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Amatrice ricorda con il silenzio e una fiaccolata le vittime del terremoto Amatrice ricorda con il silenzio e una fiaccolata le vittime del terremoto  (ANSA)

Italia, l'anniversario del sisma. Palmieri: se questi territori si svuotano, ci perdiamo tutti

A dieci anni dal terremoto che devastò vaste aree di Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, monsignor Gianpiero Palmieri racconta la fatica delle comunità tra ricostruzione, spopolamento e mancanza di servizi e lavoro. Nella notte, ad Arquata del Tronto, una fiaccolata silenziosa e il rintocco delle campane alle 03.36 hanno ricordato le vittime e gli istanti che segnarono per sempre il territorio

Francesca Sabatinelli - Città del Vaticano

Una fiaccolata silenziosa, luci che squarciano la notte, e poi alle 03.36 il rintocco delle campane per ricordare le vittime, in un silenzio surreale che riaccende nei cuori il dolore che segnò quei momenti. La notte tra il 23 e il 24 agosto, da dieci anni, Arquata del Tronto, come tutti i comuni distrutti dal sisma del 2016, rivive gli attimi del terrore scatenato dalla furia di un terremoto che colpì e devastò un’ampia area appenninica a cavallo tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, con un bilancio di 299 morti, quasi 400 feriti e oltre 40 mila sfollati. Tra i comuni distrutti si ricordano, in provincia di Rieti, Amatrice, che contò il maggior numero di vittime e Accumuli, epicentro della prima forte scossa, con una magnitudo 6.0. In provincia di Ascoli Piceno, fu colpita Arquata del Tronto, gravemente distrutta in particolare fu la frazione di Pescara del Tronto. Gravi scosse successive colpirono Norcia e Preci, in provincia di Perugia, e Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera, in provincia di Macerata. 

La messa celebrata dal cardinale e presidente della Cei, Matteo Maria Zuppi
La messa celebrata dal cardinale e presidente della Cei, Matteo Maria Zuppi   (ANSA)

Nel cuore le ferite della tragedia

«In questi dieci anni si è sempre vissuto questo momento in modo davvero molto forte», racconta il vice presidente della Conferenza episcopale italiana, monsignor Gianpiero Palmieri, arcivescovo-vescovo di Ascoli Piceno e di San Benedetto del Tronto - Ripatransone - Montalto, entrambe colpite dal sisma. «Tutti hanno ben consapevolezza della solidarietà che in quei momenti attraversò le persone, che si fecero vicine a chi aveva vissuto il terremoto». Palmieri, che nella notte ha celebrato la messa in ricordo delle vittime, sottolinea l’importanza della memoria, della cura e del futuro delle aree interne, e la convinzione che, nonostante tutto, si possa e si debba ripartire, persuasione che ha attraversato anche gli incontri della vigilia dell’anniversario, organizzati tra gli altri dalla stessa diocesi, e conclusisi stamane con la messa celebrata dal presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Matteo Maria Zuppi. «Noi tutti sentiamo il peso di questi lunghi, lunghissimi anni — ha detto Zuppi nell’omelia — portiamo nel cuore le ferite di quella tragedia, le promesse rimaste tali, le attese che si scontrano ancora con difficoltà, i ritardi insopportabili quando si è perso tutto», eppure «oggi anche noi diciamo: “Su, costruiamo”», ha incoraggiato.


Dal dolore alla ricostruzione 

«Con il passare del tempo — indica l’arcivescovo Palmieri ai media vaticani — direi che i sentimenti delle comunità colpite sono mutati. Si è passati dal dolore, dallo sconcerto, dalla devastazione interiore del primo periodo, al successivo desiderio di ricostruzione, di ripartenza e di rigenerazione, poi però è subentrato un sentimento di fatica, legato al fatto che la ricostruzione ha una tempistica più lunga di quella che forse ci si aspettava». Ora, il momento è particolarmente delicato, ed è necessario sostenere la speranza di tutti affinché non subentrino altri sentimenti, «questa volta proprio del tutto negativi: la disillusione, la delusione, l’idea che questi territori non ripartiranno mai. Idea falsa di per sé, ma bisogna sostenere le comunità».

