Alcuni dei giovani ucraini presenti alla celebrazione nella chiesa di San Giuseppe da Copertino a Roma Alcuni dei giovani ucraini presenti alla celebrazione nella chiesa di San Giuseppe da Copertino a Roma  

Corpus Domini, Messa a Roma con un gruppo di giovani ucraini

La celebrazione nella chiesa di San Giuseppe da Copertino ha visto unirsi per la solennità i fedeli della parrocchia assieme a ragazzi e ragazze di un gemellaggio tra Caritas Kharkiv e diverse realtà italiane

di Greta Giglio

Sono vestiti tutti di bianco, le camicie decorate con i ricami della tradizione ucraina. Sul viso giovanissimo di alcuni si legge la stanchezza per il lungo viaggio, altri si sussurrano qualcosa con complicità. Non parlano italiano, per questo la lettura del giorno viene fatta anche da una loro compagna in ucraino. Comunità diverse ma unite dalla solennità del Corpo e del Sangue di Cristo. Pregano insieme i fedeli della parrocchia di San Giuseppe da Copertino e i giovani ucraini venuti in Italia con un gemellaggio tra la Caritas Kharkiv e diverse realtà italiane. La celebrazione è un’occasione per ribadire il profondo legame tra questi ragazzi e le famiglie che li hanno accolti anche l’anno scorso. Durante la Messa, concelebrata da don Matteo Bianchi e padre Andriy Nasinnyk, direttore della Caritas greco-cattolica di Kharkiv, un canto in lingua ucraina riecheggia nella chiesa. Nelle due omelie, il pane di Cristo come nutrimento essenziale alla vita.

Un momento della celebrazione
Un momento della celebrazione

Comunità che creano ponti di pace

Il progetto di ospitare per un periodo i giovani di Kharkiv è nato nel cuore della parrocchia. Quest’estate, come l’anno precedente, trascorreranno una settimana a Roma accolti dalle famiglie della comunità: un modo per creare un ponte verso la pace. Per don Matteo Bianchi pregare insieme significa percorrere un cammino comune “per rendere visibile il corpo di Cristo”. Nella sua omelia, un dono - ha detto all’omelia - “che ci nutre come membra di un unico corpo. In questo modo, alimentiamo in noi la consapevolezza che siamo un corpo solo, uniti a Cristo e alla nostra comunità”. Una comunità che non è solo quella della parrocchia, ma che si estende lontano fino a una terra tormentata dalla guerra come l’Ucraina.

Don Andriy Nasinnyk: “Cristo è sempre con noi”

Don Andriy Nasinnyk guarda i suoi ragazzi dall’altare ma non si rivolge solo a loro durante l’omelia. Traduce dall’ucraino sorella Oleksia Pohranychna della Congregazione delle suore greco-cattoliche di San Giuseppe. A Kharkiv entrambi si prendono cura di tutti, in questi giorni a Roma dedicheranno tutto il loro tempo ai giovani, insieme al resto della comunità. “Comunità” è una parola fondamentale anche per padre Nasinnyk, perché riflette profondamente il senso dell'Eucaristia: “La comunione viene ricevuta singolarmente da ognuno di noi, ma tutti riceviamo Cristo nella sua interezza. Questo ci rende parte di un’unica comunità in cui teniamo gli uni agli altri”. Il pane, elemento sostanziale di vita, accompagna sempre gli ucraini. “La nostra bandiera” continua Don Nasinnyk “ha due colori. Il blu rappresenta il cielo, il giallo il grano. Cristo è anche lì, con noi”.

Le famiglie del quartiere in festa per il ritorno dei ragazzi

Quando la Messa finisce il gruppo comincia a disperdersi. I ragazzi vanno a mangiare a casa di quelle che, dall’anno scorso, considerano le loro seconde famiglie. Gabriele Fumagalli, giovanissimo, fa parte di una di queste. I suoi genitori ospitano due ragazze appena adolescenti. “L’anno scorso erano altre due, ma ora hanno la maturità e non sono potute venire” racconta ai media vaticani. In questi mesi hanno preparato l’accoglienza anche attraverso altre attività, organizzando eventi e donazioni: “Con la vendita delle torte siamo riusciti a raggiungere una buona somma da mandare in Ucraina. Ora siamo molto emozionati di accoglierli di nuovo”. Gabriele ricorda che l’anno scorso le ragazze ospitate in casa si spaventavano molto al rumore degli aerei, al punto da scappare in cantina terrorizzate. “Era una reazione istintiva. Mi guardavano come a dire: ‘perché tu non scappi?’. Ci abbiamo impiegato un po’ a spiegare che in realtà era semplicemente un aereo, non un drone”. Rivederli oggi è una grande gioia per tutti: “Quando li abbiamo lasciati l’anno scorso avevamo paura di quello che sarebbe potuto accadergli. Invece ora sono qui, sani e salvi, con il sorriso in faccia. È bello”.

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08 giugno 2026, 14:50