Terra Santa, i giovani di Gerusalemme a Roma: "Sentiamo vicino il Papa"
di Emiliano Eusepi
Negli occhi hanno la luce dei luoghi dove la salvezza ha preso carne: nonostante il peso di una quotidianità segnata da incertezze, questi sono i ragazzi della parrocchia di San Salvatore a Gerusalemme che oggi, 24 luglio, concludono un pellegrinaggio di alcuni giorni a Roma che è stato insieme itinerario di fede, testimonianza e soprattutto di invocazione di pace. Un’iniziativa che rientra nel cammino promosso da padre Harold Toledano, superiore della comunità degli Agostiniani Scalzi della Chiesa di Gesù e Maria al Corso, con il progetto In illo uno unum, Ab oriente et occidente: un ponte spirituale nato per unire in un’unica preghiera per la pace le comunità del Medio Oriente e i fedeli del medio oriente presenti nella capitale, e non solo.
Il saluto del Papa
Il momento centrale di questo pellegrinaggio è stato la mattina di domenica 19 luglio nel cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Al termine dell’Angelus, Papa Leone XIV ha rivolto un saluto personale al gruppo, un gesto di attenzione che ha commosso i giovani e i loro accompagnatori. «Siamo le pietre vive della Terra Santa che in questo momento difficile ha bisogno della preghiera di tutti, e noi abbiamo bisogno di sentire vicino il Papa», dichiara fra Boutros Moallem, francescano della Custodia di Terra Santa.
La testimonianza dei cristiani
Anche nelle parole di suor Amal, che collabora alle attività pastorali della Chiesa di San Salvatore troviamo una profonda testimonianza di fede: «Non siamo venuti qui per cercare soluzioni immediate, ma per essere confermati nella nostra testimonianza di cristiani. Il saluto del Papa ci dà una spinta concreta perché ci ricorda sempre che la pace non è un dono che si riceve passivamente, ma un giardino da coltivare ogni giorno attraverso lo studio, il lavoro e la resilienza».
Nella diocesi di Frascati
Lunedì il gruppo ha fatto tappa nella diocesi di Frascati, accolto dal vescovo, monsignor Stefano Russo. È stato un momento di dialogo intenso e commovente, durante il quale i ragazzi di Gerusalemme hanno condiviso cosa significhi oggi crescere come minoranza cristiana. Le testimonianze dei giovani del gruppo han toccato i cuori dei presenti: «Nonostante le difficoltà, lo Spirito ci dà il coraggio di andare avanti come i primi discepoli — racconta la giovane Maria —. Essere nati nella terra di Gesù è una grazia quotidiana. Celebrare il Vangelo al Santo Sepolcro nella nostra lingua è un privilegio unico. Ai nostri coetanei diciamo che la nostra forza non sta nel potere, ma nella carità di Gesù, che è morto perdonando tutti». E i giovani di Terra Santa — sottolinea la giovane — rappresentano il «quinto Vangelo», una parola che nonostante tutto è ancora in viva e che chiede di non essere dimenticata dalla Chiesa universale.
"Non possiamo fare tutto, ma qualcosa sì"
Molto importante anche l’incontro con l’arcivescovo Luis Marín de San Martín , prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità. Di fronte ai drammi che affliggono il Medio Oriente, il presule ha offerto parole di incoraggiamento e concretezza: «Di fronte alle immense povertà e sofferenze del mondo possiamo sentirci impotenti. Non possiamo fare tutto, ma qualcosa sì. Ognuno può offrire quel poco che è, trasformandosi in uno strumento efficace della carità di Dio». Monsignor Marín de San Martín ha poi ricordato la vera natura dell’esperienza ecclesiale: «La Chiesa non è una struttura burocratica, ma una famiglia. Vivere da fratelli significa riscoprire il calore dell’accoglienza, dove nessuno è straniero. Solo nella comunione e nella testimonianza concorde il Vangelo diventa credibile per il mondo». Torneranno a Gerusalemme con la certezza di non essere soli, portando soprattutto nel cuore l’abbraccio della Chiesa di Roma.
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