Jakarta, le proteste antigovernative Jakarta, le proteste antigovernative

Indonesia, l'attenzione della Chiesa alle proteste di piazza che invocano giustizia

In un Paese di oltre 270 milioni di abitanti, in maggioranza musulmani, con cristiani, induisti, buddhisti e appartenenti ad altre tradizioni religiose, la richiesta di una politica al servizio della persona è divenuta un terreno comune. I vescovi del Paese sostengono che si tratti di una crisi multidimensionale, che investe contemporaneamente la sfera sociale, economica, politica, ecologica e morale. Corruzione, disuguaglianze e fragilità dell'etica pubblica tra le loro forti preoccupazioni.

di Paolo Affatato

Le proteste che nelle ultime settimane hanno portato migliaia di persone davanti al Parlamento indonesiano, per protestare contro la corruzione, sono qualcosa di più profondo di una semplice contestazione politica. Dalle piazze emerge una domanda di giustizia che attraversa generazioni, appartenenze religiose e classi sociali: più trasparenza nella vita pubblica, istituzioni responsabili davanti ai cittadini, una democrazia realmente partecipata, basata sulla giustizia, e una lotta più efficace contro la corruzione. A leggere in questa prospettiva le manifestazioni è padre Aloysius Budi Purnomo, segretario della Commissione per le relazioni interreligiose della Conferenza episcopale indonesiana. «Nelle manifestazioni dei giorni scorsi – ha notato - non vi erano solo studenti, ma gente ordinaria, soprattutto da Central Java, dove ci sono state situazioni di forte corruzione», rimarcando che il movimento ha una base non religiosa, ma etica.

Obiettivi comuni

In un Paese di oltre 270 milioni di abitanti, in maggioranza musulmani, con cristiani, induisti, buddhisti e appartenenti ad altre tradizioni religiose, la richiesta di una politica al servizio della persona è divenuta un terreno comune. L’obiettivo principale della mobilitazione è stato il Parlamento. Le richieste avanzate dalla società civile sono, nella loro sostanza, una domanda di responsabilità istituzionale: trasparenza, democrazia, giustizia. «In tale quadro – spiega ai media vaticani padre Alfonsus Widhiwiryawan, religioso indonesiano – la Chiesa cattolica indonesiana riconosce un'esigenza profondamente coerente con la sua missione: la difesa della dignità della persona, la promozione del bene comune, la cura della pace».

No alle violenze

Dopo la conclusione del principale corteo davanti al Parlamento, dal 28 agosto in poi, si sono verificati disordini attribuiti dalle autorità a gruppi non riconducibili ai principali promotori della mobilitazione. Oltre 300 persone sono state fermate e un civile è morto dopo essere stato colpito durante gli incidenti. «La richiesta di giustizia perde la propria forza quando si trasforma in violenza; allo stesso modo, la risposta delle istituzioni deve evitare che la tutela dell'ordine pubblico diventi il pretesto per soffocare la partecipazione civile», osserva il saveriano.

La pressione della piazza

Sotto la pressione della piazza, i vertici della Camera dei rappresentanti hanno sottoscritto un impegno scritto per completare e approvare entro il 15 dicembre 2026 la legge sulla confisca dei beni derivanti da attività illecite, che rende allo Stato la possibilità di recuperare i patrimoni provenienti da attività criminali. La data del 15 dicembre potrà diventare un banco di prova della credibilità delle istituzioni e della loro capacità di ascoltare una domanda proveniente dalla società civile, mentre i parlamentari firmatari hanno promesso di lasciare il proprio incarico qualora la legge non venga approvata. «La vera sfida è costruire istituzioni capaci di prevenire la corruzione, perseguirla efficacemente e recuperare le risorse sottratte alla collettività, senza rinunciare ai principi della giustizia e della dignità della persona», affermano i sacerdoti della diocesi di Semarang, a Giava Centrale, da dove proveniva buona parte dei manifestanti.

La "nota" dei vescovi

Per questo acquista particolare rilievo la Nota pastorale della Conferenza episcopale indonesiana, pubblicata il 17 agosto, nel giorno dell'Indipendenza nazionale. Nel testo i vescovi parlano di una «crisi multidimensionale», che investe contemporaneamente la sfera sociale, economica, politica, ecologica e morale. Tra le loro preoccupazioni figurano la corruzione, le disuguaglianze, la fragilità dell'etica pubblica, il deterioramento della qualità democratica e il rischio che le politiche pubbliche siano orientate più agli interessi delle élite che al bene comune. La Chiesa non cerca di sostituirsi alle istituzioni. Al contrario, la Nota invita la comunità ecclesiale a essere «parte integrante» della vita della nazione senza trasformarsi in un soggetto partitico. La profezia cristiana – notano i Presuli – non consiste nel prendere il posto della politica, ma nel ricordare alla politica il suo fine ultimo: il servizio alla persona e alla comunità e il coraggio di denunciare che ferisce la dignità umana: la corruzione, l'ingiustizia, la disuguaglianza, l'abuso del potere, l'indifferenza verso i più vulnerabili. Lo slancio profetico significa, dunque, ascoltare la sofferenza della gente, interpretarla alla luce del Vangelo e trasformarla in un appello alla responsabilità.

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07 settembre 2026, 10:51