una lotta personale».
Chiesa in prima linea
Ora De Paula Ferreira è vescovo di Livramento de Nossa Senhora, nello Stato di Bahia, e presidente della Commissione episcopale per l’ecologia integrale della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile, e guarda con orgoglio ed un briciolo di speranza al documento intitolato “Dialogo equo ed imparziale per la trasformazione dei conflitti” redatto da sei reti ecclesiali latinoamericane, impegnate nei contesti di estrattivismo: la Commissione brasiliana giustizia e pace, la Rete ecumenica Iglesias y Minería, Pax Christi, la Rete ecclesiale del Gran Chaco e dell'Acquifero Guaraní, operante in Argentina, Bolivia, Paraguay, Uruguay e Brasile, la Rete ecclesiale ecologica mesoamericana attiva dal Messico fino a Panama e la Repam, la Rete ecclesiale pan-amazzonica.
Interessi insaziabili
Nel documento — pubblicato in occasione del Tempo del Creato, evento ecumenico di riflessione e preghiera per la salvaguardia dell’ambiente che si concluderà il prossimo 4 ottobre — De Paula Ferreira, che ricopre anche la carica di vescovo-consulente per la Rete Iglesias y Minería, ritrova tutti i principi cardine che lo hanno spinto ad intraprendere le battaglie in difesa dei territori e delle comunità colpite da soprusi ambientali, amministrativi ed economici. «Stiamo vivendo — si legge nel testo — un momento di estrema gravità per il nostro pianeta e per l’intera comunità della vita. Esiste una convergenza di interessi e di esigenze insaziabili che mirano a preservare e ampliare le attuali strutture di potere economico e finanziario, ad alimentare una crescente domanda di energia e di risorse naturali a qualsiasi costo e a sostenere un potente sistema militare che, spesso, accompagna dinamiche di aggressione, spoliazione e saccheggio».
Dialogare con le vittime
La riflessione delle reti ecclesiali contro l’estrattivismo nasce dall’esperienza dell’accompagnamento di chi rimane intrappolato nelle conseguenze delle attività minerarie che continuano, sostengono, a generare sfollamenti, conflitti, violazioni dei diritti e diverse forme di violenza. «Cerchiamo — si legge ancora nel documento — di dialogare con le vittime, lasciandoci guidare dalla loro stessa esperienza e dall’esempio dei loro processi di resistenza non violenta e di organizzazione. Siamo convinti che i cambiamenti più profondi non possano avvenire esclusivamente all’interno della grammatica, delle regole e delle abitudini del potere, che tende sempre a giustificarsi e a riprodursi». Ma il dialogo può essere uno strumento essenziale a patto che si rispetti una condizione: «Se vogliamo fare davvero giustizia, dobbiamo mettere al centro delle discussioni le popolazioni che vivono nelle regioni dell’estrattivismo. In quelle zone, ci sono comunità che non sono per niente ascoltate».
Discernimento sociale e pastorale
Un dialogo equo, sostiene il documento, «richiede un’adeguata interpretazione della realtà e dei rapporti di forza esistenti tra i diversi attori, senza relativizzare le asimmetrie di potere». Inoltre, in un contesto di dialogo autentico, «la Chiesa non può essere considerata un’osservatrice e una mediatrice neutrale in contesti di conflitto. Il suo impegno nel dialogo nasce dall’opzione preferenziale per gli emarginati e dalla convinzione evangelica che la dignità delle persone più vulnerabili costituisca un criterio fondamentale per il discernimento sociale e pastorale. Anche le vittime non possono essere considerate solo come persone invitate al tavolo dei nostri dialoghi, né tantomeno come riferimenti lontani o semplicemente consultati in modo indiretto. È necessario che occupino un posto di riconoscimento e autorità nei processi di ascolto promossi dalla Chiesa».
Il denaro non basta
Dopo la tragedia del 2019, proprio per ascoltare ed entrare in dialogo con le comunità vittima di quel disastro ambientale, De Paula Ferreira scelse di lasciare la sede del suo ufficio episcopale di Belo Horizonte e di trasferirsi a Brumadinho: «Ho voluto vivere in mezzo a quella gente, ho voluto camminare in mezzo a loro: non ci sono altre soluzioni. La critica che noi facciamo alle grandi aziende estrattive è che loro pensano solo al denaro e, spesso, sono convinte che esso basti a riparare i loro danni. Ma c’è qualcosa di necessario che va oltre: la spiritualità, la cultura, l’amore. Non ci sono soldi sufficienti per fare piena giustizia».
Garantire l'informazione
Spesso, ricordano le sei reti ecclesiali contro l’estrattivismo, uno dei principali ostacoli che impediscono alle comunità di difendere i propri diritti di fronte a grandi progetti aziendali è la mancanza di informazioni adeguate, tempestive e accessibili su ciò che si intende realizzare nei loro territori. Il documento precisa che «in diverse occasioni, le alleanze tra attori politici e aziendali danno luogo ad accordi preliminari che vengono poi presentati alle comunità quando il progetto è già in fase di attuazione, richiedendo processi di dialogo che mirano più a una legittimazione strumentale attraverso l’accettazione che a una vera e propria deliberazione. In questo senso, la trasparenza e l’accesso equo alle informazioni devono essere garantiti prima di qualsiasi processo di negoziazione o decisione».
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