Francesco a Roma. Una presenza nella città viva

Nel primo Duecento Roma entra più volte nella vita di san Francesco: prima come luogo di pellegrinaggio e incontro con i poveri, poi come sede del riconoscimento pontificio della sua forma di vita. A 800 anni dalla sua morte, attraverso le fonti francescane, i documenti curiali e alcune tradizioni, possiamo seguire il suo passaggio in una città di basiliche, ponti, ospedali, rive fangose e antiche vestigia

Maria Milvia Morciano - Città del Vaticano

Le fonti francescane non consegnano una sola Roma di Francesco. Ne lasciano intravedere più di una: la Roma del pellegrinaggio e dei poveri, negli anni della conversione; la Roma del Laterano, dove tra il 1209 e il 1210 Francesco chiede a Innocenzo III il riconoscimento della sua forma di vita; la Roma delle presenze successive, delle relazioni cardinalizie, di Jacopa de’ Settesoli e delle memorie trasteverine.

Giotto e bottega, Sogno di Innocenzo III (dettaglio), ciclo delle Storie di san Francesco, Basilica superiore di Assisi, fine XIII secolo.
Giotto e bottega, Sogno di Innocenzo III (dettaglio), ciclo delle Storie di san Francesco, Basilica superiore di Assisi, fine XIII secolo.

Il pellegrino che arriva a Roma

Un primo viaggio, anteriore alla fraternità oggi costituita, è ricordato dalla Leggenda dei tre compagni: Francesco va a Roma causa peregrinationis, per pellegrinaggio. La data non è indicata dalla fonte; gli studi lo collocano negli anni iniziali della conversione, probabilmente attorno al 1206. Non è ancora il fondatore che si presenta alla curia con i compagni, ma un giovane in trasformazione, attratto da una povertà che vuole conoscere fisicamente nel corpo, non soltanto pensare.
La strada dall’Umbria doveva seguire le direttrici antiche, battute da secoli di pellegrini: il tracciato della Via Flaminia, ormai confluito nel fascio degli itinerari romei che conducevano verso la città. Francesco proviene da paesaggi dove la pietra e il cielo sono a misura d’uomo. Roma appartiene a un’altra scala.

Anonimo del XIX secolo, Veduta del fiume Tevere a Roma con l'Isola Tiberina al centro, il Ponte Cestio (a sinistra) e il Ponte Fabrizio (a destra), 1800 circa, Acquerello e china su carta.
Anonimo del XIX secolo, Veduta del fiume Tevere a Roma con l'Isola Tiberina al centro, il Ponte Cestio (a sinistra) e il Ponte Fabrizio (a destra), 1800 circa, Acquerello e china su carta.

Una città abitata dalla storia

La città che incontra è discontinua. Il passato occupa ancora fisicamente lo spazio del presente. Colonne spezzate emergono accanto a case di mattoni e legno. Archi trionfali diventano passaggi di quartiere. I resti del Foro, del Palatino, del Circo Massimo non sono rovine nel senso moderno, luoghi separati e contemplati: sono materia viva della città, cave, rifugi, confini, punti di riferimento. Dove una basilica imperiale ha perso il tetto, ci si è costruito sopra o dentro. La storia non è esibita: è abitata.

Castel Sant'Angelo e il ponte omonimo, noto anche come pons Aelius (ponte Elio), pons Hadriani (ponte di Adriano) e nel medioevo ponte di Castello.
Castel Sant'Angelo e il ponte omonimo, noto anche come pons Aelius (ponte Elio), pons Hadriani (ponte di Adriano) e nel medioevo ponte di Castello.

Il Tevere organizza i movimenti. Per andare verso San Pietro si passa dal Ponte di Castello o Pons Aelius, il ponte che conduce al mausoleo di Adriano, già trasformato in fortilizio. Più a sud, l’Isola Tiberina apre un altro sistema di attraversamenti verso Trastevere e Ripa Grande. Accanto ai ponti si muovono piccole barche di traghetto, approdi, passaggi d’acqua. Il fiume non è un margine: è una via di lavoro, trasporto, arrivo. Ha l’odore del porto e del fango, delle rive percorse da barcaioli, pellegrini, animali da soma, poveri in attesa.

