Myanmar, la Chiesa forma giovani e famiglie alla speranza e alla pace
Di Paolo Affatato
Una nuova chiesa cattolica, intitolata a San Remigio, nella diocesi di Pathein, nel Myanmar centro occidentale, mentre si avvicinano gli scontri militari tra governo e forze di opposizione; le iniziative educative dei padri serviti (Oblati Servi di Maria) proposte a Yangon e in altre diocesi, grazie a insegnanti, volontari e alle suore della congregazione delle Serve di Maria; un ritiro per oltre 50 catechisti nella zona di Sagaing, una delle regioni maggiormente segnate dal conflitto civile e dallo sfollamento della popolazione. Sono solo alcune delle iniziative che mostrano come la vita della Chiesa cattolica in Myanmar proceda e le attività pastorali continuino nonostante il contesto profondamente ferito dalla guerra civile che tocca oltre la metà del territorio nazionale. La nuova chiesa è “un dono dello Spirito Santo, è segno dell'opera di Dio che va avanti, sebbene viviamo nella precarietà e nell’insicurezza”, ha detto il vescovo di Paherin, Henry Eikhlein che, come ha riferito l'agenzia Fides, nella stessa cerimonia di consacrazione della chiesa ha impartito il sacramento della cresima a 70 ragazzi. “Lo Spirito rinnova la faccia della terra. Il Signore manda il suo Spirito, non ci abbandona", ha rimarcato il vescovo, esortando i presenti “a sperare sempre, in ogni circostanza”, ricordando e riconoscendo sempre le opere di Dio.
Formare alla speranza
L'iniziativa educativa dei padre serviti , nell'arcidiocesi di Yangon, inoltre, si svolge in un villaggio a circa due ore dalla città e vede coinvolti, oltre ai religiosi, le suore e i volontari che si dedicano all’insegnamento di centinaia di ragazzi, di famiglie non solo cattoliche ma anche buddiste. Negli ultimi tre anni la richiesta delle famiglie di inviare i loro bambini è cresciuta sensibilmente. Quanto viene apprezzato è il fatto che, al di la delle materie di studio, si tratta di un vero e proprio laboratorio di pace: un missione fondamentale per far sì che bambini e ragazzi possono superare i traumi della guerra e guardare al futuro con speranza. Più a Nord, nella regione Sagaing, oltre 50 catechisti si sono riuniti nei giorni scorsi nella chiesa del Sacro Cuore a Kalay, nell'omonima diocesi, per un corso di formazione che, da un lato, mirava a offrire un aggiornamento su strumenti e metodologie per migliorare la pratica della catechesi; e, d'altro canto, è stato un tempo per ritrovarsi, confrontarsi, raccontarsi e sperimentare, nella relazione con Dio e nella fraternità, la forza di andare avanti in condizioni difficili, segnate da violenza, precarietà, povertà, sfollamento. “I catechisti sono una luce per la comunità impaurita, ferita, disorientata, a volte disperata”, ha ricordato ai presenti padre Joseph Kap Tung Nung, sacerdote di Kalay.
Il seme della pace
La missione della Chiesa va avanti continuando a seminare il Vangelo della pace in un contesto socio-politco in cui si registrano evoluzioni: all'inizio di aprile il capo della giunta birmana responsabile del colpo di stato del 2021, il generale Min Aung Hlaing, è stato eletto presidente dal Parlamento bicamerale del Myanmar, riavviando formalmente un governo civile, anche se composto da ex militari. A distanza di cinque anni, dopo una guerra diffusa che ha fatto oltre 90mila morti, il generale ora è ufficialmente a capo di un governo che chiede alla comunità internazionale di riconoscergli legittimità, finora già accordata da potenze come Russia, Cina e India. Un ampio riconoscimento internazionale, infatti, potrebbe consentire all’esecutivo di provare ad avviare un processo di pacificazione nazionale.
Verso uno Stato federale
Una importante novità si è verificata anche nel campo delle opposizioni, che hanno siglato un nuovo accordo che include un più stretto coordinamento militare tra i vari gruppi e il patto per formare uno Stato federale. Il governo in esilio (Nug), nato in seguito al voto popolare delle elezioni 2020, finora si è presentato come la forza che rappresenta la resistenza, senza però avere il potere di coordinare le milizie etniche, altre componenti importanti della lotta al potere. L’opposizione si presentava sempre frammentata, offrendo di fatto un vantaggio alla giunta. Il governo in esilio ha ora accettato di limitare i suoi poteri (e di conseguenza quelli della comunità bamar, la maggioritaria del paese), favorendo la nascita di un coordinamento che prefigura il governo di un nuovo Stato federale. Si tratta di una intesa formale, inclusiva e strutturata, che prevede un apposito Consilio per dare vita a un’Unione democratica federale, un progetto storicamente avversato dai militari birmani. Secondo gli osservatori, la mossa che coagula e rinsalda l’opposizione potrebbe dare una svolta anche al conflitto sul terreno militare.
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