Carceri e diritti dei detenuti, lo "sguardo" della Chiesa
Roberto Paglialonga - Città del Vaticano
C’è un modo di guardare al mondo delle carceri che trascende la pena, il reato, la colpa. È quello di chi non si accontenta degli stereotipi, ma punta al cuore e penetra col proprio sguardo, con la parola, con la potenza trasformativa dell’incontro, ogni storia. È quello che la Chiesa cerca di fare, da sempre. Perché "per entrare dentro ogni storia, serve l’amore che tutto spiega. L’opposto dell’odio, che tutto nasconde". A dirlo è Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione, nel corso del convegno intitolato “Diritto all’esecuzione penale. Normativa, prassi e interpretazione giurisprudenziale”, promosso il 7 e 8 luglio, presso la Scuola di perfezionamento per le Forze di polizia, dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale (GNPL) e dall’Associazione italiana giovani avvocati (AIGA), e moderato dal giornalista dei media vaticani, Davide Dionisi, alla presenza di numerosi giuristi e operatori del settore penitenziario e della giustizia.
Paolo VI a regina Coeli
Ruffini, intervenendo stamattina nel terzo panel delle due giornate di studio, ha ripercorso il rapporto di alcuni Pontefici con il mondo dei detenuti. Paolo VI, visitandoli a Regina Coeli nel 1964, spiegò come l’origine dell’attenzione della Chiesa verso di loro fosse in Cristo, che ha chiesto di farsi prossimo ai peccatori e a chiunque abbia un dolore da mitigare, esprimendo tutta la sua compassione: "Vi amo davvero perché scopro in voi l’immagine di Dio, la somiglianza di Cristo, l’uomo ideale che ancora voi siete e potete essere". La prospettiva della comunicazione della Chiesa, allora, ha sottolineato Ruffini, vede le carceri "come paradigma di un cambiamento sempre possibile, fondato sulla relazione, la riscoperta in se stessi e negli altri di una infinità di storie nuove possibili".
Ruffini: l'attenzione dei Papi da Giovanni Paolo II a Leone XIV
E se Giovanni Paolo II, ai carcerati di Viterbo nel 1984, parlò di speranza, Francesco "ha scelto ripetutamente le carceri per raccontare il mistero della redenzione. La lavanda dei piedi nei riti del Giovedì Santo»; la costante «richiesta di condizioni dignitose"; "la bolla di indizione del Giubileo 2025 Spes non confundit, con la richiesta di forme di amnistia o condoni di pena"; fino al gesto inedito e dirompente della Porta Santa aperta il 26 dicembre 2024 non in una basilica, ma nel carcere romano di Rebibbia. Mentre Leone XIV, al Giubileo dei detenuti, ha posto l’accento sul "principio-cardine del magistero" per cui "nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto, e la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione, non solo di punizione". Attraverso le testimonianze sui media vaticani, ha concluso il prefetto, "abbiamo condiviso storie" di chi "cerca il modo di uscire dal buio, di imparare un mestiere per poter riprendere la vita normale", dando voce anche a cappellani e agenti, e spazio a iniziative di reinserimento. "Riparare, rigenerare, perdonare" sono i criteri su cui la Chiesa basa la propria azione, anche per raccontare prospettive di "cambiamento e conversione".
Zuppi: non più tollerabili condizioni di vita che non rieducano
Sulla funzione rieducativa della pena è intervenuto anche il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. "Non sono più tollerabili condizioni di vita che non rieducano, ma sono soltanto punitive. Si tratta di condizioni inaccettabili per i detenuti e le nostre istituzioni. Basterebbe applicare le norme che già ci sono", ha detto. Aggiungendo che "il sovraffollamento è una tragedia, e non è più nemmeno un’emergenza, è così da decenni". Occorre pertanto "applicare tutte le pene alternative — investendo anche negli assistenti sociali e in tutti gli operatori — che possano alleggerire la situazione e aiutare il sistema a svolgere meglio il proprio ruolo, che è quello di preparare il futuro, riparare e risanare le ferite. La logica di 'buttare la chiave' non funziona". Fondamentale, quindi, "il legame col territorio", che può creare "possibilità di lavoro" e reinserimento. La Chiesa, per parte sua, "è presente con i cappellani e con il mondo del volontariato, importantissimo". Il carcere, ha concluso Zuppi, "è un luogo di relazioni, nel quale deve essere garantito un progetto, un itinerario, per non guardare soltanto al passato".
Conti: il sovraffollamento proprità assoluta del Garante
Il sovraffollamento è stato uno dei temi principali anche dell'intervento dell'avvocato Irma Conti, componente del Collegio del GNPL. Si tratta della "priorità assoluta al centro dell’azione del Garante, e per fare ciò gli strumenti sono l’accelerazione verso le misure alternative per l’esecuzione della pena all’esterno per ricollocare il sistema nelle proporzioni con le strutture e le risorse", ha dichiarato. Inoltre, "non è più rinviabile il ricorso all’adeguamento delle infrastrutture digitali, all’inclusione, e alla differenziazione delle misure secondo le peculiarità della popolazione detentiva".
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