Venezuela, un parroco di Caracas: "Nonostante il dolore la Chiesa continua ad aiutare"
Federico Piana e Johan Pacheco - Città del Vaticano
«Il tetto della navata centrale è crollato completamente e anche parte del tetto della navata laterale parallela è collassata. Allo stesso modo, una delle torri dove si trova la campana è praticamente sospesa in modo precario e potrebbe crollare da un momento all'altro». In Venezuela la terra continua a tremare: nelle scorse ore, le scosse di assestamento tra Caracas e La Guaira — epicentro del sisma dello scorso 24 giugno — si sono moltiplicate, attestandosi ad una magnitudine di 4.5. E il parroco della chiesa di San José de Ñaraulí, che si trova nella zona centro-settentrionale di Caracas ai piedi del Monte Avila, ha timore che prima o poi venga giù tutto. «Qui in città — racconta ai media vaticani padre Luis Antonio García Thomas — c’è stata una grande devastazione: molte persone sono morte, decine di case sono state danneggiate».
Grande disperazione
Il sacerdote è consapevole della disperazione che serpeggia tra la popolazione ma ci tiene a sottolineare come la Chiesa locale si sia immediatamente attivata per andare in soccorso delle vittime: «Continuiamo ad essere una compagine ecclesiale che va incontro alle persone, continuiamo a sostenerci a vicenda, continuiamo ad essere presenti». Le numerose repliche sismiche di queste ore stanno complicando le attività di soccorso: quando si verifica una scossa vicina o superiore a magnitudo 4 le squadre di volontari smettono di scavare per paura che edifici pericolanti possano continuare a crollare mentre le vie d’accesso diventano più insicure per via delle crepe che si allargano e rischiano di ingoiare ogni cosa.
Soccorsi complessi
Estrarre gente viva da sotto le macerie, in queste condizioni, sta diventando sempre più difficile anche se non mancano dei “miracoli”: come quello di questa mattina nel quartiere Macuto di La Guaira dove un ragazzo di 12 anni è stato trovato ferito sotto dei pesanti calcinacci. Era rimasto sepolto lì per ben cinque giorni. Ma il lavoro di ricerca è ancora lungo ed estenuante, bisogna lottare contro il tempo: secondo i più recenti bilanci ufficiali risultano disperse almeno 50.000 persone mentre i morti accertati finora sono 1.719.
Chiesa in prima fila
La Chiesa venezuelana non ha perso tempo e per soccorrere la popolazione ha deciso di attivare un tavolo tecnico di coordinamento delle azioni di aiuto materiale e spirituale. Il presidente della Conferenza episcopale, monsignor Jesús González de Zárate Salas, arcivescovo di Valencia en Venezuela, ha assicurato che «le varie diocesi e parrocchie del Paese si sono immediatamente trasformate in centri di raccolta, spazi di preghiera e luoghi di sostegno».
Sostegno al clero di La Guaira
La preoccupazione del prelato si è concentrata anche sulla situazione del clero di La Guaira, i cui sacerdoti hanno vissuto in prima persona la tragedia, subendo la perdita delle proprie case, di stretti collaboratori e di membri delle loro comunità parrocchiali. «La nostra priorità — ha aggiunto —è aiutare questi 'custodi del popolo di Dio' a guarire le proprie ferite, affinché possano continuare a fornire aiuto e conforto alle loro comunità».
Il dramma dei profughi
A complicare la situazione, nelle ultime 24 ore, c’è anche l’aumento degli sfollati interni: 12.700 persone che, per il momento, sono accolte in luoghi improvvisati come tendopoli, scuole e palestre. L’Unhcr, l’ Alto Commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, ha predisposto la distribuzione di kit di sopravvivenza, materassi, coperte. Ma non bastano. L' organizzazione dell’Onu ha fatto sapere che il piano di sostegno al Venezuela è sotto finanziato chiedendo ai donatori internazionali di intervenire al più presto: «Senza nuovi contributi sarà difficile garantire alloggi d'emergenza, protezione e assistenza alle famiglie sfollate».
Sanità al collasso
Anche il sistema sanitario nazionale continua ad essere in crisi. Almeno tre grandi ospedali sono stati lesionati dal sisma e risultano parzialmente inutilizzabili; i pronto soccorso degli altri nosocomi sono sovraffollati; nell’area dell’epicentro scarseggiano perfino medici ed infermieri. Ingtanto, la mancanza di acqua, dovuta al danneggiamento delle condotte idriche, sta provocando la diffusione di gastroenteriti, disidratazione soprattutto tra bambini e anziani, contaminazione degli alimenti, aumento di malattie intestinali nei campi di accoglienza.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui.