Alzheimer, la Chiesa rilancia la cultura della cura come responsabilità collettiva
Guglielmo Gallone – Città del Vaticano
«Di fronte all’Alzheimer dobbiamo tornare a una spiritualità forte, sapendo che nel malato c'è il volto di Cristo e che siamo chiamati a creare una rete di fede, di speranza e di carità». È da questa convinzione che monsignor Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere emerito della Pontificia Accademia delle Scienze, spiega ai media vaticani il significato del convegno Alzheimer: bisogno sociale, responsabilità collettiva, ospitato martedì 14 luglio nella Sala dei Cento Giorni del Palazzo della Cancelleria Vaticana. Un incontro che ha riunito istituzioni, comunità scientifica, mondo ecclesiale e associazioni dei pazienti con un obiettivo ben preciso: riflettere sull'Alzheimer come sfida sanitaria, sociale ed etica.
I temi al centro dell'incontro
Perché questa non è soltanto una malattia neurologica. Diventa, oggi soprattutto, cioè con lo sviluppo di nuove tecnologie e con il crescere di nuove sfide, una questione sociale, politica e persino culturale, che interroga il modo in cui una comunità si prende cura delle persone più fragili. Proprio da qui è partito il convegno, moderato da Davide Dionisi, e basato sulla convinzione che, come spiegato dagli organizzatori, «l’Alzheimer non può essere considerato una questione privata delle singole famiglie, né affrontato attraverso interventi frammentati e disomogenei», bensì «richiede una responsabilità collettiva, fondata sul riconoscimento della dignità di ogni persona». In Italia, oltre 600 mila persone convivono con l'Alzheimer e più di tre milioni di familiari e caregiver sono coinvolti nell'assistenza quotidiana. Di più, se in Italia cresce l'aspettativa di vita, aumenta anche il numero di persone che convivono a lungo con patologie croniche e neurodegenerative. È una delle grandi sfide poste dall'invecchiamento della popolazione: vivere più a lungo non significa necessariamente vivere in buona salute. «L'Alzheimer è una grande malattia che oggi sfida non solo i medici e la scienza, ma tutto il sistema della salute, l'assistenza, la famiglia e la società», ha ribadito monsignor Sorondo. Una sfida che, ci spiega, sta vivendo una fase nuova grazie ai progressi della ricerca: «Oggi si apre quello che possiamo definire un nuovo paradigma», osserva riferendosi alle nuove terapie che intervengono direttamente sui meccanismi molecolari della malattia. Pur senza poter parlare di una cura definitiva, aggiunge, questi sviluppi consentono di rallentarne la progressione e di migliorare la qualità della vita dei pazienti, rendendo ancora più urgente una risposta condivisa che coinvolga sanità, istituzioni e società civile.
Il ruolo della teologia
Durante il suo intervento, monsignor Antonio Staglianò, presidente della Pontificia Accademia Teologica e arcivescovo emerito di Noto, ha ricordato che «la questione, essendo umana, è anzitutto morale» e richiede perciò una riflessione teologica. Affrontare l'Alzheimer, ha spiegato, significa interrogarsi sull'uomo prima ancora che sulla malattia, nella consapevolezza che «la persona umana non è riducibile alle sue funzioni cognitive, produttive o relazionali». Per questo, ha aggiunto, la vera sfida consiste nel creare le condizioni perché ogni persona possa continuare a vivere pienamente la propria dignità, investendo nelle relazioni e contrastando quella «cultura della volontà di potenza» che tende a misurare il valore della vita in base all'efficienza. «Il malato non sia un paziente da gestire, ma una persona da incontrare», è stato il suo appello.
Le sfide della ricerca
Imprescindibile partire dalla dimensione scientifica e, perciò, a delineare lo stato dell'arte della ricerca è stato Vincenzo Di Lazzaro, direttore della Neurologia del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico. A margine dell'incontro, il neurologo ha spiegato ai media vaticani come l'Alzheimer «per molti anni sia stato caratterizzato da una sorta di rassegnazione». Oggi, invece, «la ricerca scientifica ci ha messo a disposizione strumenti per una diagnosi precoce, addirittura predittiva dell'evoluzione della malattia, e stanno arrivando nuovi farmaci che possono modificarne il decorso». Un cambio di paradigma che, sottolinea, rende fondamentale il coinvolgimento dell'intera società. Accanto ai progressi della ricerca, Di Lazzaro richiama anche il valore della prevenzione. «Possiamo prevenire un Alzheimer su due», afferma, ricordando come il controllo della pressione arteriosa e del colesterolo, l'attività fisica regolare, una vita sociale attiva, l'abolizione del fumo e la cura della depressione, così come dei disturbi della vista e dell'udito legati all'età, possano ridurre sensibilmente il rischio di sviluppare la malattia.
Le istituzioni davanti alla sfida
E di prevenzione ha parlato anche il ministro della Salute, Orazio Schillaci, che nel suo videomessaggio ha definito l'Alzheimer «non solo una questione sanitaria, ma una realtà che coinvolge l'intera società». Per questo, ha spiegato, è necessario un «impegno condiviso», rilanciando il rifinanziamento del Fondo Alzheimer, il sostegno alla ricerca, il rafforzamento dell'assistenza territoriale e della telemedicina, così da offrire «risposte sempre più capaci e integrate» ai pazienti e ai loro familiari. In questa linea il pomeriggio è proseguito con la presenza fondamentale delle istituzioni, chiamate a confrontarsi con il mondo scientifico e con le associazioni dei pazienti sulle prospettive di cura e di inclusione. Alla tavola rotonda hanno preso parte, tra gli altri, il sottosegretario alla Salute del governo italiano, Marcello Gemmato, il presidente dell'Agenzia italiana del farmaco, Robert Nisticò, i presidenti degli Intergruppi parlamentari sull'Alzheimer, Beatrice Lorenzin e Annarita Patriarca, insieme ai rappresentanti delle Regioni Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna. A portare il contributo della comunità scientifica sono stati inoltre Mario Zappia, presidente della Società Italiana di Neurologia (SIN), Marco Bozzali, presidente della SINDEM, e Pasquale Palumbo, presidente della Società di Scienze Neurologiche Ospedaliere, che hanno richiamato l'attenzione sulla necessità di rafforzare la presa in carico dei pazienti, favorire un accesso uniforme alle terapie e sostenere concretamente le famiglie e i caregiver.
Oltre la medicina
In questo quadro si inseriscono le parole di Papa Leone XIV che, lo scorso 18 marzo, ricevendo i partecipanti al convegno “Oggi chi è il mio prossimo?”, aveva ricordato come «la salute non può essere un lusso per pochi, ma una condizione essenziale per la pace sociale» e come la copertura sanitaria universale costituisca anzitutto «un imperativo morale» per le società che intendano definirsi giuste. Un auspicio al quale il convegno ha idealmente risposto proprio nel giorno della memoria liturgica di san Camillo de Lellis, patrono dei malati e degli operatori sanitari. Non a caso, tra i presenti, anche una rappresentanza delle Figlie di San Camillo, guidata dalla responsabile della comunicazione suor Fernanda Bongianino. Come ha ricordato monsignor Sorondo, fu proprio san Camillo a rivoluzionare il modo di guardare al malato, insegnando a riconoscere in lui il volto di Cristo e a fare della cura un'opera di misericordia prima ancora che un servizio sanitario. Perché, se la medicina continua ad allungare la vita, la sfida resta quella di renderla davvero degna di essere vissuta, soprattutto quando la fragilità mette alla prova tanto il paziente quanto l'intera società.
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