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La Madonna dell’Arco, una madre che non esclude nessuno

Ogni primavera migliaia di 'fujenti' raggiungono a piedi il santuario della Madonna dell’Arco, uno dei luoghi di devozione più radicati della Campania. Nel territorio che accoglie Leone XIV ad Acerra sopravvive una religiosità popolare fatta di tammorre, ex voto e pellegrinaggi scalzi

Maria Milvia Morciano - Città del Vaticano

È lunedì in Albis. Il sole non sorge ancora ma Santa Anastasia, alle falde del Somma-Vesuvio, si è già svegliata, animata dai canti e dal ritmo antico delle tammorre. Li chiamano fujenti o battenti: migliaia di pellegrini, uomini e donne vestiti di bianco, spesso scalzi, che convergono da quartieri e paesi della Campania e oltre verso il santuario della Madonna dell’Arco.

In una terra dove l’umanità è fatta di generosità e impeto, errori, pentimenti, necessità e dolore, la devozione alla Vergine resta qualcosa di profondo e concreto. Alla Madonna dell’Arco sono devoti anche carcerati, prostitute, tossicodipendenti. È una madre davanti alla quale non si teme di essere esclusi.


Nel territorio che oggi accoglie Leone XIV per la visita ad Acerra e nella Terra dei Fuochi, il santuario rappresenta ancora oggi uno dei luoghi religiosi più radicati della Campania. In un territorio che porta ancora il peso dell’inquinamento e delle emergenze ambientali, la visita del Pontefice richiama indirettamente anche questa lunga storia di pellegrinaggi e richieste di protezione.

L’altare marmoreo che custodisce l’antica immagine della Madonna dell’Arco nel santuario di Sant’Anastasia.
L’altare marmoreo che custodisce l’antica immagine della Madonna dell’Arco nel santuario di Sant’Anastasia.

Gli archi romani e l’edicola votiva

Il nome “Arco” rimanda probabilmente agli antichi acquedotti romani che servivano quest’area vesuviana, ricca di sorgenti e non lontana dall’antica Suessula. Il toponimo ritorna in diversi centri della zona, da Pomigliano d’Arco fino al quartiere dove sorge il santuario.

Immagine della Madonna dell’Arco senza gli ornamenti aggiunti nel XVII secolo.
Immagine della Madonna dell’Arco senza gli ornamenti aggiunti nel XVII secolo.

Qui, nel Quattrocento, esisteva una semplice edicola votiva dipinta lungo una strada frequentata da mercanti, contadini e viandanti. Secondo la tradizione, tutto ebbe origine nel lunedì di Pasqua del 1450. Durante una partita di pallamaglio, un giovane colpì con rabbia l’immagine della Vergine dopo avere perso una sfida. La guancia della Madonna avrebbe iniziato a sanguinare. La notizia si diffuse rapidamente nel Regno di Napoli e il luogo divenne meta di pellegrinaggi. Più di un secolo dopo, un secondo episodio contribuì ad accrescere la fama del santuario: quello di Aurelia Del Prete, la donna di Sant’Anastasia che avrebbe anch’essa oltraggiato la sacra effige.

Il santuario e gli ex voto

Attorno all’antica cappella sorse progressivamente il santuario. La prima pietra dell’attuale complesso venne posta nel 1593 e già dal 1594 il luogo fu affidato ai domenicani. La chiesa, a croce latina, custodisce ancora al centro del transetto il luogo dell’immagine venerata, il volto gentile e familiare della Vergine Maria. Attorno crebbero il convento, il chiostro con il pozzo, il coro ligneo e soprattutto le raccolte di ex voto. Sono proprio questi segni di riconoscenza per grazia ricevuta a restituire il volto più concreto della Madonna dell’Arco. Migliaia di tavolette dipinte, oggetti d’argento, fotografie e offerte registrano malattie, incidenti, emigrazioni, lavori nei campi e nelle fabbriche. Fra gli oggetti lasciati nel santuario compaiono anche stampelle, fotografie, lettere e perfino siringhe deposte da ex tossicodipendenti come segno di una vita abbandonata. Frammenti di devozione e fiducia, ma anche di storia sociale campana, sedimentati nel corso di cinque secoli.

Il primo miracolo della Madonna dell’Arco in un dipinto del Novecento.
Il primo miracolo della Madonna dell’Arco in un dipinto del Novecento.

Una devozione viva

Ogni anno alla Madonna dell’Arco tornano anche molti emigrati campani, partiti da tempo ma rimasti legati alla festa del lunedì in Albis. È una devozione diasporica, che continua a conservare nel santuario tracce di vite lontane impresse sulle fotografie, gli ex voto e i nomi affidati alla Vergine.

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23 maggio 2026, 10:00