Monsignor Vitalij Skomarovskyj, presidente della Conferenza dei vescovi latini dell’Ucraina Monsignor Vitalij Skomarovskyj, presidente della Conferenza dei vescovi latini dell’Ucraina 

Ucraina, Skomarovskyi: nella solidarietà che riceviamo troviamo forza e speranza

Il presidente dei vescovi di rito latino del Paese europeo ricorda i 35 anni di indipendenza dall’Unione Sovietica: oggi godiamo di una libertà di coscienza reale, la guerra attuale mi ha fatto capire quanto la pace sia un dono inestimabile per qualsiasi nazione

Sr. Alina Petrauskaite e Svitlana Dukhovych - Città del Vaticano

A trentacinque anni dal ripristino dell’indipendenza, che ha portato al popolo ucraino una libertà religiosa reale e vissuta, la nazione continua fronteggiare la prova drammatica della guerra. Nell’intervista ai media vaticani, monsignor Vitalij Skomarovskyi, vescovo di Lutsk e presidente della Conferenza dei vescovi di rito latino in Ucraina, descrive la realtà devastante e il costo altissimo che la gente è costretta a pagare in difesa del proprio Paese. Accogliendo il monito di San Giovanni Paolo II sulla guerra come grande flagello, il presule evidenzia al tempo stesso la straordinaria e duratura catena di solidarietà e di sostegno materiale e spirituale giunta da ogni angolo del mondo.

Eccellenza, 35 anni di indipendenza sono pochi o tanti?

In una prospettiva storica, 35 anni non sono molti. Ma per noi qui in Ucraina, se ripensiamo a tutto ciò che abbiamo vissuto in questo periodo, rappresentano un arco di tempo lunghissimo e denso di eventi. Abbiamo attraversato la grave crisi economica degli anni '90 e il successivo impegno per la ripresa. E ora, dal 2014, ci troviamo di fatto in una condizione di guerra, sfociata poi nel 2022 nell'aggressione su vasta scala. Perciò, pur essendo un frammento breve nella storia millenaria, per noi racchiude un cammino immenso.

Che significato ha avuto il ripristino dell'indipendenza per la vita spirituale degli ucraini?

Oggi viviamo in uno Stato indipendente e godiamo di una libertà di coscienza reale, non solo scritta sulla carta. Ogni persona ha la possibilità di professare e testimoniare la propria fede. Naturalmente, come in ogni Paese, possono esserci questioni burocratiche, ma la libertà di coscienza è garantita dalla Costituzione ucraina ed è una realtà vissuta quotidianamente. Per noi questo dono è straordinario e unico, soprattutto se guardiamo al passato. L'Unione Sovietica, formalmente, riconosceva il diritto alla libertà di coscienza nella sua Costituzione; tuttavia, per motivi ideologici, la Chiesa e la religione venivano sistematicamente perseguitate. In alcuni periodi la persecuzione è stata cruenta, in altri più silenziosa. I credenti venivano imprigionati, alcuni hanno dato la vita per la fede, mentre ad altri veniva semplicemente negata ogni possibilità di carriera: non potevano insegnare, fare i medici o ricoprire incarichi pubblici. Era un tempo di vera prova. Anche nei precedenti tempi zaristi la Chiesa cattolica – e in realtà tutte le Chiese – aveva subito pesanti limitazioni. Persino la Chiesa ortodossa, che all'epoca era Chiesa di Stato nella Russia imperiale, soffriva a causa di un soffocante “abbraccio” statale che le impediva di adempiere liberamente alla sua missione spirituale. Ecco perché questi 35 anni di indipendenza e di libertà religiosa rappresentano un'esperienza assolutamente unica per il nostro Paese. Certo, la Chiesa si trova oggi a fronteggiare nuove sfide e problemi inediti, ma ogni volta che celebriamo il Giorno dell'Indipendenza, ringraziamo il Signore per il dono inestimabile della libertà di cui gode la nostra comunità.

Oggi si sente spesso dire che, durante il tempo delle persecuzioni, la fede della gente fosse più forte perché provata dalla sofferenza. Al contrario, oggi che le chiese sono aperte e che si può testimoniare liberamente il Vangelo, la fede sembra essersi indebolita. Cosa ne pensa?

