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Suor Liji Paiapilli ascolta un'anziana ucraina nella parrocchia di Kherson Suor Liji Paiapilli ascolta un'anziana ucraina nella parrocchia di Kherson 

Ucraina, una religiosa: le bombe non piegano la fede e la voglia di vita e libertà

La testimonianza di suor Liji Payyapilly alla vigilia della festa dell’indipendenza del Paese: non avrei mai immaginato nel 21.mo secolo di rivedere scene da Seconda Guerra mondiale, “migliaia di persone in fila per un tozzo di pane e una scatola di conserva”. Tanti dicono: non sappiamo se domani saremo vivi, “la nostra forza è la preghiera”

Suor Alina Petrauskaite e Svitlana Dukhovych - Città del Vaticano

«Andiamo a dormire ogni giorno con la paura, perché non sappiamo quando arriveranno missili o droni. Ogni mattina ringraziamo Dio per esserci svegliati, e ogni sera ringraziamo perché siamo ancora vivi. Gli ucraini vivono in un tempo molto pericoloso. Ma abbiamo il diritto di vivere nella sicurezza, senza timore, così come vive ogni Paese». Quando suor Liji (Lidia) Payyapilly, della Congregazione delle Suore di San Giuseppe di Saint-Marc, pronuncia quel «noi», pur con il suo accento, si percepisce una profonda identificazione con il popolo ucraino, nonostante la religiosa sia originaria dell’India e sia giunta in Ucraina per la sua missione venticinque anni fa.

In Transcarpazia, nel villaggio di Pavshyno, vicino a Mukachevo, nel sudovest del Paese, la religiosa accoglie le persone nel monastero della sua congregazione per momenti di colloquio spirituale e per la preghiera d’intercessione. Grazie al suo particolare dono per la preghiera, suor Liji è conosciuta da molti fedeli, cattolici e non, in tutta l’Ucraina. Di tanto in tanto, visita altre parrocchie, in Ucraina e all'estero, dove viene invitata a guidare giornate di spiritualità. Nell’intervista ai media vaticani, suor Liji racconta i suoi recenti viaggi nei paesi e nelle città al fronte, nell'est e nel sud dell'Ucraina, riflette sull'importanza della dimensione della preghiera nella difesa della propria terra dall’aggressione, e offre una prospettiva sul significato della vera indipendenza in un Paese segnato dalla guerra.

Suor Liji Paiapilli prega con la comunità di a Pavshyno, in Transcarpazia
Suor Liji Paiapilli prega con la comunità di a Pavshyno, in Transcarpazia   (© Congregation Archives)

Il carisma dell'adorazione e l'impegno per le persone

Spiegando la natura del suo ministero, suor Liji sottolinea quale sia l’espressione concreta del carisma della sua Congregazione: l'adorazione eucaristica e l'evangelizzazione. «Quando faccio adorazione – confida la religiosa – manifesto il mio amore per l'Eucaristia e desidero che anche gli altri possano amarla e accoglierla». La sua missione si fonda sulla testimonianza personale della presenza viva di Dio: «Evangelizzo attraverso la mia esperienza: il Signore ha toccato la mia vita e per me Egli è vivo. L’Eucaristia è Dio presente e cerco di trasmettere questa verità agli altri».

Se il monastero di Pavshyno, in Transcarpazia, rimane il punto di riferimento principale per la sua attività, l’opera della religiosa si estende ben oltre i confini del convento. L'impossibilità di accogliere le migliaia di fedeli che cercano un colloquio spirituale ha spinto suor Liji a viaggiare per tutta l'Ucraina, e anche all'estero, rispondendo agli inviti delle parrocchie. «Non tutti possono venire fin qui – spiega – così ho deciso di andare io dove ci sono le persone». Prima della pandemia, il monastero arrivava ad accogliere fino a 700 persone in un solo giorno. Oggi, per gestire meglio il flusso, è stato introdotto un sistema di appuntamenti che permette alla religiosa di dedicare tempo e ascolto ai fedeli tre giorni alla settimana. In questo tempo di guerra, il volto di chi bussa alla porta del monastero è cambiato: «Ultimamente arrivano persone che hanno i familiari dispersi, madri che hanno perso i figli, donne rimaste vedove», racconta suor Liji. «Per noi è un aspetto prezioso del nostro servizio: avere l'opportunità di consolare, sostenere e pregare per chi soffre».

