Il Cenacolo, dove è nata la Chiesa
di Francesco Patton
«È con profonda emozione che ascoltiamo ancora una volta le parole pronunciate qui, nella Sala Superiore, duemila anni fa», furono le parole di san Giovanni Paolo II durante la celebrazione eucaristica al Cenacolo, nell’Anno Santo dell’Incarnazione (cfr. Giovanni Paolo II, Omelia al Cenacolo, 23/03/2000). Nel 2014 fu Papa Francesco a evidenziare i molteplici eventi che nel Nuovo Testamento si sono compiuti in questo luogo: «Qui, dove Gesù consumò l’Ultima Cena con gli Apostoli; dove, risorto, apparve in mezzo a loro; dove lo Spirito Santo scese con potenza su Maria e i discepoli, qui è nata la Chiesa, ed è nata in uscita. Da qui è partita, con il Pane spezzato tra le mani, le piaghe di Gesù negli occhi, e lo Spirito d’amore nel cuore» (Francesco, Omelia al Cenacolo, 26/05/2014). Nella stessa omelia Papa Bergoglio ricordava il Cenacolo come luogo che ci richiama il servizio attraverso la lavanda dei piedi, il sacerdozio attraverso l’Eucaristia, l’amicizia ma anche la meschinità, il congedo e la promessa di ritrovarsi, la condivisione, la fraternità, l’armonia, la pace tra di noi, la nascita della Chiesa come nuova famiglia di Gesù. La maggior parte delle informazioni storiche di questo articolo per il periodo fino alla metà del XVI secolo sono state ricavate da M.E. Gutiérrez Jiménez, OFM, Il Santo Cenacolo nelle fonti Orientali ed Occidentali. Dall’evento biblico fino all’espulsione dei Frati Minori dal Monte Sion, Tesi di Laurea Magistrale, Salonicco 2021.
Il cuore geografico e spirituale della prima Chiesa
Se Nazaret rappresenta, storicamente, il luogo della discesa dello Spirito Santo su Maria, diventando il luogo in cui si è compiuto il mistero dell’Incarnazione, il monte Sion a Gerusalemme custodisce la memoria della discesa dello Spirito sulla Chiesa nascente, e della prima irradiazione missionaria, per prolungare nella storia — proprio attraverso il corpo ecclesiale ed eucaristico — il mistero dell’incarnazione e diffondervi gli effetti della redenzione. Il Cenacolo è collocato sulla collina meridionale di Gerusalemme, situata subito fuori le mura della Città Vecchia ricostruite da Solimano il Magnifico tra il 1537 e il 1540 (cfr. M. Van Berchem, Matériaux pour un Corpus Inscriptionum Arabicarum, Parte II, Siria del Sud, vol. 1: Gerusalemme, 1922, pp. 431-449). Questo luogo è fondamentale per la nascita della Chiesa. Lì si compie il passaggio dall’Antica alla Nuova Alleanza. Lì si sperimenta la presenza di Maria come madre della Chiesa, a lei unita nella preghiera in attesa del dono dello Spirito Santo.
Le testimonianze evangeliche
La storia del santuario affonda le sue radici nelle narrazioni evangeliche. I vangeli sinottici di Marco e Luca concordano nel descrivere l’ambiente predisposto per la Pasqua. Gesù stesso dice a due dei suoi discepoli: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi» (Marco, 14,13-15, cfr. anche Luca, 22,10-13). Marco e Luca usano gli stessi termini per descrivere l’ambiente dell’ultima cena: katalyma, che significa la stanza degli ospiti e anagaion, che significa la stanza al piano superiore. Questo dettaglio, che colloca il luogo del ritrovo pasquale al di sopra del livello stradale, rimarrà una costante in tutta la tradizione architettonica successiva del sito. In questa medesima stanza, o nel complesso edilizio a essa collegato, gli Atti degli Apostoli ambientano i raduni successivi alla Risurrezione: l’attesa orante degli Undici assieme alle donne, alla Madre di Gesù e ai «suoi fratelli» (cfr. Atti, 1,13-14), l’elezione di Mattia (cfr. Atti, 1,15-26) e l’evento della Pentecoste (cfr. Atti, 2,1-4). Nel primo capitolo degli Atti degli Apostoli, il termine usato per descrivere la sala al piano superiore è hyperōon, e si parla di «salire». Nel racconto della Pentecoste (cfr. Atti, 2), si ribadisce che erano «nello stesso posto», facendo riferimento a quanto già narrato nel capitolo precedente.
