I relatori del Convegno al Senato per la Giornata nazionale contro la pedofilia I relatori del Convegno al Senato per la Giornata nazionale contro la pedofilia 

Abusi su minori: violenza "normalizzata", serve una comunità educante

Al convegno Ecpat Italia per la Giornata nazionale contro la pedofilia i dati allarmanti della Polizia postale. Gli esperti: non basta proteggere i ragazzi, bisogna renderli protagonisti della prevenzione. Necessaria un’alleanza tra scuola, famiglia, sanità e sport

Davide Dionisi - Città del Vaticano

I maltrattamenti sui minorenni in Italia sono cresciuti del 58%. Nell’87% dei casi vede i colpevoli appartenere alla cerchia familiare ristretta, senza differenze significative tra Nord e Sud del paese. E il quadro è ancora più inquietante guardando ai fenomeni di pedofilia, pedopornografia e adescamento. Nel 2025 la Polizia postale ha gestito 2.574 procedimenti legati a questi reati, con 222 arresti. In tutto lo scorso anno sono stati identificati 8.213 minori vittime, dato in crescita rispetto ai 7.200 dell’anno precedente, a sua volta in aumento del 4% rispetto al 2023. Su base decennale l’incremento raggiunge il 35%. Per i reati online i numeri sono ancora più allarmanti: la pornografia minorile segna un aumento del 63%, la detenzione di materiale pedopornografico del 36%. Di questi dati se ne è discusso oggi durante un convegno al Senato intitolato Dalla frammentazione all’integrazione. Nuovi modelli di tutela dei minori, organizzato da End Child Prostitution Pornography And Trafficking Italia in occasione della Giornata Nazionale contro la Pedofilia e la Pedopornografia 2026,

La normalizzazione della violenza

Ma quali sono i segnali di allarme che la società civile e le famiglie tendono maggiormente a sottovalutare? Per Jasmin Abo Loha, di End Child Prostitution Pornography And Trafficking Italia, “il segnale più preoccupante è la normalizzazione della violenza. Uso due termini forti, ma necessari: etica ed estetica della violenza. Ciò che stiamo osservando è che la violenza, proprio perché funziona meglio come esca per ottenere visibilità, è il contenuto che circola di più”, ha spiegato Abo Loha, aggiungendo che “l’esposizione costante a questi contenuti abbassa progressivamente la soglia di tolleranza e genera una forma di accettazione diffusa. Il risultato è un conflitto intergenerazionale: l’adulto punta il dito contro il minore che commette certi comportamenti, mentre il minore risponde di non aver fatto nulla di grave, di essersi semplicemente esposto in modo leggero. Entrambi, in realtà, sono figli dello stesso problema culturale. La risposta non può che essere sistemica. Non si può continuare a lavorare su singole tematiche in modo separato. Negli ultimi anni ci si è concentrati molto su fenomeni come il bullismo e il cyberbullismo, relegando nell’angolo temi fondamentali come l’educazione affettiva e sessuale. Ma lo sfruttamento sessuale è sempre e soltanto un effetto: bisogna lavorare sulle cause, a trecentosessanta gradi. Abbiamo già uno strumento prezioso a disposizione, la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che affronta il minore nella sua interezza. È da lì che occorre ripartire”.

