Centrafrica, Gazzera: la violenza non fermerà le parole di pace della Chiesa
Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano
L’uccisione di padre Crépin Martial Monga è una tragedia che non deve fermare il Vangelo, né la speranza. Dal suo sacrificio deve partire un sofferente momento di ripensamento, dove però “l’elemento della pace continua ad essere importante”. Monsignor Aurelio Gazzera, vescovo titolare di Bangassou, ricorda il vicario della parrocchia di San Giovanni Battista, a Zémio, nella medesima diocesi, nel sudest della Repubblica Centrafricana, al confine con il Sud Sudan e il Congo, assassinato il 29 giugno scorso. Giovane sacerdote di poco più di 30 anni, era stato ordinato da cinque, dopo essere stato con la Società delle Missioni Africane era tornato nella diocesi dove era nato, sottolinea Gazzera, una zona “molto problematica”. “In particolare da un anno a questa parte – indica il vescovo – ci sono combattimenti, forti tensioni tra un gruppo ribelle, i soldati governativi e i russi della Wagner che affiancano il governo. Padre Crépin ha lavorato molto per accogliere i rifugiati interni, alla missione eravamo arrivati a ospitare circa 3.000 persone. Poi ci sono coloro che sono scappati dal Paese, che hanno attraversato il fiume e sono riparati in Congo, e lì sono più di 35.000 persone”.
La pace di padre Crépin
Padre Crépin Martial Monga, racconta il presule, aveva anche fatto un grande lavoro di mediazione, “cercava di tenere i contatti con i vari capi della ribellione, con le autorità e la popolazione per cercare di limitare i danni e trovare soluzioni ai problemi che ci sono, in una zona che da almeno 30 anni è abbandonata”, dove “le strade sono orribili e lo Stato fa poco o niente”. Una zona di confine caratterizzata da una “forte identità etnica”, attraversata dai ribelli del Lord’s Resistence Army (LRA) di Joseph Kony, gruppo ribelle noto per il rapimento di bambini per trasformarli in soldati, per le violenze sistematiche contro i civili, sul cui leader esiste un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale per più di 30 capi di accusa tra crimini di guerra e contro l’umanità. Sono stati “anni di massacri, poi nel 2013-2014 ci fu la violenza di Seleka, altra alleanza di gruppi ribelli e anche lì altri massacri - prosegue monsignor Gazzera – sempre sotto l’occhio dello Stato e della comunità internazionale che non faceva niente”.
Violenza e povertà
A seguito della terribile violenza, gruppi di giovani si armarono per liberare i villaggi dai ribelli e dagli uomini di Kony, e vi riuscirono anche, fino a quando il governo non decise di arruolarli, di creare una formazione assieme ai russi della Wagner, il che però diede vita ad altri gravi problemi. Ad oggi la situazione è davvero drammatica per diversi fattori. “Uno – spiega monsignor Gazzera – è il disastro delle strade, per cui, ad esempio, un sacco di cemento che a Bangui costa 15 euro, a Zémio ne costa sui 75-80. Questo rende un po’ l’idea, in scala, del prezzo degli altri prodotti, dallo zucchero all’olio, il che rende impossibile esportare e vendere, questo fa sì che sia una zona asfissiata. Da una parte, quindi, c’è l’elemento economico molto problematico, dall’altra – prosegue – si inserisce la questione dei gruppi ribelli, delle tensioni con il governo e dell'incapacità del governo stesso di affrontare seriamente i problemi di fondo. Noi vescovi l'abbiamo scritto l'anno scorso, a maggio, quando ci sono stati i primi scontri e, sin da allora, abbiamo sempre parlato di due piste: dialogo e sviluppo, che sono le due chiavi per poter far vivere la zona in tranquillità. Però, ad ora, siamo ancora molto lontani”. La Chiesa, nonostante tutto, “continua a seminare pace”. Sono due, in particolare, le parrocchie “nell'occhio del ciclone, una è Zémio e una è Obo, dove, grazie soprattutto al lavoro del parroco e dei sacerdoti, una grossa parte dei ribelli ha consegnato le armi e sta cercando di prendere un altro cammino. Questo è un elemento positivo e così vogliamo continuare a lavorare”.
Un martirio che darà i suoi frutti
Padre Crépin Martial Monga “non è stato ucciso per caso”, aggiunge il presule, che riporta le testimonianze di coloro che concordano che i killer cercassero proprio lui. “Non sappiamo chi ci sia dietro e cercheremo di scoprirlo, non accusiamo nessuno in particolare perché non abbiamo elementi precisi, però l’impressione comune è che colpendo lui si volesse fermare il processo di pacificazione, che si sia voluto lanciare un segnale forte per dire: discussioni non ne vogliamo e bisogna continuare con la guerra”. L’azione di chi vuole la pace invece non si fermerà, anche in nome del sacrificio del sacerdote, conclude monsignor Gazzera, che ha scelto di celebrare il funerale, ieri primo luglio, “con il colore rosso, non viola e non bianco, ma rosso perché secondo me è un martire di questa opera di pace. Nell’omelia ho detto che non dobbiamo scoraggiarci, che dobbiamo fare in modo che il sacrificio di Crépin porti frutti di pace, di riconciliazione e di perdono”.
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