L’esperienza sul fronte e il dramma della fame

Il desiderio di comprendere il sacrificio di chi vive in prima linea ha spinto suor Liji a uscire dalla relativa sicurezza della Transcarpazia per recarsi personalmente nelle zone più colpite dalla guerra. Se in passato, nel 2016, la sua missione l'aveva portata a Mariupol e Donetsk, dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala nel 2022 ha avvertito l'urgenza di toccare con mano le ferite di una popolazione martoriata. Le immagini del telegiornale non bastavano più a colmare la distanza tra chi vive sotto le bombe e chi, altrove, può solo pregare. A Sumy, al nord del Paese, e poi a Zaporizhzhia che si trova a sudest, su invito del vescovo Jan Sobilo, la religiosa ha visto ciò che spesso sfugge alla narrazione mediatica. «Ho visto persone in coda dalle quattro del mattino per un pezzo di pane – racconta –. Quando sono arrivata in Ucraina nel 2004, gli anziani mi parlavano della carestia durante la Seconda Guerra Mondiale. Non avrei mai immaginato che, nel XXI secolo, avrei visto con i miei occhi la stessa scena: migliaia di persone in fila per ricevere un tozzo di pane e una scatola di conserva».

Il racconto di suor Liji si fa doloroso nel rievocare le testimonianze di chi ha perso tutto: «Avevamo una terra, una casa, non avremmo mai pensato che la vita ci avrebbe ridotto a elemosinare il pane». In questo scenario di desolazione, la religiosa ha trovato però segni di straordinaria carità, come nell'opera dei Frati Albertini a Zaporizhzha, instancabili nel panificare e distribuire il necessario alle famiglie e ai bambini.

La religiosa indiana vicino a Sobilo, nella zona di Zaporizzhia
La religiosa indiana vicino a Sobilo, nella zona di Zaporizzhia

Nei luoghi del dolore e della speranza

Anche durante la sua permanenza a Dnipro, suor Liji ha scelto di condividere la vita quotidiana dei fedeli, cercando di abitare lo stesso loro timore al passaggio dei droni e dei missili. La sua presenza è diventata un abbraccio per chi ha perso la speranza. «Ho chiesto al Signore di usare il mio cuore per manifestare il Suo amore», confida la missionaria. «Quando li abbracciavo, molti scoppiavano in lacrime. Per loro, anche quel gesto è stato una forma di liberazione».

Visitando l'ospedale militare di Dnipro, suor Liji confessa di aver provato un senso di smarrimento profondo: «A dire il vero, sono rimasta come ammutolita, incapace di trovare parole di fronte a ciò che vedevo». Davanti a lei, uomini nel fiore degli anni, di trentacinque o quarant'anni, che devono imparare di nuovo a camminare con le protesi o a stringere un oggetto con una mano che non è più la loro. La compassione si è trasformata in un senso di gratitudine: «Guardandoli, ho capito che hanno perso gambe e braccia perché io non le perdessi. Hanno protetto me, hanno protetto noi. Quanta sofferenza hanno attraversato, quante vite sono state spezzate per difendere il nostro Paese, la nostra terra ucraina e la dignità del nostro popolo!».

La vitalità di Kharkiv e i “veri eroi” di Kherson

A Kharkiv, suor Liji ha potuto ammirare l'impegno dei volontari e la straordinaria vitalità della gente: «Ho visto la dedizione immensa che mettono in ogni cosa – racconta –. E ho visto quanto è bella l'Ucraina. Ho visitato molti Paesi in Europa, ma un parco così bello come quello di Kharkiv non l'ho trovato da nessuna parte. Mi ha profondamente meravigliato vedere che, pur in mezzo alla guerra e ai missili che volano, le persone vogliono vivere. Noi lottiamo per poter vivere nella nostra terra. L'Ucraina si difende per vivere. Non andiamo a conquistare nessuno: ci difendiamo unicamente per poter vivere».