L'immediata ricostruzione dei legami

A fronte di una tempistica discutibile circa la ricostruzione materiale dei luoghi, ciò che da subito apparve evidente fu l’immediata ricostruzione dei legami, attraverso «l'esperienza della solidarietà manifestatasi con la fortissima accoglienza verso chi aveva perso tutto, verso chi si era trasferito sulla costa e verso chi aveva deciso di ritornare sui luoghi del sisma, e questo è un elemento fondamentale per la ricostruzione sociale». «L’ostinazione bella e coraggiosa» di chi tornò a vivere nei luoghi del terremoto per farli ripartire «ha creato dei legami profondi tra le persone e questo è un elemento di relazione e coesione sociale su cui si può contare». Resta però l’abbandono, gli anziani che muoiono, i giovani che non tornano finché il territorio non offrirà possibilità di vita e di lavoro. E nonostante i «coraggiosi e bellissimi sforzi» di chi ha fatto il possibile per far ripartire la propria attività, artigianale o imprenditoriale, nulla si può senza un effettivo sostegno. L’elemento identitario, insiste Palmieri, resta un fattore molto importante nella ricostruzione, si può «contare sul fatto che le persone amano i loro luoghi d’origine e vi ritornano con una profonda nostalgia». Ma non è sufficiente, poiché il tema della “restanza”, cioè la scelta di rimanere nella terra d’origine, seppur disagiata, «è legato soprattutto a possibilità lavorative, alle possibilità che si possano ottenere i servizi, le scuole, le strutture di assistenza sanitaria». Nonostante gli sforzi evidenti portati avanti, anche per far sentire ai giovani «desiderabile il fatto di ritornare in questi luoghi», è assolutamente necessario «far ripartire l'attività lavorativa e imprenditoriale. Il turismo è sicuramente uno dei vettori, perché sono posti bellissimi sia a livello di natura che a livello d'arte, ma non può essere l'unico».

La vita ecclesiale dei territori colpiti 

Elemento decisivo che ha a che fare con le realtà identitarie, aggiunge Palmieri, «è la vita ecclesiale di questi territori, che era già ed è tuttora molto ricca, legata a luoghi sentiti come particolarmente significativi», testimonianza ne è la gioia che accompagna ogni ricostruzione e riapertura di chiese. Sin dai primi momenti successivi al sisma, la Chiesa si strinse immediatamente attorno alle persone colpite per soccorrerle nell’emergenza. «Ricordo che il vescovo Giovanni (D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno nel 2016 ndr) fu tra i primissimi a raggiungere il territorio. Ricordo una comunità di religiose che fece la scelta di trasferirsi nel luogo del terremoto per seguire le famiglie terremotate, prima nel trasferimento negli alberghi della costa e poi nel ritorno agli spazi della ricostruzione. Era una comunità religiosa formata da una italiana e due messicane, straordinarie, veramente eccezionali». Lo scorso anno l’apertura di un museo ad Arquata ha permesso di raccogliere le opere d’arte del territorio che non potevano essere ricollocate nelle chiese ancora in attesa della ricostruzione, e «questo è stato molto apprezzato, perché le persone hanno percepito che il territorio poteva rinascere a partire da quelle opere d’arte, da quegli oggetti di devozione intorno a cui la fede si radunava già in passato». 

La visita di Papa Francesco nei luoghi colpiti dal sisma
La visita di Papa Francesco nei luoghi colpiti dal sisma

Favorire la tensione della rinascita

Il ruolo della Chiesa resta quindi l’elemento fondamentale per favorire la tensione della rinascita. «Credo sia dovere della Chiesa vivere “con”, favorire coesione, progettualità e percorsi che possano aiutare le persone a rimettersi in piedi». Un ruolo che nel tempo è stato portato avanti dalla Caritas nazionale, che ha offerto «spazi di aggregazione comunitaria, messi a disposizione delle persone per rendere possibile alle comunità di ritrovarsi, di parlare, di riprogettare il futuro. Tutto questo aiuta a mantenere alta l’attenzione.  La ricostruzione materiale, per quanto faticosa, deve trovare una comunità pronta». L’appello dell’arcivescovo a chi dopo dieci anni guarda a macerie ancora vive, è quello di «non stancarsi, di non rassegnarsi, di non demordere», è un invito a tenere solida una forza di volontà che però va sostenuta, perché non diventi tutto «un’impresa impossibile». Il territorio va aiutato, e «non per una semplice questione di solidarietà. È un territorio ricchissimo, di tradizione, di bellezze naturali e culturali. Se questi territori si svuotano, ci perdiamo tutti». Un discorso che l’arcivescovo amplia a tutte le aree interne italiane, a quei luoghi, come quelli del sisma, che sono custodi di una importante bellezza naturale e artistica. E tutto questo «non deve andare perduto». 

Il parco della memoria nella frazione cancellata dal sisma
Il parco della memoria nella frazione cancellata dal sisma   (ANSA)

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24 agosto 2026, 13:21