Veglia di pace a Roma, Montenegro: essere Chiesa che agisce per il bene
di Antonio Tarallo
Il sole è da poco tramontato dietro il Foro romano mentre una luce si accende nella piccola chiesa di San Giuseppe dei Falegnami a Roma: è luce di preghiera e speranza per la pace, dono da chiedere incessantemente mai come oggi. Ed è in questo piccolo gioiello d’arte che si è svolta ieri, lunedì 15 giugno, la veglia di preghiera promossa dal Centro missionario diocesano di Roma e dall’Efim. La conclusione, stamane, alle prime luci dell’alba, con le lodi guidate dal cardinale vicario Baldo Reina. Ad apertura della veglia, la Santa Messa presieduta dal cardinale Francesco Montenegro, emerito di Agrigento e rettore della stessa chiesa. A fare da filo conduttore dell’iniziativa, il versetto "Beati i costruttori di pace" tratto dal Vangelo di Matteo.
La pace non è un sentimento
Ma qual è il senso di questa veglia? A rispondere alla domanda è padre Giulio Albanese, comboniano, direttore dell’Ufficio per le comunicazioni sociali e dell’Ufficio per la cooperazione missionaria del vicariato di Roma: "Dobbiamo coltivare la pace che non è solo un sentimento. È qualcosa di più: è l’azzardo dell’utopia, cioè credere che è possibile segnare una svolta. Ed è evidente che è necessario un supplemento di Spirito Santo: questo è il motivo per cui stasera preghiamo per la pace. Siamo coscienti e consapevoli che occorre ridare dignità a questo vocabolo che è stato svuotato di senso e di significato: basterebbe pensare che oggi si è arrivati a dire che per fare la pace bisogna fare la guerra; per volere la pace, per affermare la pace bisogna fare ricorso alle armi".
Oltre 60 i conflitti nel mondo
Nel silenzio davanti al Santissimo Sacramento esposto dopo la celebrazione eucaristica, vi sono tutte le preghiere per sovvertire lo scenario bellico del mondo: non le guerre che “fanno notizia” ma anche quelle troppe volte sottaciute. Un numero che sconvolge la coscienza di ogni cristiano: oltre 60 conflitti in tutto il globo, pensando anche alle crisi dell’Africa subsahariana, al nord della Nigeria, al Sudan, alla Somalia, al nord del Mozambico. E la lista potrebbe continuare tristemente ad libitum. Ma anche davanti a tale scenario è possibile essere "costruttori di pace". E per esserlo come ha indicato il cardinale Francesco Montenegro nell’omelia della celebrazione eucaristica di ieri sera bisogna diventare "missionari di pace": "La chiave della missione, la chiave della pace, - ha detto il porporato - è in Gesù che domenica scorsa abbiamo portato per le strade durante la solennità del Corpus Domini". Portare, dunque, Gesù nel mondo: solamente così è possibile costruire la pace tanto desiderata perché "più siamo legati a lui, più siamo missionari". È fondamentale in ciò - ha aggiunto - che "Gesù sia nella mia vita". Missione vuol dire incontrare gli altri, vuol dire portare una parola di pace a tutti: "Forse abbiamo dimenticato che Dio ci ha voluto Chiesa, non per noi stessi, ma per sentire il suo progetto di amore che riguarda tutto il mondo" ha sottolineato il cardinale Montenegro.
Essere costruttori di pace è possibile, basta volerlo, basta desiderarlo ardentemente nel cuore. E ieri sera, tanti sono stati i cuori, davanti al Santissimo Sacramento, che hanno chiesto questo dono, la pace. Intanto una nuova alba, stamane, si è aperta su Roma e sul mondo. La veglia si è conclusa ma nell’animo ancora continua la preghiera. Per la pace. Per la pace. Per la pace.
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