L’Isola Tiberina e il quartiere di Trastevere nella pianta di Roma di Giovanni Battista Falda (1676).
L’Isola Tiberina e il quartiere di Trastevere nella pianta di Roma di Giovanni Battista Falda (1676).

San Pietro e i poveri

La scena più antica e più forte si concentra a San Pietro. La Leggenda dei tre compagni racconta che Francesco entra nella basilica di Pietro, osserva le offerte deposte dai pellegrini e le giudica troppo modeste. Allora getta una somma più vistosa presso l’altare. Subito dopo fa qualcosa di più radicale: si scambia di nascosto gli abiti con un povero e si mescola tra i mendicanti davanti all’atrio della basilica.

Raffaello Sanzio, Incendio di Borgo (Particolare con l'antica basilica di San Pietro), 1514, affresco, base totale dell'affresco circa 670 cm, Città del Vaticano, Musei Vaticani, Stanza dell'Incendio di Borgo.
Raffaello Sanzio, Incendio di Borgo (Particolare con l'antica basilica di San Pietro), 1514, affresco, base totale dell'affresco circa 670 cm, Città del Vaticano, Musei Vaticani, Stanza dell'Incendio di Borgo.

Tommaso da Celano, nella Vita seconda, riprende lo stesso nucleo in forma più breve: Francesco, giunto una volta in pellegrinaggio a Roma, si spoglia degli abiti di pregio e siede tra i poveri. Non è un episodio edificante che prelude alla conversione, ma una prova. Francesco non guarda i poveri da lontano, entra nella loro condizione per un tratto, sperimenta il freddo del gradino, l’attesa dell’elemosina, la dipendenza dallo sguardo altrui.
L’area vaticana del primo Duecento è lontana dalla piazza bianca e ordinata che verrà secoli dopo. Attorno alla basilica si dispongono ospizi, banchi, ricoveri, cortili, spazi aperti. Il flusso è continuo: pellegrini dall’Italia e dall’Europa, mercanti, religiosi, infermi, mendicanti. Si prega sulla tomba dell’Apostolo, si attende, si contratta, si chiede. Povertà e devozione si toccano senza bisogno di essere spiegate.

San Giovanni in Laterano nel Trattato nuovo delle cose meravigliose dell’alma città di Roma di Martire Felini (Roma, 1610).
San Giovanni in Laterano nel Trattato nuovo delle cose meravigliose dell’alma città di Roma di Martire Felini (Roma, 1610).

Il Laterano

Tra il 1209 e il 1210 Francesco torna a Roma con i primi compagni. Questa volta il luogo decisivo non è l’atrio dei poveri a San Pietro, ma il Laterano di Innocenzo III: il centro effettivo del potere pontificio. Qui risiede il Papa, qui opera la curia, qui si tengono udienze e decisioni che riguardano l’intera Chiesa. Nell’area lateranense vengono esposte immagini della romanità antica: il bronzo equestre di Marco Aurelio, identificato nel Medioevo con Costantino, e la Lupa capitolina, legata all’origine stessa della città. La loro presenza viene riletta in chiave cristiana e rende visibile una continuità rivendicata. Non sono decorazioni: sono argomenti.
I pavimenti della basilica sono in marmi antichi, levigati. Le superfici riflettono la luce. Francesco li attraversa a piedi nudi, sporchi di strada.

Filippino Lippi, San Tommaso in cattedra (particolare), Cappella Carafa, Santa Maria Sopra Minerva. La statua equestre di Marco Aurelio si scorge a sinistra, sullo sfondo del Laterano
Filippino Lippi, San Tommaso in cattedra (particolare), Cappella Carafa, Santa Maria Sopra Minerva. La statua equestre di Marco Aurelio si scorge a sinistra, sullo sfondo del Laterano

Tommaso da Celano, nella Vita prima, racconta il viaggio con poche parole: Francesco va a Roma con i compagni per ottenere la conferma della forma di vita che ha scritto. La formula latina è di estrema sobrietà: ...ut vitae suae formam confirmari humiliter postularet, "per chiedere umilmente che la sua forma di vita fosse riconosciuta".

