La Santissima Trinità, un santuario incastonato nei Monti Simbruini
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano
Allontanandosi da Roma e addentrandosi verso l’Appennino, il paesaggio del Lazio rivela luoghi segreti, stretti tra pareti di roccia e boschi, dove le costruzioni sembrano nascere dalla montagna e trovare in essa il proprio equilibrio. Sono spazi appartati, ma non dimenticati: intorno a essi, nel corso dei secoli, si sono raccolte storie di fede e forme di devozione che ancora oggi conducono intere compagnie di pellegrini lungo antichi cammini. È uno di questi il santuario della Santissima Trinità di Vallepietra, sui Monti Simbruini, quasi al confine tra Lazio e Abruzzo. Leone XIV lo ha raggiunto nella mattinata di oggi, 22 luglio, e si è raccolto in preghiera davanti all’antico affresco custodito nella grotta, per poi salutare i fedeli e i religiosi presenti.
Una chiesa nata dalla montagna
Il santuario sorge a 1.337 metri di altitudine, sul versante del Monte Autore, al di sotto della grande parete calcarea del Colle della Tagliata, che precipita per circa trecento metri sulla valle del Simbrivio. La chiesa, ricavata in parte nella cavità naturale e protetta dalla roccia che la sovrasta, sembra aderire alla montagna. Sulla facciata si apre una balconata ornata di fiori, dalla quale si è affacciato questa mattina anche Leone XIV per salutare i fedeli.
Il verde dei boschi, le sorgenti, le pareti scoscese e il silenzio dell’altura definiscono uno scenario nel quale natura e presenza umana hanno raggiunto nel tempo un equilibrio singolare. Il santuario si trova all’interno della vasta area protetta dei Monti Simbruini e dei Monti Ernici, caratterizzata da faggete appenniniche, praterie d’alta quota, grotte e rilievi rocciosi. La stagione dei pellegrinaggi va dal primo maggio alla fine di ottobre. Durante l’inverno, quando la neve e il gelo rendono difficile l’accesso, il santuario rimane chiuso, con la sola apertura straordinaria del 16 febbraio per la festa dell’Apparizione.
Le tre figure sulla roccia
Al centro della devozione è il grande affresco dipinto sulla pietra della grotta, che raffigura la Santissima Trinità in una forma rara nella tradizione occidentale. Le tre Persone divine sono rappresentate come figure umane perfettamente uguali, sedute sul medesimo trono, con lo stesso abito, il libro nella mano sinistra e la destra sollevata. Il gesto, più spesso interpretato come benedicente, appartiene anche all’antico linguaggio dell’oratoria e indica colui che parla e si rivela. Nell’immagine di Vallepietra non è dunque soltanto il Figlio a mostrare il libro e ad alzare la mano: lo fanno anche il Padre e lo Spirito Santo. Nessun attributo distingue una Persona dall’altra, mentre la cornice ornamentale, il trono comune e l’identità delle vesti ne sottolineano l’unità.
L’opera, alta oltre due metri e larga circa un metro e sessanta, è stata ricondotta alla cultura romana bizantineggiante attiva intorno al 1200. Sono stati proposti anche possibili rapporti con la teologia trinitaria di Gioacchino da Fiore e con l’ambiente dei monaci florensi presenti nella diocesi di Anagni, ma le origini del santuario e della sua immagine restano in parte oscure.
Nella cappella si conservano inoltre altri affreschi: scene dell’Annunciazione, della Natività, dell’adorazione dei Magi e della Presentazione al Tempio, insieme ai resti di un ciclo dedicato ai lavori dei mesi. Sulle pareti compaiono anche immagini della Vergine e di alcuni santi, testimonianza delle diverse fasi decorative del luogo.
Tra storia e leggenda
La tradizione popolare racconta che un contadino, mentre arava sulla sommità del Colle della Tagliata, vide precipitare nel vuoto i buoi. Raggiunto il ripiano ai piedi della rupe, li avrebbe trovati miracolosamente illesi e inginocchiati davanti all’immagine della Trinità apparsa nella grotta.
Un’altra leggenda, tramandata da una copia di una pergamena perduta, narra invece di due ravennati rifugiatisi sul Monte Autore per sfuggire alle persecuzioni di Nerone. Visitati dagli apostoli Pietro e Giovanni, avrebbero assistito all’apparizione della Trinità, che benedisse il monte come un nuovo Sinai.
Al di là dei racconti, alcuni studiosi hanno ipotizzato che il primo luogo di culto sia stato fondato da monaci orientali o da eremiti. A sostegno di questa lettura sono stati richiamati l’impostazione iconografica delle tre figure e alcuni nomi della geografia circostante: il monte posto di fronte al santuario era chiamato Sion, mentre sul versante abruzzese si trova il paese di Cappadocia. Un’altra tradizione attribuisce la fondazione a san Domenico di Sora.
Le compagnie in cammino
La storia di Vallepietra non appartiene però soltanto al passato. A distinguere ancora oggi il santuario è la persistenza del pellegrinaggio a piedi. Nei giorni che precedono la solennità della Santissima Trinità, compagnie provenienti dalla Ciociaria, dalla valle dell’Aniene e dall’Abruzzo percorrono per ore sentieri e strade di montagna, spesso camminando durante la notte.
Ogni compagnia procede dietro il proprio stendardo, tra canti e preghiere. Il viaggio collettivo conserva forme antiche, ma continua a parlare alle generazioni presenti: la fatica, l’attesa e l’arrivo davanti all’immagine sono parte di un’esperienza che unisce territori diversi e si rinnova di anno in anno.
Gli ex voto lasciati dai pellegrini sono oggi raccolti in un museo situato sotto il piazzale. Non sono soltanto oggetti di devozione, ma frammenti di esistenze: malattie superate, pericoli scampati, partenze, ritorni e grazie ricevute. Raccontano il legame tenace tra le comunità e questo piccolo santuario aggrappato alla roccia, dove la visita di Leone XIV ha condotto oggi lo sguardo di molti.
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