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I ragazzi dell’Opera per la gioventù 'Giorgio La Pira' I ragazzi dell’Opera per la gioventù 'Giorgio La Pira'

Sperimentare la fraternità al Campo dell’Opera per la gioventù La Pira

Al Villaggio «La Vela» a Grosseto è tornato l'annuale appuntamento estivo sul tema Edu-Care Horizont – A shared youth journey in the Mediterranean. Gabriele Pecchioli, presidente dell'Opera, "il nostro compito non è gestire un’eredità nostalgica, ma far incarnare ogni anno la profezia della pace nel cuore vivo dei giovani"

di Emiliano Eusepi

​«Abbattere i muri e costruire i ponti»: nel marzo del 1968, al rientro da un viaggio profetico tra Israele ed Egitto, Giorgio La Pira citava l’immagine degli operai del Cairo intenti a smantellare le difese antiaeree dopo il dialogo con Nasser. Quell’immagine simbolica di speranza e di ricongiungimento tra i «figli dello stesso patriarca Abramo», non è mai rimasta confinata alle pagine di storia e ha continuato a camminare, guidando le attività dell’Opera per la gioventù «Giorgio La Pira», nata dalla visione del fondatore Pino Arpioni e resa forte dalle intuizioni pedagogiche, sociali ed ecumeniche di La Pira. Come sottolinea Gabriele Pecchioli, presidente dell'Opera, «il nostro compito non è gestire un’eredità nostalgica ma far incarnare ogni anno la profezia della pace nel cuore vivo dei giovani che arrivano a La Vela». Come ogni anno ad agosto, dal 10 al 20, il Villaggio «La Vela» a Castiglione della Pescaia (Grosseto) è tornato ad animarsi con il Campo internazionale (sul tema Edu-Care Horizont – A shared youth journey in the Mediterranean). In un contesto segnato da fratture e tensioni geopolitiche, l’Opera per la gioventù ha chiamato a raccolta ragazzi e ragazze dai contesti più complessi del pianeta: da Israele e Palestina, da Russia e Ucraina, passando per Libano, Siria, fino ai rappresentanti del Consiglio dei giovani del Mediterraneo.

«Il Campo — ricorda Pecchioli — non è un convegno accademico o un freddo dibattito culturale ma una forte esperienza di fraternità concreta dove la pace e il dialogo interreligioso diventano fatti di gesti quotidiani, condivisione e rispetto reciproco. Ragazzi appartenenti a popoli in conflitto o a fedi diverse scoprono che, pur nelle divergenze linguistiche e culturali, è possibile riconoscere nell’altro un fratello», e quando si vedono ragazzi russi e ucraini, o israeliani e palestinesi, mangiare allo stesso tavolo e scoprirsi amici, si comprende che «la pace non è un’utopia, ma una realtà che parte dall’incontro personale».

I ragazzi durante il Campo
I ragazzi durante il Campo

​La giornata tipo unisce studio, preghiera, svago e riflessione: dai pasti alle escursioni, fino ai gruppi di confronto (Reflection Groups) di 10-15 persone. La dimensione ecumenica e interreligiosa si riflette nel rispetto delle tradizioni alimentari e negli spazi dedicati allo Shabbat e alla Preghiera del venerdì musulmana, affiancati alla Messa quotidiana per i cattolici. Il fitto programma di workshop di quest’anno — con gli interventi dell’economista Giacomo Poggiali, della professoressa Rita Bichi, del professor Giuseppe Milan e l’intervento di Jean d’Arc Davoulbeyukian e Garen Boyadjian, del Consiglio giovani del Mediterraneo — si è  affiancato ad appuntamenti spirituali di alto profilo come la Tavola rotonda interreligiosa con Rav Gadi Piperno, il professor Adnane Mokrani e il vescovo di Grosseto, Bernardino Giordano, o il messaggio del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, e la messa celebrata da Yagop Jacques Mourad, arcivescovo di Homs dei Siri.

Il percorso spirituale si è completato con la tradizionale partecipazione all’udienza generale con Leone XIV in piazza San Pietro dove una rappresentanza di giovani ha salutato personalmente il Pontefice. Una tradizione nata nei primi anni Settanta con La Pira e Pino Arpioni, che si carica di un valore del tutto nuovo. «Oggi è in un contesto chiaramente diverso e, soprattutto, è diversa la composizione di chi si reca a Roma: non solo cattolici ma anche cristiani non cattolici e non cristiani, quindi musulmani ed ebrei. Mi domandavo — riflette Pecchioli — chissà come La Pira leggerebbe oggi questo segno. Non cristiani che riconoscono comunque nel Papa un’autorità morale importante; e penso che per La Pira non sarebbe stata solo una lettura centrata sul riconoscimento istituzionale del Papa ma più profonda, pensando a tutta la riflessione sull’unità della famiglia di Abramo. Quindi è un gesto, seppur semplice, che va letto in un contesto più ampio, in una prospettiva di fede molto più profonda».

​Questo momento si collega all’impostazione pedagogica ereditata da Arpioni: «Per Pino l’idea era quella di un’educazione integrale dove ci fosse necessariamente anche questo aspetto della formazione a un’apertura universale della nostra vita di fede. L’essere cattolici già in qualche modo la sintetizza ma va al di là, comprendendo tutta una serie di incontri e di relazioni che vanno costruiti, perché l’unità della Chiesa e delle nazioni è fondamentale. Si parte dall’unità della Chiesa, dall’unità dei credenti e da lì si arriva poi necessariamente all’unità dei popoli e delle nazioni».

L’approccio educativo di Giorgio La Pira si tradusse in visioni pedagogiche precise che guidano ancora oggi l’Opera per la gioventù. Ricorda il presidente: «L’esempio era che la formazione dovesse essere integrale e lo riassumevano in un’immagine. Diceva: “Dovete formare i giovani abituandoli ad avere il mappamondo sul comodino”, cioè avere una visione globale del contesto in cui vivono. Proprio per questo, quando La Pira partecipava alle riunioni nei primi anni Settanta, insisteva molto affinché si trovassero i cosiddetti “segni di speranza”. I giovani dovevano essere abituati e la lettura che l’Opera dava a essi doveva essere conformata a questo: al cercare, anche nei contesti complicati e difficili, i segni di speranza, che il fiume della storia procedesse verso la sua destinazione, verso il mare, nonostante anse e meandri. Un’altra immagine sua molto bella. Era il senso del suo messaggio educativo: la visione di una vita cristiana che certamente ha il suo punto centrale nella fede in Cristo, nella Rivelazione, ma che deve essere ancorata alla lettura della realtà. Crescere, come diceva, avendo “in una mano la Bibbia e nell’altra il giornale”».

Nella giornata conclusiva i giovani hanno redatto e condiviso il Documento finale, assumendo impegni concreti per la vita quotidiana a favore della pace e del dialogo ma ciò che essi portano a casa «non è una dichiarazione scritta ma la consapevolezza che un’alternativa all’odio esiste ed è partita da qui», conclude Gabriele Pecchioli. L’eredità di Giorgio La Pira e il coraggio di Pino Arpioni confermano la validità della loro intuizione: l’unità del genere umano non nasce da trattati formali ma dall’incontro e dall’amicizia personale con l’altro.

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21 agosto 2026, 12:48