Burundi, la pace che dura va costruita ogni giorno
di Enrico Casale
Il Burundi è come una spiaggia davanti a un mare in burrasca. Onde alte di violenza si abbattono periodicamente su questo piccolo Paese. L’odio interetnico è il vento che soffia sull’acqua, scatenando stragi che nel tempo hanno provocato migliaia di vittime. Questi tsunami, causati talvolta dalla contrapposizione tra le etnie hutu e tutsi, si sono ripetuti nel 1965, nel 1972, nel 1988, nel 1993 e nel 2015. Tutte queste crisi hanno provocato migliaia di morti, la distruzione di infrastrutture e profonde tensioni sociali.
Il ruolo della Chiesa
In questo contesto, la pace va costruita giorno per giorno fino a diventare uno stile di vita. Lo Stato cerca di favorire una pace duratura, anche attraverso accordi come quello di Arusha del 2000. In questa prospettiva, la Chiesa cattolica svolge un ruolo fondamentale e, al suo interno, i movimenti dell’Azione cattolica, in comunione con la gerarchia ecclesiastica, promuovono la sacralità della vita, i diritti umani, la pace e la riconciliazione. Per questo motivo, dal 2004, la Chiesa del Burundi ha avviato un progetto di pace e riconciliazione che coinvolge giovani, politici, sacerdoti, religiosi e membri di altre confessioni religiose. A raccontarlo è monsignor Salvator Niciteretse, vescovo della diocesi di Bururi, nel sud del Paese, dove vivono circa 900.000 cattolici, pari al 45% della popolazione. È una Chiesa che ha pagato un prezzo altissimo durante le violenze e che oggi considera la riconciliazione una priorità pastorale. Nella diocesi sono stati uccisi tre missionari saveriani, due sacerdoti, una laica, migliaia di fedeli e persino il nunzio apostolico.
Una presenza radicata
Il vescovo ricorda come molti cristiani abbiano nascosto persone appartenenti all'etnia rivale, rischiando la propria vita. Il simbolo più forte resta il martirio dei 40 seminaristi di Buta. Nel 1997 un gruppo di ribelli hutu entrò nel seminario imponendo agli studenti di dividersi tra hutu e tutsi. I ragazzi rifiutarono, dichiarando di essere soltanto cristiani e fratelli in Cristo. I miliziani aprirono il fuoco, uccidendone quaranta. Per la Chiesa burundese rappresentano una delle più alte testimonianze di fraternità evangelica. Il processo diocesano di beatificazione dei seminaristi, così come quello dei tre missionari saveriani uccisi nella diocesi, è già stato trasmesso al Vaticano. L'Azione cattolica è presente a Bururi dagli anni Sessanta. «Più che di un unico movimento — spiega monsignor Niciteretse — si tratta di una costellazione di associazioni accomunate dai quattro elementi propri dell’Azione cattolica: finalità evangelizzatrice, comunione con la gerarchia ecclesiastica, organizzazione stabile e responsabilità affidata ai laici». Alcuni movimenti, come Xaveri, provengono dalla Repubblica Democratica del Congo, altri dalla Francia, mentre altri ancora sono nati in Africa grazie ai Missionari d’Africa. Oggi queste realtà riuniscono oltre 90.000 aderenti nella sola diocesi di Bururi. Bambini, giovani e adulti partecipano a percorsi di catechesi, formazione, animazione liturgica e impegno sociale, con l’obiettivo di tradurre il Vangelo nella vita quotidiana.
Diritti umani e bene comune
Accanto alla formazione generale trovano spazio incontri dedicati alla pace, alla riconciliazione, al rispetto della vita, dei diritti umani e del bene comune. «Lavoriamo per creare una cultura della pace e della riconciliazione», afferma il vescovo. Per questo la diocesi sta realizzando quattro centri di formazione permanente, uno dei quali è già stato completato, destinati a catechisti, responsabili dei movimenti, insegnanti, volontari, politici, poliziotti, soldati e altri laici. L’estate rappresenta uno dei momenti più importanti dell’anno. In tre località della diocesi si svolgeranno grandi raduni che coinvolgeranno circa 10.000 giovani, il 90% dei quali appartiene ai movimenti di Azione cattolica. Per alcuni giorni alterneranno preghiera, riflessione e formazione sui messaggi del Papa, sulla Dottrina sociale della Chiesa, sulla giustizia, sulla libertà e soprattutto sulla necessità di superare le divisioni etniche.
Il dialogo interreligioso
La promozione della pace passa anche attraverso il dialogo ecumenico e interreligioso. Dal 2004 la diocesi organizza marce per la pace e iniziative comuni con cattolici, protestanti e musulmani per favorire la conoscenza reciproca e impedire che le tensioni politiche degenerino in conflitti tra comunità. Secondo monsignor Niciteretse, il problema non è la convivenza tra hutu e tutsi. «Le persone riescono a vivere insieme. Ad alimentare le divisioni sono alcuni leader politici, che sfruttano discriminazioni, esclusioni politiche e ingiustizie sociali per rafforzare il proprio consenso». Per questo, conclude, la pace nasce soprattutto dall’educazione delle nuove generazioni, chiamate a riconoscersi fratelli prima ancora che membri di un’etnia.
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