La storiografia dei primi secoli
Sappiamo da Epifanio di Salamina (IV sec.) che il monte Sion non fu toccato dalla distruzione sistematica della città operata dalle legioni di Tito nel 70 d.C.: «Adriano sale a Gerusalemme, la città celebre e famosa, che Tito, figlio di Vespasiano, aveva distrutto nel secondo anno del suo regno. E trovò la città tutta rasa al suolo, e il tempio di Dio calpestato, ad eccezione di poche case e della Chiesa di Dio, che era piccola, dove i discepoli, quando il Salvatore fu assunto dal monte degli Ulivi, erano saliti al piano superiore (cenacolo). Là infatti era stata costruita, cioè nella parte del Sion che era stata risparmiata dalla devastazione, insieme a porzioni di abitazioni intorno alla stessa Sion, e a sette sinagoghe» (Epiphanius Salaminiensis, De Mensuris et Ponderibus, XIV, in: Migne, PG 43, col. 260-261). Questa testimonianza attesta la continuità del culto e l’esistenza di un nucleo edilizio paleocristiano, comunemente identificato dagli studiosi come la sinagoga o chiesa dei giudeo-cristiani, sopravvissuta alle distruzioni belliche del I e II secolo.
Dalla «Santa Sion» bizantina alle successive demolizioni e ricostruzioni
Nel IV secolo, con la pace costantiniana, la primitiva e modesta struttura subì una radicale trasformazione: «Attorno all’anno 350 il vescovo di Gerusalemme, Cirillo, parla di una “chiesa superiore degli apostoli” in cui fu effuso lo Spirito Santo a Pentecoste. Da san Girolamo sappiamo che nel 385 la colonna della flagellazione menzionata dal pellegrino di Bordeaux si trovava nel vestibolo di una chiesa. A quanto pare, nel frattempo sul monte Sion era stata costruita una chiesa più grande. Non è però chiaro se tale chiesa fosse già la basilica a cinque navate di cui parla il vescovo Giovanni II nell’anno 394, o se si trattasse invece di un edificio precedente» (H. Fürst – G. Geiger, Terra Santa: Guida francescana per pellegrini e viaggiatori, MI, 20182, pp. 570-571/1021). Sotto l’episcopato del vescovo Giovanni II (386–417 d.C.), l’edificio venne inglobato in una grandiosa basilica a cinque navate, battezzata con il nome di «Santa Sion». Essa custodiva la memoria dell’Istituzione dell’Eucaristia, ma anche reliquie della Passione, tra cui la colonna della flagellazione, e le memorie della dormizione di Maria e del martirio di san Giacomo.
Nel 614 d.C. le armate sassanidi di Cosroe II assediarono e conquistarono Gerusalemme. Anche la Basilica della Santa Sion fu semidistrutta. Il patriarca Modesto (632–634 d.C.) intraprese personalmente un’opera di restauro. Nel 638 d.C. il califfo Omar conquistò Gerusalemme senza spargimento di sangue. Ebbe inizio un periodo di oltre quattro secoli e mezzo di dominio islamico, durante il quale i cristiani vissero come dhimmi, cioè sudditi tollerati, ma soggetti a speciale tributo e con uno statuto giuridico inferiore. Sotto il Califfato Omayyade (638–750 d.C.) le chiese danneggiate dai Persiani furono ristrutturate e le comunità monastiche sul monte Sion continuarono la loro vita spirituale. Ne danno testimonianza i diari di Arculfo (670 d.C.), Beda il Venerabile (673 d.C.) e il pellegrino armeno anonimo del VII secolo, che descrivono una basilica ancora grande, e liturgie regolari.Con l’avvento degli Abbasidi (786 d.C.) la situazione peggiorò, tanto che i cristiani d’Occidente dovettero rivolgersi a Carlo Magno per ottenere protezione diplomatica. Il Commemoratorium de Casis Dei, inviato all’imperatore franco nell’808 d.C., attesta però ancora una comunità di presbiteri e chierici sul monte Sion. Nel 966 d.C. la basilica subì un grave incendio ad opera di musulmani ed ebrei, ma fu nuovamente ricostruita, verosimilmente in dimensioni ridotte.
