Tornano in Duomo a Udine le antiche portelle dell'organo rinascimentale
Paolo Ondarza – Città del Vaticano
Ci sono opere che, anche quando vengono custodite con cura in un museo, sembrano attendere il momento di tornare nel luogo per il quale erano state concepite. Accade nel Duomo di Udine, dove dopo quasi tre secoli le monumentali portelle dell'organo rinascimentale dipinte da Martino da Udine, detto Pellegrino da San Daniele, ritrovano il loro contesto originario. Non è soltanto la ricollocazione di un capolavoro del Rinascimento friulano, ma la ricomposizione di un legame tra arte, liturgia e memoria ecclesiale.
Un frammento ritrovato della storia del Duomo
“Il ritorno delle portelle dell'organo rinascimentale rappresenta molto più di una ricollocazione museografica: è la restituzione di un frammento fondamentale della storia del Duomo e della memoria della nostra comunità”. Maria Beatrice Bertone, curatrice del Museo del Duomo di Udine, sintetizza così il significato dell'intervento che riporta le grandi tele nella cattedrale dopo un'assenza durata quasi trecento anni. “Dopo un lungo percorso, queste opere tornano finalmente a dialogare con il luogo per il quale Pellegrino da San Daniele le aveva concepite oltre cinquecento anni fa”.
Quando l'arte accompagnava la liturgia
Commissionate a Pellegrino da San Daniele nel 1519 e concluse nel 1521, le portelle avevano una funzione che andava oltre quella decorativa. Chiudendo l'organo proteggevano le canne dalla polvere e dall'umidità, ma allo stesso tempo offrivano ai fedeli un articolato racconto teologico. Pellegrino da San Daniele, prosegue Bertone, “mantenne la promessa di realizzare un lavoro capace di competere con la migliore pittura italiana del suo tempo”.
A organo chiuso era visibile la scena di san Pietro che consegna il pastorale a sant'Ermacora, immagine della trasmissione dell'autorità apostolica alla Chiesa di Aquileia; durante le celebrazioni, quando le ante venivano aperte per lasciare risuonare lo strumento, apparivano i quattro Dottori della Chiesa – Gregorio Magno, Girolamo, Agostino e Ambrogio – quasi a fare da cornice visiva alla liturgia.
Tre secoli di lontananza
La costruzione del nuovo organo di Pietro Nachini, nel Settecento, segnò l'inizio di un lungo periodo di allontanamento delle tele dalla cattedrale. Dopo essere passate attraverso depositi, edifici pubblici e i Musei Civici di Udine, dove sono rimaste per gran parte del Novecento, le opere, alte oltre quattro metri, sono state trasferite nei laboratori del Centro di Restauro Esedra. “Pellegrine, come il nome del loro autore e dopo un lungo percorso di restauro e valorizzazione, grazie anche all'intervento della Regione Friuli Venezia Giulia, vengono restituite alla Cattedrale come elemento essenziale dell'identità storica”, puntualizza la curatrice.
Il delicato intervento conservativo ha interessato le superfici pittoriche, la ricostruzione dei telai e il nuovo sistema di sostegno, permettendone oggi la ricollocazione nei pressi dell'antico vano dell'organo.
Gli studi condotti durante il restauro hanno inoltre contribuito a riconsiderare alcuni aspetti della pittura di Pellegrino da San Daniele, mostrando come l'oscurità che caratterizza oggi alcune superfici sia dovuta soprattutto al tempo e ai restauri ottocenteschi, più che a una precisa scelta stilistica dell'artista.
Custodire il patrimonio rendendolo vivo
Il ritorno delle portelle rappresenta anche uno dei momenti più significativi delle celebrazioni dedicate ai santi patroni di Udine e della ventesima edizione di Incontri di musica, arte e storia, rassegna che quest'anno riflette sul tema "Documenti e memorie con i Santi Patroni".
Per Bertone il significato dell'intervento va oltre la valorizzazione artistica. "Questo intervento conferma la missione del Museo del Duomo: custodire il patrimonio, ma soprattutto renderlo nuovamente vivo e leggibile". Un patrimonio che torna così a parlare non soltanto agli studiosi, ma anche ai fedeli e ai visitatori, ricostituendo quel dialogo tra pittura, architettura e liturgia che Pellegrino da San Daniele aveva immaginato oltre cinque secoli fa.
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