Manipur, la spirale di violenza colpisce le comunità religiose
Vatican News
Il rapimento di due giovani religiosi salesiani in Manipur riporta in evidenza l’instabilità che da oltre due anni sconvolge lo Stato dell’India nordorientale. Albert Panmei Aching e Peter Poji Küvisie, due fratelli salesiani, sono stati sequestrati la sera del 13 maggio mentre viaggiavano dal complesso Don Bosco di Imphal, capitale del Manipur, verso il centro salesiano di Maram, a circa venti chilometri di distanza. Dopo una notte e una giornata di forte tensione, i due religiosi sono stati rilasciati il 14 maggio. Padre Suresh, della provincia salesiana di Dimapur, ha espresso “grande sollievo” per la loro liberazione, sottolineando come i due confratelli siano “sani e salvi”.
Una testimonianza di riconciliazione
Il Provinciale dei Salesiani di Dimapur, padre Joseph Pampackal, ha ringraziato le organizzazioni civili, i leader religiosi, gli anziani delle comunità e le forze dell’ordine che hanno contribuito a una soluzione pacifica della vicenda. Un ringraziamento particolare è stato rivolto anche ad alcuni membri della comunità Kuki che, durante la prigionia, hanno garantito la sicurezza dei due religiosi, offrendo – secondo il sacerdote – una “testimonianza di riconciliazione e rispetto reciproco anche in circostanze difficili”.
Un conflitto etnico che mina la convivenza
Il Manipur è teatro dal maggio 2023 di un violento conflitto che vede contrapposte soprattutto le comunità Kuki e Meitei. I primi sono in maggioranza cristiani, i secondi prevalentemente indù. Negli ultimi mesi la tensione ha coinvolto anche gruppi appartenenti all’etnia Naga, aggravando ulteriormente il quadro della sicurezza. Le conseguenze umanitarie sono pesantissime. Secondo la “All India Catholic Union”, oltre 250 persone hanno perso la vita dall’inizio della crisi, più di 60 mila sono state costrette a lasciare le proprie case e centinaia di villaggi e chiese sono stati distrutti. Migliaia di sfollati vivono ancora nei campi profughi, mentre il tessuto sociale appare sempre più lacerato. In questo contesto, anche le comunità religiose e i loro leader sono diventati bersagli della violenza. Il rapimento dei due salesiani rappresenta infatti non solo un episodio criminale, ma anche il segnale di un deterioramento generale della convivenza civile e della fiducia reciproca.
La condanna dei vescovi indiani
Di fronte a un tale aggravamento della situazione, la Conferenza episcopale cattolica dell’India (CBCI) ha diffuso una dura nota di condanna, esprimendo “profondo dolore e cordoglio” per le violenze che continuano a colpire il Manipur. I vescovi hanno definito gli attacchi “atti efferati” contro leader religiosi che, in questi anni di crisi, hanno rappresentato “una fonte vitale di speranza e forza”. Nel comunicato si sottolinea che “la violenza non fa che acuire le ferite, prolungare la sofferenza e indebolire i legami che uniscono le comunità”. Facendo eco all’appello dell’arcivescovo di Imphal, mons. Linus Neli, la CBCI ha invitato tutte le parti coinvolte ad astenersi “da ogni forma di violenza e rappresaglia”, chiedendo invece di scegliere “dialogo, perdono, riconciliazione, moderazione e coesistenza pacifica”. Anche le autorità civili sono state esortate ad agire “con saggezza, equità e sensibilità” per ristabilire fiducia e giustizia.
L’agguato ai pastori battisti e lo sdegno delle comunità cristiane
A rendere ancora più drammatico il clima nel Manipur è stato il massacro avvenuto il 13 maggio contro un convoglio di cristiani battisti di etnia Kuki. Nell’imboscata, tesa sulla strada tra Kangpokpi e Lamka, sono stati uccisi tre pastori battisti: Vumthang Sitlhou, presidente della Thadou Baptist Association, V. Kaigoulun e Paogou. Mentre altri religiosi e gli autisti del convoglio sono rimasti gravemente feriti. Secondo lo United Christian Forum of North East India, i pastori stavano rientrando da un incontro ecclesiale quando sono stati attaccati da uomini armati. Le indagini sono ancora in corso, ma l’episodio ha provocato un’ondata di indignazione in tutto il Paese. Il portavoce del Forum, Allen Brooks, ha definito l’attacco “brutale e disumano”, ricordando che le vittime “non erano combattenti né figure politiche, ma guide spirituali e pilastri di speranza e riconciliazione”. Parole che riassumono lo sdegno suscitato da un atto percepito come un assalto non solo contro una comunità etnica, ma contro la stessa possibilità di pace nel travagliato Nordest indiano.
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