Attorno a questo nucleo, le fonti successive ampliano la scena. La Leggenda dei tre compagni e l’Anonimo Perugino danno maggiore spazio alla mediazione del vescovo Guido e del cardinale Giovanni di San Paolo; Bonaventura riprende il sogno di Innocenzo III, con la basilica lateranense che sembra crollare — inclinari nimium et paene corruere — e l’uomo poverissimo che la sostiene con le spalle. La densità simbolica è evidente, ma il nucleo storico resta saldo: Francesco ottiene un’approvazione orale che permette ai frati di continuare la loro esperienza e di predicare la penitenza.
Nel 1218, la bolla Cum dilecti di Onorio III parlerà ormai di una via di vita già approvata dalla Chiesa romana; nel 1223, la Solet annuere confermerà la Regola ricordando l’approvazione precedente di Innocenzo III. I documenti non raccontano la scena, ma ne conservano il riscontro istituzionale.
L’approvazione della forma di vita non esaurì i rapporti di Francesco con Roma: le fonti ricordano negli anni successivi anche incontri e soggiorni presso cardinali vicini alla fraternità, in particolare Ugo d’Ostia.

Giotto di Bondone (e bottega), Conferma della regola francescana, ca. 1325, Affresco, Firenze, Basilica di Santa Croce, Cappella Bardi (parete destra, lunetta)
Giotto di Bondone (e bottega), Conferma della regola francescana, ca. 1325, Affresco, Firenze, Basilica di Santa Croce, Cappella Bardi (parete destra, lunetta)

Trastevere e Ripa

La Roma di Francesco non si esaurisce tra San Pietro e il Laterano. Le memorie successive portano verso Trastevere, lungo la riva del Tevere, nella zona portuale e popolare di Ripa Grande. 
Nel Duecento Trastevere è un’area di passaggio e di accoglienza, esposta alle piene del fiume, vicina agli approdi, agli ospedali, agli xenodochi, ai piccoli monasteri. Qui la città mostra una faccia meno monumentale: rive fangose, lavoro portuale, pellegrini in transito, poveri, malati, viandanti diretti verso le basiliche. Il passaggio attraverso l’Isola Tiberina collega questa parte della città al centro urbano; le barche di traghetto completano una rete quotidiana di brevi distanze.

Facciata della chiesa di San Francesco a Ripa.
Facciata della chiesa di San Francesco a Ripa.

La tradizione francescana collega i soggiorni romani di Francesco all’antico ospedale di San Biagio, nell’area del futuro San Francesco a Ripa. La notizia viene ricordata da Mariano da Firenze all’inizio del Cinquecento e ripresa poi dagli annalisti francescani. Nel 1229 una bolla di Gregorio IX documenta il passaggio del complesso ai Frati Minori: non prova ogni dettaglio della storia precedente, ma mostra che in quella zona la presenza francescana era ormai radicata.
A questa geografia trasteverina si lega anche “Frate Jacopa”, così Francesco chiamava Jacopa de’ Settesoli, nobildonna romana della famiglia dei Frangipane. Sono tradizioni da leggere per ciò che possono dare: non date certe né indirizzi sicuri, ma la traccia di una memoria romana domestica, concreta, fatta di ospitalità, relazioni, case aperte ai frati.
A San Francesco a Ripa si conserva ancora la memoria della cella attribuita a Francesco e di una pietra indicata dalla tradizione come suo giaciglio. Un segno minimo, povero anch’esso, che rende tangibile la permanenza del santo nella memoria del luogo.

A San Francesco a Ripa, la pietra che la tradizione francescana indica come giaciglio del santo durante le sue permanenze a Roma.
A San Francesco a Ripa, la pietra che la tradizione francescana indica come giaciglio del santo durante le sue permanenze a Roma.

La Roma del Duecento

È questa Roma materiale, irregolare, percorsa da pellegrini e da fame, da autorità e devozione, che restituisce la misura del suo passaggio: non un episodio unico, ma la trama complessa di un uomo che, entrando nella città dei Papi, riconosce anche la città dei poveri.

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05 giugno 2026, 11:30