La realtà è che la vita è cambiata radicalmente. In passato, durante le persecuzioni, molte persone temevano di battezzare i propri figli per paura di subire ritorsioni sul posto di lavoro. Oggi, giustamente, nessuno proibisce più tutto ciò. Tuttavia, oggi le persone rischiano di dedicare l'intera esistenza alla carriera o al benessere materiale, trascurando il tempo per il prossimo e per Dio, giungendo a considerare la fede come qualcosa di non essenziale. Vorrei fare un esempio basato sulla mia esperienza. Quando lavoravo in seminario ai tempi dell'Unione Sovietica, lo Stato operava una severa selezione sui candidati, creando innumerevoli ostacoli. Di conseguenza, chi aveva una motivazione debole o un carattere fragile non riusciva nemmeno ad accedere al seminario, o finiva per lasciarlo presto. Se si scopriva che un giovane – che magari aveva prestato servizio militare o frequentato l'università – desiderava entrare in seminario, veniva sottoposto a “colloqui” intimidatori, pressato sul perché di quella scelta. Entrare in seminario era un'impresa difficile: alcuni ragazzi hanno dovuto tentare per dieci anni prima di riuscirci. Oggi, al contrario, non esistono barriere di questo tipo. Eppure, constatiamo con amarezza che il numero di coloro che desiderano entrare in seminario è esiguo, quando non vicino allo zero. Anche nei tempi recenti, ho osservato che molti giovani che intraprendevano il percorso seminaristico si rendevano poi conto che quella non fosse la loro strada. In sintesi, viviamo in un contesto completamente diverso, con situazioni differenti.

Eccellenza, Lei si trova spesso a condividere il dolore delle famiglie e a partecipare alle solenni cerimonie funebri per gli uomini e le donne che per la libertà pagano il prezzo più alto, donando il bene supremo della vita. Si può dare un senso a questo immenso sacrificio e come si affronta pastoralmente questa prova?

Ci troviamo in una situazione in cui l'Ucraina è costretta a difendersi, perché siamo stati aggrediti. Non so quanti tra coloro che scelgono di difendere la Patria lo facciano pensando esplicitamente: “Stiamo offrendo la nostra vita”. In realtà vogliono vivere, sperano di sopravvivere. Ma in quanto militari, svolgono un lavoro che comporta un pericolo mortale. E purtroppo accade che i difensori cadano, colpiti da proiettili e frammenti di granata nemici. I cittadini ucraini devono scendere in campo per difendersi, perché non c’è nessun altro che può farlo al posto nostro. La nostra gente è costretta ad andare al fronte a proteggere il proprio Paese: questo è un valore così grande che facciamo fatica a comprenderlo appieno. La chiamiamo Patria, è la nostra casa comune, la nostra dimora condivisa. Quando un nemico entra forzando le finestre e buttando giù le porte, chiunque difenderebbe la propria famiglia e i propri cari. Qui si tratta della nostra casa comune, del vincolo che unisce tutti noi ucraini. Per questo motivo gli ucraini si sono alzati in difesa della loro terra. Il prezzo da pagare è davvero altissimo, ma lo è altrettanto la minaccia che incombe su di noi. Il nemico non è venuto semplicemente per imporci un diverso sistema politico o per dettare nuove regole elettorali: è venuto per uccidere, per distruggere. Ed è per questo che, come risposta a questa aggressione, l'Ucraina è costretta a difendersi.

Che cosa ha “rivelato” questo tempo di guerra in Ucraina per Lei personalmente?

Certamente si tratta di un'esperienza totalmente nuova, ben diversa dalle mie precedenti idee sulla guerra, che mi ero fatto leggendo libri, guardando film o seguendo le notizie sulle guerre in altre parti del mondo. Questa realtà è completamente diversa. Non avrei mai potuto immaginare che la guerra fosse esattamente così. Vorrei dire che tutto ciò mi ha spinto a concordare pienamente con San Giovanni Paolo II: la guerra è un grande flagello e, se esiste anche la minima possibilità, bisogna fare di tutto per evitarla. La pace è un dono immenso, mentre la guerra è un male smisurato per chiunque vi si trovi coinvolto. Ho compreso profondamente che la preghiera per la pace ha un valore inestimabile, perché la pace è un bene preziosissimo. Probabilmente ci si rende conto di questo valore soprattutto quando la pace viene meno, quando c'è la guerra e quando tutti sono in pericolo: i bambini, gli anziani, i deboli e i forti, nessuno escluso. È allora che comprendi quanto la pace, l'assenza della guerra, sia un dono inestimabile per un popolo e per una nazione. Un'altra esperienza grande è la solidarietà, una straordinaria vicinanza dimostrata da tante persone provenienti da ogni angolo della terra verso il popolo ucraino. E questa solidarietà, insieme al sostegno materiale e spirituale, è duratura: la gente non si stanca di pregare per noi e di aiutarci. Questo è un dono grandissimo. Tale solidarietà non nasce da imposizioni, ma sgorga direttamente dal cuore; è la voce del cuore delle persone. E tutto questo ci dà tanta forza e speranza. Continuiamo a pregare affinché questa guerra finisca al più presto.

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24 agosto 2026, 09:45