Il momento più drammatico giunse nel 1009 d.C. con il califfo fatimide Al-Hakim, fanaticamente ostile ai cristiani: per suo decreto la Basilica fu rasa al suolo insieme all’intero quartiere cristiano del Monte Sion. Un violento terremoto nel 1033 d.C. abbatté inoltre gran parte delle mura cittadine. Quando nel 1099 d.C. i crociati, guidati da Goffredo di Buglione, conquistarono Gerusalemme, della maestosa basilica bizantina non rimanevano che cumuli di macerie, dai quali emergeva, miracolosamente risparmiata, solo la cappella del Cenacolo. La basilica del monte Sion fu ricostruita e, per la grande devozione dei latini alla Vergine, fu intitolata a Sancta Maria in Monte Sion (cfr. M.E. Gutiérrez Jiménez, OFM, op. cit., pp. 29-41).
L’architettura crociata: il monumento attuale
Come ricorda Geiger nella sua monumentale guida di Terra Santa: «Difficile datare con precisione la sala. Si fanno tre ipotesi: andò distrutta assieme al resto della chiesa nel 1219 e fu poi rifatta in stile “moderno”; venne rimessa in piedi nel 1229-1244 al ritorno dei crociati a Gerusalemme (e questa appare l’ipotesi più probabile); oppure risale all’opera dei francescani, che nel 1335 riutilizzarono comunque elementi preesistenti» (H. Fürst – G. Geiger, op.cit., pp. 573/1021). Integrato nel grandioso monastero di Santa Maria in Monte Sion, il Cenacolo fu concepito come un corpo di fabbrica a due piani, fedele alla fisionomia tramandata dai Vangeli.
La sala superiore, che costituisce il Cenacolo propriamente detto, si presenta come un ambiente rettangolare diviso in due navate di tre campate ciascuna. La copertura è sorretta da tre eleganti colonne centrali in pietra calcarea, dalle quali si dipartono costoloni che formano volte a crociera, i capitelli sono tutti del XII secolo. Di particolare interesse sono due bassorilievi che richiamano Apocalisse 5: quello dedicato al Leone (cfr. Ap 5,5) nel medaglione collocato sulla crociera della volta d’ingresso e quello dell’Agnello (Ap 5,6-14) al centro della crociera della volta gotica. Ad essi si aggiunge un capitello ornato con il pellicano che si ferisce il petto per nutrire i propri piccoli. Le ultime due costituiscono un chiaro riferimento eucaristico. Queste raffigurazioni sono sopravvissute anche alla trasformazione del Cenacolo in moschea dopo la cacciata dei Francescani della Custodia di Terra Santa alla metà del XVI secolo.
Nell’angolo sud-est della sala si trova la scala che porta al piano superiore, dove la tradizione localizza la sala della discesa dello Spirito Santo, mentre nell’angolo sud-ovest si trova un piccolo baldacchino gotico, sorretto da colonnine, che sovrasta la scala digradante verso il piano terra. Quest’ultimo, storicamente speculare alla sala superiore, ospita il cenotafio tradizionalmente venerato come la Tomba del Re Davide (cfr. H. Fürst – G. Geiger, op.cit., pp. 576-578/1021). All’origine di questa attribuzione ha dedicato uno studio specifico la storica israeliana Ora Limor, che sintetizza così le sue conclusioni: «La tradizione che colloca la Tomba di Davide sul Monte Sion deriva da una cerimonia religiosa della Chiesa di Gerusalemme durante il periodo bizantino, una cerimonia che onorava Davide come fondatore di Sion. Col tempo, sia i musulmani che gli ebrei accettarono questa tradizione, che è rimasta saldamente radicata in quello stesso luogo fino ai giorni nostri, sebbene il controllo del Monte Sion sia passato di mano in mano in diverse occasioni. La tradizione stessa ha influenzato la storia del Monte Sion e gli scontri religiosi per il suo controllo» (cfr. O. Limor, «The Origins of a Tradition: King David’s Tomb on Mount Zion» in Traditio, Vol. 44, 1988, p. 64).
