Le suore alle urne e la nascita della Repubblica
di Giulia Galeotti
«Pareva fossero qui a compiere il dovere senza opinioni politiche, senza una decisa preferenza per il re o per la repubblica o per N.S. Gesù Cristo, senza dramma interno, senza illuminazioni, senza amore. (…) intorno il gruppo di suore, magari di clausura, ignare anch’esse di Mrs. Pankurst (…). Care suore decrepite e venerabili che non vedevano il mondo (…) da cinquanta o sessant’anni (…). Sul tavolino, le due famose urne (…) ch’erano poi mediocri scatole di legno col buco sopra molto simile a quello del salvadanaio o della cassetta per le elemosine (…). Ah queste elettrici che si son trovate la pappa scodellata». Così l’11 giugno 1946 scrive sul «Corriere della Sera» Marino Moretti (1885-1979), romanziere e poeta crepuscolare.
Questo stralcio — vagamente misogino e impregnato di stereotipi — appartiene a uno dei tanti articoli usciti in quei mesi di ottant’anni fa, quando la Penisola — dopo essere stata sferzata da decenni di dittatura e guerra — viene finalmente chiamata a pronunciarsi sul suo futuro. E, per la prima volta nella storia italiana, il suffragio è universale: anche le donne, infatti, godono dell’elettorato attivo e passivo.
Saranno tantissime le novità alle elezioni del 2 giugno, indette per scegliere tra monarchia e repubblica ed eleggere i membri dell’Assemblea costituente (che avrebbero redatto la Carta del nuovo Stato). Ma ci sono novità più nuove di altre, e tra queste va sicuramente ascritta la presenza al seggio delle religiose. Se già il legame tra femminile e partecipazione politica è guardato con sufficienza e fastidio — con le donne ritenute perpetue minorenni, analfabete politiche, manovrabili e influenzabili dagli uomini di riferimento —, non è difficile immaginare come vengano considerate le suore al voto.
La loro partecipazione sarà davvero molto commentata, sin dalle amministrative della primavera 1946. «L’Illustrazione italiana», ad esempio, nel numero del 17 marzo, pone in copertina tre foto di votanti con schede in mano, dedicandone due alle religiose. Il giorno seguente la didascalia dell’immagine di «Reporter» fa notare come la presenza di «un gruppo di suore» in fila confermi la numerosa — e inaspettata — partecipazione muliebre.
Per raccontare Milano al voto, «La Domenica del Corriere» pubblica quattro fotografie di donne: «Le inferme trasportate in automobile», «un quartetto di ottantenni», una graziosa e compita «signorina» (dallo sguardo un po’ malizioso in realtà) e, da ultimo, una sorridente suora, «la principessa Paternò che da vent’anni non usciva dal convento» — come, verosimilmente, le consorelle ritratte sullo sfondo. Addirittura — scrive Benelli su «Avanti!» del 9 aprile nella sua Piccola cronaca di una grande giornata milanese — una sezione «sembra riservata alle monache. Se ne sono presentate 40 nel giro di due ore, silenziose, cogli occhi bassi pudicamente. Erano molto confuse, sembrava che si domandassero “ma chi ce lo fa fare?”».
Dal canto suo il 3 giugno «la Gazzetta Sera», illustrando il voto a Torino, presenta una suora («La monaca sorride. Perché?») e, nella pagina interna, un gruppo di religiose. Ovviamente le suore stanno in fila sgranando il rosario, sottolinea «La Patria», che poi, nella cronaca di Firenze, pubblica l’elenco dettagliato di tutti i monasteri di clausura della città che hanno aperto le porte onde permettere alle religiose di compiere il loro dovere.
Si tratterebbe, secondo «l’Europeo», di un aspetto che accomuna tutto il vecchio Continente, almeno nella sua declinazione democratica: sotto la foto «di una monaca» al seggio, il settimanale scrive che «nessun religioso si astiene nell’Europa di oggi dal recarsi alle urne. In Francia (…) [e] anche negli altri paesi si aprono i conventi di clausura».
Non può mancare la voce del «Cantachiaro», noto «anti giornale satirico-politico» (per sua stessa definizione): tra le Istantanee elettorali troviamo infatti una vignetta in cui, sotto il titolo I sepolti vivi, sono raffigurate tre suore (una bassa e in carne, l’altra alta, secca e con il nasone, la terza con baffi alla Peppone) in fila per votare. «Mercurio» pubblica invece una tavola di Amerigo Bartoli in cui una suora sussurra in confessionale: «Ho fatto la croce sulla falce e martello».
Un po’ di condiscendenza benevola verso le religiose votanti emerge anche dai commenti femminili. Nella densa autobiografia Rivoluzionaria professionale, la comunista Teresa Noce (1900-1980) racconta con orgoglio che, in occasione dell’elezione alla Costituente (Noce sarà una delle storiche ventuno elette il 2 giugno), «le compagne di Modena sostenevano che persino alcune suore avevano votato per me. Risultava infatti che, in una sezione elettorale dove avevano votato molte suore, il numero dei voti di preferenza da me ottenuti superava quello degli iscritti “civili” alla sezione. Dissi che forse le suore avevano votato per santa Teresa». O forse no, chissà. Forse le suore volevano davvero far entrare in Aula l’ex bambina privata del diritto allo studio e futura proponente nel 1950 della storica legge a tutela delle lavoratrici madri.