Ascolta l'intervista a Yasmine Abo Loha di Ecpat Italia

Riconoscere i segnali di disagio

“Il Servizio nazionale promuove percorsi di formazione volti a preparare, nelle comunità cristiane, adulti di riferimento capaci di accompagnare i minori loro affidati non solo negli ambienti ecclesiali, ma in ogni ambito della vita” ha evidenziato Chiara Griffini, del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Conferenza episcopale italiana. “Si tratta di figure in grado di riconoscere i segnali di disagio e, al tempo stesso, di promuovere attivamente tutti gli strumenti che favoriscono il benessere dei ragazzi, sia nella dimensione reale che in quella digitale”. Sull’integrazione con le istituzioni laiche, Griffini ha chiarito: La collaborazione tra la Cei e le istituzioni civili si realizza anzitutto attraverso percorsi condivisi di prevenzione e formazione. La collaborazione avviene nel rispetto delle specificità dei due ordinamenti, canonico e civile, e si traduce concretamente nell’impegno a promuovere una cultura che liberi da ogni forma di silenzio e collusione con qualsiasi tipologia di abuso. Va aggiunto un elemento importante: chiunque effettui una segnalazione in ambito ecclesiale viene sempre informato della possibilità, anzi, incoraggiato, a presentare la propria segnalazione anche alle competenti autorità civili. I centri di ascolto della Chiesa italiana operano in questa direzione, favorendo che le persone, in quanto cittadini, ricorrano anche alle autorità statali”. Poi un passaggio sul messaggio dei giovani agli adulti: “Il messaggio principale che i rappresentanti del mondo giovanile lanciano agli adulti è di ritrovare il proprio ruolo di accompagnatori e di riprendere quel dialogo intergenerazionale che negli ultimi anni si è assottigliato” ha detto Griffini. “Si tratta di valorizzare le risorse positive che i ragazzi già possiedono, fornendo loro gli strumenti per riconoscere precocemente situazioni di rischio. Non solo proteggerli, dunque, ma renderli protagonisti attivi della prevenzione. Un aspetto spesso trascurato riguarda il fatto che i minori non sono soltanto potenziali vittime: in alcuni casi possono diventare anche autori di comportamenti lesivi. Il lavoro educativo con i ragazzi è quindi duplice: accompagnarli a non subire abusi, ma anche a non commetterli”.

Ascolta l'intervista a Chiara Griffini, del Servizio per la tutela dei minori della Cei

Il ruolo della comunità educante

Tra i concetti più significativi emersi dal convegno c’è quello di comunità educante. Per chi lavora a sostegno dell’infanzia su tutto il territorio nazionale, rappresenta l’unica risposta concreta per migliorare la qualità della vita di bambini e adolescenti. Ma cosa si intende con questa espressione? “Non un singolo servizio, non un singolo intervento, non un singolo attore”, ha rispoto Simona Rotondi, Responsabile ufficio progetti di Con i bambini, Impresa sociale che attua i programmi del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. “La risposta al bisogno di un bambino o di un adolescente risiede nell’alleanza tra più soggetti. La scuola deve collaborare con le famiglie, con il servizio sanitario, con le associazioni sportive, ludiche e ricreative in cui i ragazzi sono coinvolti. Solo attraverso questa risposta comunitaria si crea il contesto favorevole che permette a ogni bambino di esprimere il meglio di sé e di crescere in modo sano”. Per Rotondi le comunità educanti devono essere caratterizzate da tre elementi fondamentali: “Il primo è la prossimità. Per prevenire la povertà educativa e, nel contesto di questo convegno, l’abuso e il maltrattamento, bisogna partire dalla conoscenza. Essere prossimi significa essere vicini alla vita reale dei bambini. La scuola non può ignorare le condizioni in cui vivono i propri alunni. Se un bambino è assente da dieci giorni, l’insegnante deve interrogarsi e cercare di capire cosa c’è dietro. Allo stesso modo, se un bambino durante l’allenamento appare isolato, chiuso, poco collaborativo, l’allenatore ha la responsabilità di chiedersi cosa stia accadendo. Prossimità significa conoscenza, e conoscenza significa prevenzione”. Poi la continuità: “Le relazioni significative tra adulti e bambini devono essere costanti nel tempo, non episodiche. Bisogna dare spazio e stabilità a questi legami, perché è nella continuità che si costruisce la fiducia”. Ed infine, la comunicazione: “L’insegnante deve parlare con il pediatra, con la famiglia, con l’allenatore. Tutti devono sentirsi parte di un unico progetto educativo, condiviso e coordinato. Solo così la comunità educante smette di essere un ideale e diventa una pratica concreta di protezione e cura”. 

Ascolta l'intervista con Simona Rotondi, responsabile ufficio progetti di Con i bambini,

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04 maggio 2026, 13:09