Il Cuamm di don Luigi Mazzucato, la sua vita e la sua avventura in Africa
di Beatrice D’Ascenzi
Mantenere in vita l’eredità di un “visionario con i piedi per terra”, che attraverso il suo operato ha cambiato per sempre la storia della cooperazione internazionale. L'incontro “Africa, la mia vita. Don Luigi Mazzucato e l’avventura del Cuamm”, dedicato al ricordo dello storico direttore dell'organizzazione, è stata un’occasione per ripercorrere insieme le tappe di un viaggio iniziato nel 1955 quando, a soli 28 anni, don Mazzucato venne incaricato dall'allora vescovo di Padova, monsignor Girolamo Bartolomeo Bortignon, di guidare l’associazione.
Oggi, a poco più di dieci anni dalla sua scomparsa, era il 26 novembre del 2015, Mazzucato non smette di essere il faro dell’organizzazione. “In un momento storico di confusione e instabilità, la figura di Don Luigi sottolinea la capacità di non perdere la rotta per il futuro che vogliamo costruire”, racconta don Dante Carraro, attuale direttore del Cuamm.
Il racconto di un cambio di paradigma
Durante l’incontro, il ricordo del libro “Nulla da lasciare” di Francesco Jori, dedicato all’operato del sacerdote, e la presentazione del documentario “Africa, la mia vita” (andato in onda per la prima volta a dicembre su TV2000), hanno delineato i contorni di un uomo che ha saputo cambiare i paradigmi dell’approccio medico in Africa.
“La sua visione si è incarnata nei diversi periodi storici - spiega ancora don Carraro - all'inizio il Cuamm era fatto di pionieri, poi la cooperazione è cresciuta e si è organizzata in programmi specifici, sempre più in collaborazione con il ministero della Salute dei governi locali, fino a diventare un partner strutturale dei sistemi sanitari dei vari Paesi africani”.
Con l'Africa, non per l'Africa
Un lavorare “con l’Africa e non per l’Africa” che traspare perfettamente dalle interviste che Paolo Rumiz, Piero Badaloni, Enzo Romeo e Pietro Veronese hanno raccolto nel docufilm, e che ha fatto diventare il Cuamm la prima organizzazione italiana a spendersi per la promozione e la tutela della salute delle popolazioni africane,
Il passaggio del testimone ai giovani medici
Ma la figura di Don Mazzucato non smette di essere un esempio per i tanti medici che ogni anno partono con l’organizzazione. A raccogliere questa eredità sono soprattutto i giovani specializzandi, mossi dallo stesso desiderio di servizio che guidava il fondatore.
Tra loro c'è Carolina Vitale, medico internista, che descrive così la sua esperienza sul campo in Etiopia: “Se da un lato c'è il timore di non essere all'altezza, dall'altro si impara presto a ridimensionare l'idea di arrivare da una medicina più avanzata”. Pragmaticamente, il lavoro del medico si trasforma in un esercizio di ascolto e condivisione all'interno degli ospedali statali o missionari locali, affiancando il personale del posto per affrontare sfide nuove, come l'avanzata delle malattie croniche. “In Africa - conclude Vitale - non si va a cambiare nulla da soli, ma per imparare a lavorare insieme e portare un piccolo, fondamentale contributo”.
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