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La messa del cardinale Zuppi a 10 anni dal sisma nel Centro Italia La messa del cardinale Zuppi a 10 anni dal sisma nel Centro Italia  (ANSA)

Zuppi nel 10.mo anniversario del terremoto in Centro Italia: ora non promesse ma lavoro

Nel 10.mo anniversario del sisma che colpì il Centro Italia nel 2016, la messa celebrata dal cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) e arcivescovo di Bologna, ad Arquata del Tronto. "La rinascita non nasce soltanto dai cantieri, ma soprattutto dalle persone, dalle relazioni e dalla speranza condivisa", le parole del porporato nel corso dell'omelia. In serata la commemorazione anche ad Amatrice

Roberto Paglialonga - Città del Vaticano

Rinascita: è questa la parola attorno alla quale ruota tutta l'omelia che il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Confeenza episcopale italiana e arcivescovo di Bologna, ha tenuto oggi in occasione del decimo anniversario del sisma che colpì il Centro Italia nel 2016. La messa, celebrata dal proporato in ricordo di quei tragici avvenimenti e di tutte le persone che a causa del terremoto persero la vita (i morti furono 299, quasi 400 i feriti e oltre 40 mila gli sfollati), si è tenuta ad Arquata del Tronto, una delle località epicentro delle scosse che interessarono Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo.

Rinascere, prospettiva bellissima e impegnativa

"Rinascere" - esordisce Zuppi - è "la prospettiva, bellissima e impegnativa per tutti, che accompagna questo ricordo doloroso del terremoto, della morte e della distruzione che ha causato. Rinascere: non è un auspicio! Il cristiano spera, non è un ottimista. Crede nella Provvidenza, non è fatalista e quindi lotta con tutto se stesso e combatte la rassegnazione, sottile veleno che rende tutto impossibile, inutile o troppo difficile". Per questo "vogliamo rinascere anche per onorare chi non c’è più, perché qui ci sono le radici e conservarle richiede diano nuovi frutti. E quanti germogli che proprio per questo vanno aiutati!".

Il peso di questi lunghissimi anni

Sulla scorta di Nicodemo, che, "disilluso" e "forse con la rabbia nel cuore", chiedeva a Gesù come fosse possibile rinascere da vecchio - è la riflessione del porporato - "anche noi, tutti, sentiamo il peso di questi lunghi, lunghissimi anni, portiamo nel cuore le ferite di quella tragedia, le promesse rimaste tali, le attese che si scontrano ancora con difficoltà, i ritardi insopportabili quando si è perso tutto".  Ma il Signore, "a lui e a noi, propone di rinascere nello Spirito e ci dona il vento del suo amore, forza che spazza la nebbia della rassegnazione". Un amore che "non cancella i problemi, anzi, ma ci dona forza nuova per affrontarli e superarli".

"Su, costruiamo! C'è futuro"

Infatti, sottolinea ancora il presidente della Cei, "il ricordo di questi dieci anni ci rende sapienti, non rassegnati, ancora più convinti e uniti nel dire" come il profeta Neemia: 'Venite, ricostruiamo le mura di Gerusalemme e non saremo più insultati!'. Così anche noi oggi "diciamo: 'Su, costruiamo!' e mettiamo anche noi mano 'vigorosamente alla buona impresa'". Le conseguenze di un terremoto non si esauriscono mai con l'ultima scossa, e nella domanda di rinascere occorre sempre partire dal dolore di tutte le vite spezzate dal sisma, "quando il cielo crolla addosso e le fondamenta del mondo sono scosse, quando tutto diventa imprevedibile e si rivolta contro. Non vogliamo dimenticarlo. Non possiamo. Quella notte fu un vero spartiacque. Ma la storia continua". Ciò non toglie la portata di quella immane tragedia, che - prosegue - "è iniziata quella notte ma dura sempre: solitudine, spaesamento, distacco forzato dalla propria comunità". E tuttavia, pur sapendo che "il percorso è ancora lungo, sappiamo anche che c'è futuro''.

L'omaggio ai volontari

Zuppi, poi, evidenzia il valore del lavoro condiviso e rende omaggio ai tanti volontari che dieci anni fa hanno sostenuto concretamente le popolazioni colpite: ''Dobbiamo sempre cercare di edificare insieme, trasformando la storia di ognuno in una risorsa e facendo dell'ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. È quello che sperimentammo con le migliaia di volontari, associazioni, istituzioni, operatori, uomini e donne comuni che hanno sostenuto queste nostre terre con gesti concreti, vicinanza e condivisione. A dieci anni di distanza vogliamo manifestare un convinto segno di riconoscenza, per il valore di quell'immenso patrimonio umano che ha permesso alle comunità di non sentirsi mai sole e vorremmo che questo stesso spirito permetta di risolvere rapidamente le difficoltà restanti nella ricostruzione. Credo sia vero per tutti davanti a chi non ce l'ha fatta quanto scrisse un vigile del fuoco che confidò il suo dolore lasciando un biglietto sulla bara della bambina Giulia: 'Ciao piccola, ho solo dato una mano a tirarti fuori da quella prigione di macerie. Scusa se siamo arrivati tardi'''. 

Non promesse, ma lavoro

Infine, l'esortazione ad assumersi le proprie responsabilità, a evitare ulteriori rallentamenti e a proseguire velocemente nel lavoro di ricostruzione dei territori devastati. "La memoria di oggi ci spinge a non arrivare tardi", osserva. "Rinascere. Non promesse, ma lavoro, di tutti, ciascuno nelle proprie funzioni e responsabilità tutte importanti, con la forza di quella solidarietà che tanto ha consolato in quei giorni terribili, chiamando le difficoltà con il proprio nome, perché solo così si possono risolvere e trasformarle in nuova capacità ed efficacia con la resistenza di cui siete stati capaci. Sappiamo che non sono senza conseguenze il tempo perduto e le risposte non date. Quanti anziani speravano di vedere di nuovo quello che il terremoto aveva distrutto e hanno sperimentato l’amarezza di chiudere gli occhi lontano dalle proprie case? Quanti non hanno la forza per aspettare e sono andati altrove? Ecco perché rinascere".

