La Fondazione Spe Salvi Facti Sumus, "casa" per costruire il futuro dei giovani migranti
Vatican News
“Nella speranza siamo stati salvati non è soltanto una frase: è una responsabilità”. Cita le parole di San Paolo ai Romani, monsignor Luigi Mistò, per spiegare il significato del nome ma anche indicare il lavoro della Fondazione Spe Salvi Facti Sumus ETS. Si tratta di un organismo nato nel 2024 con l’obiettivo di accogliere e formare minori migranti non accompagnati e giovani in difficoltà, favorendone l’integrazione sociale e professionale. Lo stesso Mistò, sacerdote della diocesi di Milano in servizio in Vaticano con l’incarico di presidente del Fondo di Assistenza Sanitaria della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano (FAS), è l’ideatore di questa iniziativa che sostiene e promuove progetti dedicati all’accoglienza, all’educazione e alla formazione professionale di minori migranti non accompagnati e di persone con maggiore età che possano realizzare il sogno di un inserimento attivo e positivo nella società.
Non arrendersi davanti alle ferite del nostro tempo
“Quando incontriamo un ragazzo che ha attraversato il mare, ha conosciuto la solitudine e spesso ha perso molto prima ancora di diventare adulto, non possiamo limitarci a dirgli che tutto andrà bene. Dobbiamo costruire con lui le condizioni perché possa davvero sperare”, spiega monsignor Mistò in una lunga intervista sul sito della Fondazione. “La speranza diventa allora scuola, formazione, lavoro, amicizia, dignità e futuro” e diventa anche un “non arrendersi davanti alle ferite del nostro tempo”.
Oltre gli slogan
“Non ci interessano soltanto le grandi parole; ci interessano i volti. La carità non è un sentimento passeggero, ma una forma concreta di responsabilità verso l’altro”, sottolinea il sacerdote. Che invita pure ad “avere il coraggio di superare gli slogan”, in questo tempo in cui la questione migratoria divide profondamente l’opinione pubblica. “Accogliere non significa ignorare le regole, così come garantire la sicurezza non significa smettere di vedere la persona”, dice monsignor Mistò. “Servono legalità, percorsi ordinati, responsabilità e integrazione. Il ragazzo che arriva deve conoscere i propri doveri, ma deve anche sapere di avere dei diritti e soprattutto di avere davanti a sé una possibilità”.
Cultura e cultura della legalità
Nei programmi di Spe Salvi si promuove infatti la cultura della legalità: “Non esiste vera inclusione senza legalità… La legalità non deve essere percepita come un ostacolo, ma come la casa comune nella quale tutti devono poter vivere con dignità e sicurezza”. Al contempo, “la legalità non deve trovare un ostacolo difficile da superare o un freno che rallenta e mortifica il percorso in una burocrazia formalista e paralizzante”, sottolinea Mistò. In generale, tutta la cultura ha grande rilevanza all’interno dell’organismo. “La cultura educa lo sguardo” e se un uomo conosce la storia, l’arte, la letteratura e la bellezza “impara a comprendere meglio anche l’altro. La cultura crea ponti dove spesso la paura costruisce muri”.
Trasformare la fragilità in competenza
La Fondazione, dunque, non si limita solo ad assistere, cioè a rispondere a un bisogno immediato, ma vuole “accompagnare una persona affinché possa camminare con le proprie gambe”. “Non vogliamo creare dipendenza: vogliamo creare autonomia”, afferma il presidente. “Una porta aperta” è l’immagine che, secondo lui, meglio rappresenta la missione della Fondazione. Ma anche una porta aperta non è sufficiente: “Bisogna avere il coraggio di entrare nella vita dell’altro, ascoltarlo e accompagnarlo. La Fondazione vuole essere una casa in cui una persona non venga definita dal proprio passato, ma riconosciuta per ciò che può diventare… Se una società riesce a trasformare una fragilità in una competenza, una paura in una professione e una solitudine in una comunità, allora ha davvero costruito qualcosa”.
Chiamare le persone col proprio nome
Fondamentale, in tal senso, come ha esortato tante volte il Papa, “chiamare le persone per nome”, ascoltare la loro storia, non vedere l’altro soltanto come “un migrante”, ma come Mohamed, Youssef, Ahmed, Samuel, Daniel, Fatima, Amira ecc. “Dietro ogni pratica amministrativa c’è una persona. E la persona viene prima del fascicolo”. Oltre a questo, è importante evidenziare – afferma monsignor Mistò – che questi ragazzi non ricevono soltanto ma possono “dare molto”. Possono dare “energie, competenze, cultura, entusiasmo e nuove idee”: “Una persona accolta bene può diventare una risorsa per la comunità che l’ha accolta”. E, nel tempo dei social e dell’IA, può aiutare anche a non perdere quell’“incontro umano”, da sempre auspicato da Papa Leone: “La nostra sfida è usare il progresso senza permettere che l’uomo diventi secondario”.
La visione è ampia, rivolta principalmente ai migranti ma finalizzata a “costruire una società nella quale nessun giovane venga lasciato solo davanti al proprio futuro”. “Le fragilità non hanno nazionalità”, chiosa il presidente della Fondazione. A quanti pensano “aiutiamo prima i nostri poveri”, ovvero i tanti giovani italiani senza lavoro, chiede di “non mettere la sofferenza in competizione. Un bambino che ha fame non è meno degno perché è nato dall’altra parte del Mediterraneo. Ma allo stesso tempo dobbiamo prenderci cura delle fragilità presenti nel nostro Paese. La vera sfida è costruire una società capace di moltiplicare la solidarietà, non di dividerla”.
L'aiuto di tutti
Per farlo servono aiuti e strumenti. L’appello va anzitutto agli imprenditori perché siano disposti non soltanto ad assumere, ma anche a formare: “Un tirocinio può trasformarsi in un contratto; un contratto può trasformarsi in autonomia; l’autonomia può trasformarsi in una famiglia e in una vita pienamente integrata. È così che una buona azione diventa un investimento sul futuro”. Le stesse famiglie italiane possono fare moltissimo: “A volte basta aprire una porta, offrire una competenza, insegnare qualcosa, accompagnare un giovane, creare un’amicizia”. Tutti possono fare qualcosa: chi può donare, chi può offrire professionalità, chi può mettere a disposizione un’azienda, organizzare un evento o insegnare una lingua. “La speranza cresce quando diventa comunità”, afferma monsignor Luigi Mistò.
Che condivide il suo sogno nel cassetto: “Vorrei che un giorno un ragazzo arrivato in Italia da solo potesse diventare lui stesso una persona capace di accogliere qualcun altro. Sarebbe la prova che la solidarietà non si esaurisce nel momento in cui si riceve aiuto: si trasforma e diventa nuova solidarietà”.
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