La Custodia francescana e la perdita del santuario
La storia del Cenacolo è indissolubilmente legata anche alla presenza dei Frati Minori in Terra Santa. Nel 1333, grazie a lunghe e complesse trattative diplomatiche condotte dai sovrani di Napoli, Roberto d’Angiò e Sancia di Maiorca con il sultano mamelucco Al-Malik An-Nasir Muhammad, il Cenacolo fu acquistato a nome della Chiesa e affidato in custodia perpetua ai francescani. Con le bolle Gratias agimus e Nuper carissimae del 1342, Papa Clemente VI, da Avignone, ratificò tutto ciò e diede così fondamento giuridico alla Custodia di Terra Santa. Da allora il Custode assunse stabilmente il titolo di “Guardiano del Monte Sion e del Santissimo Sepolcro”.
Per oltre due secoli, i frati vissero nel convento adiacente al Cenacolo, accogliendo i pellegrini e celebrando i divini misteri. Tuttavia, la vicinanza della pseudo Tomba di Davide suscitò crescenti tensioni con le autorità religiose islamiche e con la comunità ebraica locale. A partire dalla seconda metà del XV secolo, i francescani subirono restrizioni sempre più severe, che culminarono nel 1524 con la confisca della sala superiore e la sua successiva trasformazione in moschea, dedicata al profeta Davide. I frati vennero espulsi dal monte Sion nel 1551, trovando provvisoria accoglienza nel quartiere cristiano, e acquisirono nel 1558 il convento di San Salvatore, attuale sede della Custodia (cfr. S. N. Klimas, La Custodia di Terra Santa: Una storia lunga 800 anni, MI, 2025, pp. 100-101; 114-115; 137-140).
Della trasformazione islamica rimangono ancora oggi evidenti segni all’interno della sala crociata: il grande mihrab (la nicchia di preghiera rivolta verso la Mecca) ricavato nella parete meridionale, le vetrate policrome con versetti coranici e un’iscrizione con la basmala, che è l’inizio della preghiera islamica tratta dal Corano: «Nel nome di Dio, il Compassionevole, il Misericordioso».
Lo «Statu Quo» e il significato spirituale odierno
In seguito agli eventi bellici del 1948, il complesso del monte Sion è passato sotto la giurisdizione dello Stato d’Israele. I frati della Custodia di Terra Santa hanno sempre continuato a considerarlo un bene sul quale rivendicare il diritto di proprietà e d’uso e hanno ripreso a celebrarvi alcuni riti già durante il periodo ottomano a partire dal 1881 (cfr. S. N. Klimas, op. cit., p. 138): il Giovedì Santo, per la memoria della lavanda dei piedi, e il giorno di Pentecoste, per solennizzare la discesa dello Spirito Santo. Dopo il pellegrinaggio di Papa Giovanni Paolo II (2000) e di Papa Francesco (2014), il diritto d’uso — in accordo con le autorità locali — si è progressivamente allargato.
Il Cenacolo rimane per tutta la Chiesa un luogo di straordinaria importanza spirituale proprio perché ci richiama l’Eucaristia e il sacerdozio, la lavanda dei piedi e il Comandamento Nuovo, le apparizioni pasquali di Gesù Risorto, il dono dello Spirito Santo e la prima predicazione degli Apostoli. Per i frati della Custodia di Terra Santa esso rappresenta il momento di passaggio da semplice missione francescana voluta da san Francesco nel 1217 a Custodia di Terra Santa su mandato pontificio a partire dal 1342. Credo che valga anche per questo luogo quanto san Francesco suggeriva ai primi frati a proposito della Porziuncola: «Guardatevi, figli miei, dall’abbandonare mai questo luogo. Se ne foste cacciati da una parte, rientratevi dall’altra, perché questo luogo è veramente santo e abitazione di Dio» (1Cel 106: FF 503).
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