Da Betlemme alla Polonia, un viaggio per ricordare cosa significa essere bambini
Don Łukasz Bankowski - Città del Vaticano
"Il momento più bello? Credo sia stato quando siamo saliti sull’autobus ad Amman. I bambini hanno iniziato a sorridere. Sapevano che la parte più difficile del viaggio era ormai alle nostre spalle". È ancora emozionata suor Szczepana Hrehorowicz, direttrice della Casa della Pace di Betlemme, nel raccontare il passaggio al valico di frontiera tra Palestina e Israele compiuto con le altre consorelle e una trentina di bambini della Casa della Pace, invitati per la quarta volta in Polonia dalla parrocchia della Visitazione della Beata Vergine Maria a Witoszów Dolny, nella diocesi di Świdnica. Stanchi, sottoposti a ripetuti controlli e con il timore di non riuscire ad arrivare in tempo all’aereo, i bambini di Betlemme qualche giorno dopo correvano già sulla spiaggia del Mar Baltico, percorrevano i sentieri dei Monti Tatra e ridevano come se, almeno per un momento, la guerra non ci fosse mai stata. “Questi bambini hanno bisogno di un momento di sollievo. Hanno bisogno di gioia, di sentirsi al sicuro e di incontrare persone che mostrino loro che il mondo non finisce con la guerra”, afferma ai media vaticani il parroco, don Jarosław Lipniak.
Prima di tutto il viaggio
Per la maggior parte dei partecipanti si è trattato del primo viaggio fuori dalla Palestina. E raggiungere la Polonia è stata un’impresa: a causa della guerra era infatti impossibile partire da Tel Aviv. L’unica possibilità era attraversare il ponte di frontiera verso la Giordania. Il viaggio è iniziato prima dell’alba, tra lunghe code, continui cambi di autobus, controlli accurati, ore di attesa e la costante paura che il valico venisse chiuso. “Non sapevamo mai quanta gente avremmo trovato. Se il ponte fosse stato chiuso, avremmo perso i biglietti aerei. Per questo partiamo sempre con largo anticipo e aspettiamo”, racconta suor Szczepana. Solo arrivati ad Amman il gruppo ha potuto tirare un sospiro di sollievo; da lì i bambini sono volati a Berlino, dove ad attenderli c’era già don Jarosław Lipniak.
Il sapore della normalità
Il programma del soggiorno è stato ricco: Kołobrzeg, Danzica, Varsavia, il santuario di Jasna Góra, Podhale, Cracovia, Breslavia, Wałbrzych e la Valle di Kłodzko. Ma chiedendo agli accompagnatori cosa abbia colpito di più i bambini, la risposta sorprende: non i monumenti, non i paesaggi e nemmeno i ristoranti. La gioia più grande nasceva dalle cose più semplici, quelle che per tanti bambini polacchi sono assolutamente normali: passeggiare senza paura, andare in bicicletta, mangiare un gelato, fare una gita in battello o entrare nelle fredde acque del Mar Baltico. “In Palestina l’acqua è un bene preziosissimo. I bambini non riuscivano a credere che ci fosse così tanto mare. Potevano giocare sulla spiaggia, ridere e semplicemente godersi quel momento”, sottolinea ancora la suora. La scoperta ancora più grande è stata però la libertà. Camminare per strada, passeggiare nei boschi, salire in montagna senza dover pensare ai posti di blocco o al suono delle sirene.
La pace si costruisce insieme
Dietro questi sedici giorni ci sono il lavoro e l’impegno di tante persone. Don Lipniak sottolinea che senza il sostegno della Provincia di Breslavia dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, il viaggio quest’anno non sarebbe stato possibile. I Cavalieri del Santo Sepolcro hanno finanziato il soggiorno di dieci bambini e hanno contribuito a coprire i costi molto più elevati della trasferta, resi necessari dalla cancellazione dei voli inizialmente previsti. Un’altra testimonianza significativa è giunta dalla parrocchia evangelica luterana di Świdnica, raccolta attorno alla storica Chiesa della Pace, che ha finanziato il soggiorno di uno dei bambini: “È uno splendido esempio di collaborazione ecumenica”, afferma il sacerdote. “Di fronte alla sofferenza dei bambini non ci chiediamo chi sia cattolico e chi luterano. Vogliamo semplicemente aiutare”. All’organizzazione hanno partecipato anche numerosi fedeli della Bassa Slesia, benefattori, comunità religiose, famiglie e tante persone che hanno aperto le porte delle loro case lungo le diverse tappe del viaggio.
Una Casa che restituisce speranza
Quando parla di questa esperienza, suor Szczepana torna sempre con il pensiero a Betlemme. È lì che attendono i bambini la cui vita quotidiana continua a essere segnata dalla paura e dall’incertezza. La Casa della Pace, affidata alle Suore Elisabettine, non è semplicemente un luogo di accoglienza. È uno spazio dove i più piccoli imparano di nuovo a fidarsi, a sorridere e a credere che il futuro possa essere diverso. Don Jarosław Lipniak non ha dubbi: senza suor Szczepana e le sue consorelle nessuna delle quattro visite in Polonia sarebbe stata possibile: “Il loro servizio quotidiano dimostra che l’amore è più forte della guerra e di ogni divisione. Noi, durante questi sedici giorni, abbiamo potuto soltanto diventare una piccola parte di questa missione”. In fondo, era questo il vero senso del viaggio: non visitare la Polonia, non trascorrere una vacanza, ma permettere a trenta bambini di Betlemme di ricordare, almeno per un paio di settimane, che cosa significa essere bambini.
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