"La rinascita nasce soprattutto dalle persone"

"L’amore accende nei cuori quella luce alla fine del tunnel che sembra non arrivare mai. Anche questa celebrazione ci aiuta a tessere di nuovo la comunità e l’unità tra di noi, perché ricostruire non è solo una questione di edifici ma soprattutto di relazioni, comunità, fiducia, solidarietà. La rinascita non nasce soltanto dai cantieri, ma soprattutto dalle persone, dalle relazioni e dalla speranza condivisa", la conclusione del cardinale.

Nel pomeriggio la messa ad Amatrice

Zuppi ha celebrato poi la messa anche presso il campo sportivo “Paride Telisi” ad Amatrice, in provincia di Rieti, alle ore 17.00. Alla commemorazione hanno preso parte rappresentanti dello Stato italiano, tra cui la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Il cardinale nell’omelia ha toccato in particolare il tema del senso del ricordo e della potenza dell’amore. “Ricordare fa anche male”. Perché “riapre una ferita, suscita le lacrime e queste fanno piangere di nuovo”. Però “ricordare assieme e ricordare accompagnati con il Signore e il suo amore che non dimentica ci fa sperimentare oggi quella beatitudine, altrimenti incomprensibile, che proclama beati coloro che piangono perché saranno consolati. Gesù non dice beata la sofferenza, anzi, ci protegge da questa, ma vuole che chi sperimenta la durezza della vita trovi il suo e il nostro amore, che significa consolazione, speranza, futuro. Per questo Gesù ha pianto: per consolare le nostre lacrime”. Tuttavia, “l’amore di Dio non è un palliativo, un narcotico per dimenticare e andare avanti, ma è sofferenza con chi soffre, sconfitta del male, ricostruzione di quello che è rovinato. Gesù affronta il male e ci insegna a combatterlo con l’unica forza capace di sconfiggerlo: l’amore”.

Guerre come sismi

“Il ricordo - continua il porporato - ci rende attenti a coloro che oggi piangono, colpiti dai terremoti ma anche da quella distruzione causata dall’uomo che è la violenza e la guerra. Dio insegna a essere umani”. Ma “che umanità c’è nel girarsi dall’altra parte, nel ridurre la persona a numero e la morte a contabilità? Dio ha compassione per la sofferenza e vuole che le lacrime si trasformino in gioia. Per farlo piange con noi, fa sue le nostre lacrime e ci insegna a piangere con chi è nel pianto per trasformarlo in vita, futuro, speranza. Lui si fa comunità con noi perché anche noi impariamo a farla tra di noi facendo come Lui e con Lui. Lo abbiamo vissuto soprattutto all’inizio, sgomenti, quando ognuno ha dato il meglio di sé nelle difficoltà, tutti collaboravano e tutti volevano dare una mano, come i giorni di vita vissuta insieme nelle palestre. Ricordiamo quel dolore immenso. È sempre parziale, ma sappiamo che Dio conserva tutte le lacrime nel suo otre, le scrive nel suo libro e questo ci rassicura”.

La potenza dell’amore di Dio

Dopo la menzione, commossa e toccante, di numerose testimonianze da parte di alcuni sopravvissuti al terremoto, Zuppi si sofferma sul mistero del male e la presenza di Dio nei momenti tragici della vita. “Gesù è il primo soccorritore e anche sempre l’ultimo a restare là sotto. Ecco dove è Dio. Non dimentichiamo l’immagine dei funerali, sotto un tendone, con un Cristo in croce tenuto su con le corde che dava il senso della tragedia. In questa Apocalisse che portiamo nel cuore, la Scrittura ci parla di una città che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Costruiamola. Ci aiuta a non arrenderci, a credere che anche la nostra città, oggi ancora provata da quella desolazione, può trovare nuova vita e speranza”, evidenzia. E ancora: “Il Signore conosce quello che abbiamo nel cuore, il desiderio di futuro per noi e per chi ha perso tutto, specialmente per chi non c’è più. Un amore così ci aiuta a costruire con speranza e passione il futuro, a vedere il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo”.

Rafforzare il senso di comunità

Infine, l’invito a guardare avanti, con speranza. “Dieci anni fa dicevamo che la ricostruzione doveva partire da dentro le persone, non soltanto dai mattoni. I cieli aperti ci aiutano a ritrovare motivazione e slancio per pensarci comunità, per vincere la stanchezza con l’unica forza che ci fa muovere: l’amore, cioè la passione per il futuro, la voglia di donare vita a chi viene dopo. Aiutiamoci tutti a guardare avanti. Le difficoltà e i problemi – che ovviamente ci sono e ci saranno – non ci paralizzino e anzi rafforzino il senso di comunità”. Un invito che deriva dal fatto che “Dio è comunità e ci ricorda che saremo una cosa sola, perché l’amore unisce”, mentre “il male distrugge e divide. E questo dipende anche da ognuno di noi”. Da qui l’esortazione a evitare le polemiche e a procedere, piuttosto, sulla via dell’impegno, da parte “di tutti, a cominciare dallo Stato e dalle sue istituzioni, dalla Chiesa, dalla passione e dalla creatività di ognuno”.

 

(Ultimo aggiornamento ore 18.20)
 

 

 

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24 agosto 2026, 16:04