Vessels sail through the Strait of Hormuz

Hormuz, la preoccupazione della Chiesa per i marittimi bloccati nello Stretto

Tra gli oltre 20 mila lavoratori del mare bloccati su circa 2.000 navi mercantili cresce la tensione e la voglia di tornare a casa. In alcuni cargo le scorte di cibo e di acqua sarebbero insufficienti per tutto l’equipaggio. Padre Paulo Prigol, cappellano e direttore a Manila dell’Apostolato del mare-Stella Maris: "Si sentono abbandonati. hanno bisogno di essere ascoltati e compresi. Il loro dolore sta aumentando"

Federico Piana - Città del Vaticano

«Non sono loro la principale priorità. Prima di tutto, il mondo si preoccupa del business, delle merci». La citazione che padre Paulo Prigol fa nel bel mezzo del suo colloquio con i media vaticani è la sintesi perfetta, dice,  di un sentimento generale che sta serpeggiando tra i marittimi filippini che stanno vivendo sulla propria pelle gli effetti della chiusura dello Stretto di Hormuz con circa 2.000 imbarcazioni costrette a rimanere ferme e più di 20 mila lavoratori del mare bloccati a bordo. In alcune di quelle navi  ci sarebbero addirittura  scorte di cibo e di acqua insufficienti per tutto l’equipaggio che ne metterebbero a rischio la sopravvivenza.

La sensazione di abbandono

«Una nostra recente inchiesta che ha coinvolto 300 marittimi ha svelato che in questo tempo di guerra loro si sentono completamente abbandonati» ha rivelato il missionario scalabriniano che nelle Filippine fa il cappellano soprattutto sulle navi mercantili ed è direttore a Manila dell’Apostolato del mare- Stella Maris, la rete mondiale della Chiesa cattolica che si occupa di dare sostegno materiale, psicologico e spirituale ai marittimi, ai pescatori e alle loro famiglie. E nella nazione asiatica, di lavoro con chi ha scelto di salire a bordo di un cargo ce n’è un’infinità: se nel mondo il numero totale delle persone impiegate nella flotta mercantile globale tocca quota 1,89 milioni, nelle Filippine sfiora le 700.000 unità, un quarto dell’intera forza lavoro marittima mondiale.

Preocupazione ed ansia

Da quella ricerca fatta dall’Apostolato del Mare- Stella Maris filippino e da padre Prigol emerge che la situazione ad Hormuz sta generando tra i marittimi picchi di preoccupazione ed ansia senza precedenti. «Tutti hanno ammesso di aver paura di  andare da quelle parti. Ma sono costretti dal fatto che se rifiutano non potranno trovare un altro lavoro per sostentare le proprie famiglie». Dunque, l’ansia e la preoccupazione che li attanagliano preferiscono ignorarla, gettarsela dietro alle spalle. Fin quando non  iniziano a manifestarsi squilibri nella salute menatale. Il missionario scalabriniano, come esempio emblematico, narra la storia di un marittimo tornato quattro settimane fa nelle Filippine dallo Stretto di Hormuz dopo un mese di permanenza senza poter mai sbarcare dalla nave: «Ci ha confidato che in quel periodo ha ricevuto tutto quello che è prescritto dalle leggi, dai governi. Quasi tutti i suoi diritti sono stati rispettati. Ma gli è mancata una cosa, fondamentale: la possibilità di poter ricevere a bordo una persona con la quale parlare, confidarsi. È quello l’aiuto che avrebbe desiderato di più».

Grandi impedimenti

Allora come adesso,  sulle navi bloccate nello Stretto di Hormuz neanche i cappellani possono andare. «E quei poveretti non possono certo aprire il loro cuore e condividere i problemi personali con le proprie mogli o i propri figli». Lo stress psichico aumenta fino a trasformarsi in patologia. Forse finora completamente sottovalutata.

In base alla sua esperienza, e a quella della sua organizzazione, padre Prigol ammette che nelle Filippine «un marinaio al mese si toglie la vita: in media le vittime hanno meno di trent’anni». Le cause sono molteplici, spesso anche sovrapponibili: «Chi compie questo tragico gesto lo fa per alcuni motivi: una scelta sbagliata del lavoro, una forte pressione psicologica della famiglia, le atrocità e gli effetti della guerra che ha bloccato lo Stretto di Hormuz» Tra i marittimi, però, quasi mai si parla dell’aumento dei suicidi. Parlarne, spiega il religioso, vorrebbe dire ammettere di aver bisogno di aiuto e perdere di vista la possibilità di guadagnare per sfamare le proprie famiglie: loro preferiscono i soldi a scapito della propria salute. «Dopo un convegno sul benessere mentale che abbiamo organizzato tre anni fa a Manila, il governo filippino ha messo in campo numerose  iniziative concrete come training e  seminari. E noi, nei nostri centri, quando ci accorgiamo che qualche marittimo è in difficoltà cerchiamo di aiutarlo in ogni modo».

Colpiti anche i pescatori

C’è una frase, in inglese, che dovrebbe far capire al mondo quanto siano importanti i marittimi, ignorati e dimenticati anche dai governi. Padre Prigol la ripete spesso: «No shipping, no shopping, niente spedizioni, niente acquisti. In pochi si ricordano di ringraziare chi permette alle merci di arrivare fin dentro  il cancello delle nsotre case». Poi c’è un’altra certezza: la guerra sta mettendo ancora di più in crisi anche il comparto dei pescatori. Un mondo più precario e traboccante di irregolarità rispetto a quello dei marittimi che almeno hanno contratti regolari e tutele sindacali moderatamente forti.

Irregolarità ignorate

Chi ne sa qualcosa è un altro scalabriniano, confratello di pare Prigol: padre Márcio Toniazzo, direttore esecutivo della Scalabrini international migration network, rete che con le sue 250 organizzazioni in tutto il mondo si occupa di assistere e sostenere le persone in movimento. «La nostra Stella Maris scalabriniana che collabora con la Stella Maris della Chiesa cattolica  è presente in 15 porti internazionali» racconta. Un punto privilegiato d’osservazione che gli permette di affermare che le navi sulle quali sono imbarcati i pescatori fanno gola a tutti i Paesi nei quali transitano perché generano un economia parallela — il carburante per gli spostamenti, le spese per il vitto — che vale milioni di dollari. E che fa chiudere un occhio, anzi due, alle autorità locali che evitano di indagare sulle irregolarità e sui soprusi che si compiono a bordo dei pescherecci, grandi e piccoli. «Ma da una parte — spiega padre Toniazzo — è proprio sulle navi dei pescatoti che noi cappellani possiamo andare più liberamente rispetto ai cargo navali dei marittimi dove ci sono restrizioni non sempre giustificate. E  ai pescatori portiamo fede, solidarietà e conforto».

Le norme disattese

Secondo la normativa internazionale, i pescatori dovrebbero stare in mare al massimo 9 mesi l’anno ma molto spesso questa soglia limite viene superata, soprattutto ora in tempo di conflitto. Ci sono pescatori che da un anno e mezzo non vedono le proprie famiglie, costretti ad imbarcarsi su un peschereccio e l’altro pur di lavorare. Spesso anche in nero. Ed è in questi frangenti che il ruolo del cappellano diventa essenziale: «Noi vogliamo fare solo i preti, non vogliamo salire sulle navi per altri motivi. Vogliamo solo poter  esercitare il nostro ministero di pastori. Alcune volte questo ci viene impedito, specialmente sulle navi mercantili. La nostra attuale sfida è proprio questa: poter raggiungere tutti questi lavoratori e portare loro aiuto e conforto».

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

27 maggio 2026, 12:02