A Kherson, una città devastata dove non c'è una sola casa intatta, suor Liji ha incontrato «i veri eroi dell'Ucraina». Nelle strade deserte, la minaccia dei droni è costante: «Quando siamo stati alla Messa, in quel breve lasso di tempo ne sono passati venti in volo», racconta la religiosa. Il parroco, padre Maksym, ha spiegato alla religiosa le regole di sopravvivenza: «Quando vedi un drone, devi correre sotto un albero, perché usano le telecamere per individuare le persone e sganciare piccoli ordigni o mine. Ma bisogna fare attenzione anche sotto gli alberi: tra le foglie o in un sacchetto abbandonato può celarsi una mina letale». Nonostante questa tensione e la mancanza d'acqua, suor Liji confessa di essere rimasta colpita dallo spirito della gente: «Mi aspettavo che gli abitanti avessero recriminazioni o fossero delusi, e invece li ho sentiti così grati a Dio! Dicevano: “La nostra forza è la preghiera. Non sappiamo se domani saremo vivi, ma viviamo e vogliamo morire come ucraini”».

La dignità della resistenza e il segno della vita

Molti non possono o non vogliono andarsene, come racconta Oleksiy, padre di due ragazzi: «Dove dovremmo andare? Chi ci aspetta? E poi qui ci sono le nostre madri anziane che non vogliono assolutamente lasciare le loro case». Tra le storie che lasciano senza fiato c'è quella di una donna di cinquantasei anni, ferita in un bombardamento e costretta a lavarsi con l'acqua raccolta goccia a goccia in un bicchiere, che confida di non riuscire più a riconoscersi nello specchio.

«Sono profondamente grata di aver potuto andare e vedere con i miei occhi che cos'è la guerra», confida suor Liji, che porta nel cuore anche il dramma dei territori vicini ancora sotto occupazione, dove da anni mancano luce e beni primari. Eppure, in questo scenario segnato dalla fame e dalla crisi umanitaria, la vera luce è un'altra: «Il segno di speranza durante la mia permanenza a Kherson è stata la nascita di una bambina. Perché se lì nascono dei bambini, Kherson continuerà a vivere».

La vittoria della luce e la forza della preghiera

Alla domanda sul perché, in un contesto così drammatico, la dimensione spirituale e la preghiera restino fondamentali, suor Liji risponde richiamando le Scritture: «Come scrive san Paolo nella Lettera agli Efesini, la nostra lotta non è contro la carne e il sangue, ma contro gli spiriti del male. L'oscurità non esiste di per sé, è solo assenza di luce. Tutto ciò che è legato alla guerra – l'odio, l'omicidio, la distruzione, la rabbia – sono i frutti dello spirito maligno. Chi agisce così collabora con esso».

Ecco perché la preghiera diventa l'arma decisiva per la resistenza interiore del popolo ucraino: «Gesù ha già vinto il mondo, ma lo spirito del male cerca di ingannarci facendoci credere di avere il potere di distruggere. In realtà, il potere appartiene solo a Cristo. Per questo è così importante pregare: affinché possiamo permettere allo Spirito Santo di agire attraverso di noi».

I 35 anni di indipendenza: vincere la paura per abitare la libertà

Mentre l'Ucraina si avvicina al 35.mo anniversario della sua indipendenza, suor Liji offre una riflessione sul significato di questo traguardo: «Mi sembra che l'Ucraina non riesca ancora a gioire pienamente di questa indipendenza, perché siamo incatenati dalla paura. Dio ha dato a ogni nazione la libertà di vivere liberamente, ma oggi il popolo ucraino vive in un terrore costante» per il rischio di morire da un momento all’altro a causa di un drone o un missile.

La speranza della religiosa si radica nella fede e nella promessa di pace che Cristo ha lasciato ai suoi discepoli, proprio come quando apparve nel cenacolo chiuso per la paura: «L'Ucraina oggi ha paura e ha bisogno di pace. Quando custodiamo la pace nel nostro cuore, la paura scompare, questo è certo. Dio ci ha donato la libertà e, attraverso la Sua vittoria, dobbiamo conquistare la possibilità di vivere liberamente nella nostra terra».

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23 agosto 2026, 09:44