Kikuchi: la Chiesa in Asia, comunità di realtà diverse unite da una sola fede
Città del Vaticano - Deborah Castellano Lubov
“Abbiamo avuto l'opportunità di approfondire la nostra comprensione della realtà in Asia e la consapevolezza che, pur vivendo in contesti molto diversi, siamo uniti in un'unica fede, in un unico Corpo di Cristo”. Lo spiega il cardinale Tarcisius Isao Kikuchi, arcivescovo di Tokyo (Giappone) e segretario generale della Federazione delle Conferenze dei Vescovi dell’Asia (FABC) a colloquio con i media vaticani sulla XII Assemblea Plenaria apertasi lunedì a Giacarta, in Indonesia, e che si conclude domenica 26 luglio. Oltre 120 i porporati e i vescovi riuniti per pregare e riflettere sulla missione della Chiesa nel continente asiatico. Il cardinale Kikuchi ha presieduto la celebrazione eucaristica che ha dato inizio all'Assemblea, contraddistinta da giornate ricche di condivisione, la presentazione delle riflessioni emerse nelle discussioni di gruppo.
Eminenza, quali ritiene siano i principali frutti dell'Assemblea Plenaria finora? Quali sono stati i temi e le priorità principali delle vostre discussioni?
La Chiesa in Asia esiste nelle diverse realtà culturali, linguistiche, politiche ed economiche, ma una cosa è comune alla maggior parte di noi: siamo una minoranza assoluta nella società, fatta eccezione per le Filippine. Il primo giorno i partecipanti hanno presentato brevi video di tre minuti, mercoledì abbiamo avuto una giornata di preghiera e conversazione nello Spirito, guidata dal cardinale Luis Antonio Tagle e giovedì ci siamo dedicati all'approfondimento del mutevole panorama socio-politico dell'Asia e alla condivisione della realtà delle nostre Chiese locali. Abbiamo avuto l'opportunità di approfondire la nostra comprensione della realtà in Asia e di accrescere la consapevolezza di vivere in realtà molto diverse, ma unite in un'unica fede, un unico Corpo di Cristo. Abbiamo condiviso le sfide e le opportunità per la missione, basate sulle realtà locali, e abbiamo trovato alcuni elementi comuni, in particolare l'importanza del dialogo. Stiamo cercando il modo migliore per essere noi stessi dei ponti, ma anche costruttori di ponti tra le persone, insieme alle persone attraverso il dialogo: con culture diverse, con le persone, specialmente i poveri, nella variegata realtà delle numerose religioni e nella risposta alla crisi ecologica.
L'Asia è un continente straordinariamente diversificato. Cosa ha appreso dai suoi confratelli vescovi durante quest'assemblea?
Le drastiche ondate migratorie in Asia richiedono un'immediata attenzione pastorale in molti Paesi. Anche la tutela della dignità umana è una priorità in molti Stati. Sebbene ogni Nazione abbia la propria situazione e i propri problemi, possiamo cercare vie di cooperazione tra le comunità ecclesiali in Asia. Ciò di cui le rispettive comunità ecclesiali in Asia hanno bisogno è la comprensione reciproca delle rispettive realtà e la cooperazione reciproca. Tutti i miei confratelli vescovi, nonostante le loro diverse realtà, chiedono il riconoscimento delle circostanze in cui operano e il sostegno, soprattutto spirituale, reciproco.
I cattolici in Giappone rappresentano una percentuale relativamente piccola della popolazione. Come arcivescovo di Tokyo, in che modo ritiene che le deliberazioni di questi giorni possano aiutare la sua Chiesa a testimoniare meglio o addirittura a diffondere la fede in questo contesto?
Secondo le statistiche ufficiali della Chiesa, in Giappone ci sono meno di mezzo milione di cattolici. Tuttavia, in realtà, nel Paese risiede almeno un altro mezzo milione di cattolici migranti. Il sistema di registrazione ufficiale della Chiesa in Giappone non tiene pienamente conto di queste persone. Ad esempio, si stima che circa 40mila filippini risiedano nell'arcidiocesi di Tokyo, e molti giovani vietnamiti che lavorano in Giappone con visti temporanei sono anch'essi cattolici. Attraverso i nostri incontri con i vescovi di altri Paesi asiatici, abbiamo intrapreso proficue discussioni sulla realtà dei cattolici migranti e scambiato prospettive significative sulla loro cura pastorale. Siamo tutti d'accordo sul fatto che la presenza dei cattolici migranti rappresenti un contributo significativo alla comunità ecclesiale locale, arricchendone la diversità e permettendo alla Chiesa di essere testimone di unità nella diversità, in particolare in una società che spesso tende all'esclusione e al nazionalismo, come quella giapponese. Essendo un esempio di "unità nella diversità", la Chiesa in Giappone può proclamare i valori del Vangelo attraverso la sua stessa esistenza, essendo una comunità di persone di diverse nazionalità che camminano e pregano insieme. La sinodalità è fondamentale per questa testimonianza.
Come è stata accolta in Giappone l'enciclica Magnifica humanitas di Papa Leone XIV? Data la leadership del Giappone nell'innovazione tecnologica, ritiene che il documento abbia avuto risonanza nella società giapponese? Secondo lei, quali aspetti possono essere particolarmente preziosi nel contesto giapponese?
La nuova enciclica Magnifica humanitas è stata oggetto di numerosi articoli di stampa in Giappone. In effetti, fin dall’elezione, le parole e le azioni di Papa Leone sono state ampiamente seguite dai media giapponesi. Vi è un notevole interesse per la nuova enciclica perché affronta il tema dell'intelligenza artificiale - che è anche una questione di interesse nazionale in questo momento -, ma la traduzione ufficiale giapponese è ancora in corso e attendiamo con impazienza la pubblicazione. Solo allora potremo valutare la reazione dell’opinione pubblica.
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