Sul quotidiano toscano «La Falce» Gesuina Equatori spiega la vittoria sul (presunto) astensionismo femminile (perché gli stereotipi travalicano i sessi) addirittura come la reazione alla partecipazione delle religiose. «Madri, sorelle, spose il giorno che seppero che pure le suore di clausura andavano alle urne hanno detto tra sé: se queste donne sepolte vive, che senza aver sofferto come noi, vanno alle urne, perché noi non dobbiamo andare?».
Del resto, sempre con una buona dose di ironia grondante paternalismo, molte testate colgono le suore alle prese con un’operazione prodromica rispetto al voto: ottenere un documento d’identità. «Per votare domenica se non si è conosciuti da qualcuno dei componenti del seggio — scrive il quotidiano indipendente «il Risorgimento» —, occorre esibire un documento di identità. Ecco perché le suore — anche quelle di clausura — (…) sono state costrette a procurarsi una tessera postale poiché chi volete che le riconosca al seggio queste pie religiose che trascorrono la loro vita nell’austera serenità dei conventi tra la meditazione e le preghiere? Ed hanno fatto la fila come tutti gli altri mortali, dinanzi ad uno sportello, dopo aver fatto la fila qualche giorno prima nello studio del fotografo per farsi ritrarre. Occorrono due fotografie per una tessera postale e ben poche erano le suore che ne possedessero qualcuna antica e sbiadita» (suor Filomena, ad esempio, ne aveva solo una della prima comunione). Alla paziente signorina Panaro, «la titolare delle tessere postali», ogni suora «ha dovuto dire, oltre alle generalità, l’altezza, il colore del viso, incorniciato dai candidi soggoli, quello dei capelli che non si vedevano».
Dal canto loro, le suore si accorgono perfettamente di come vengono viste, considerate e trattate. E, a volte, si infuriano davvero. È il caso, ad esempio, di Maria Virginia Avoli, superiora delle suore che si occupano del sanatorio Umberto I° di Prasomaso, in provincia di Sondrio. Adiratissima, il 1° aprile 1946 scrive una lettera alla superiora generale del suo Ordine, le suore di Maria Bambina.
«Reverendissima madre» — appunta furibonda Avoli — «a Tresivio ci hanno giocato un cattivo tiro per le elezioni amministrative. Fin dallo scorso anno facemmo tutte le carte di identità; più volte mi interessai per le iscrizioni alle liste, sempre con risposta affermativa. Le ultime due venute le ho mandate di presenza al comune onde metterle in regola, quando all'ultimo momento ci siamo viste eliminate». E così, prosegue nella missiva recapitata a Milano tre giorni dopo, «una settimana prima delle elezioni, avvenute ieri, 31 marzo, arrivano le schede per tutti meno che a noi; telefono e mi si risponde che le suore non avevano resistenza a Trevisio. Sono scesa immediatamente in comune a protestare e mi si vuol far credere ancora la storia della residenza che non posso accettare, perché a ciascuna suora è stata fatta dal comune la carta annonaria; hanno tentato di farmi credere un sacco di storie. Stanca di tante frottole, ho insistito per vedere la posizione all’anagrafe e io stessa ho potuto constatare che quasi tutte erano iscritte. L’impiegato rimase male e si scusò dicendo che aveva avuto ordine dal segretario (…) di non includerci nelle liste. (…) Persone serie mi hanno consigliato di rivolgermi a Milano, altrimenti troveranno il modo di escluderci anche dalle politiche. Intanto con le votazioni di ieri sono riusciti i socialcomunisti con 11 voti e pensare che noi siamo 22 in comunità! Da tutti mi si dice che siamo state eliminate di proposito».
Gli stereotipi sono duri a morire, le «frottole» difficili da estirpare: le suore faticheranno — e non poco — a essere viste con occhi nuovi. Ma una meravigliosa voce arriverà, inaspettatissima, qualche anno dopo. Occorrerà attendere il 1963, ma sarà un grande riscatto.
Quell’anno, infatti, esce in Italia un meraviglioso romanzo di Italo Calvino. Si intitola La giornata di uno scrutatore e racconta la storia del (tormentato) intellettuale comunista Amerigo Ormea, chiamato a prestare servizio al seggio del Cottolengo di Torino in occasione delle elezioni politiche del 1953. Entrato nella Piccola Casa della Divina Provvidenza, dove vivono persone fragili e con disabilità, convinto di trovare manipolazione e inconsapevolezza politica, ne uscirà «diverso da com’era al mattino». Ebbene, fra le tante scoperte della mitica giornata, Amerigo resta folgorato anche dalle suore, figure sempre viste ma mai veramente guardate, pensate e comprese. Guardandole, pensandole e avvicinandosi per comprenderle, l’uomo riconosce tutta la sua cecità. Anche le suore sono cittadine capaci di arricchire la storia e l’identità della Repubblica. La risposta alla domanda, centrale nel romanzo, che Amerigo a un certo punto si fa («Da che punto un essere umano è umano?») vale anche per loro. E per la loro voce pubblica.
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