Ceis, padre Stenico: "La ragionevole follia" di non lasciare solo nessuno
Emiliano Magistri - Città del Vaticano
"Noi non accettiamo che qualcuno perda la testa. Siamo persone che vivono di relazioni primarie e abbiamo il dovere di alimentarle". Potrebbero bastare queste parole di padre Giuliano Stenico per capire, da oltre quarant’anni, cosa c’è dietro al lavoro e all’impegno della Fondazione Ceis. L’onlus, attiva nelle province di Modena, Parma, Bologna e Ravenna, è nata per operare nel campo del disagio adolescenziale e giovanile e, soprattutto, per contribuire a diffondere la cultura dell’accoglienza, dell’ascolto e della cura della persona. Stenico è il presidente: "Abbiamo iniziato nel 1982, il 13 dicembre per la precisione. Era l’epoca in cui l’Italia stava affrontando l’emergenza della tossicodipendenza, con tutte le conseguenze che questo fenomeno comportava a livello sociale e di rapporti interpersonali".
Partire dall'accoglienza
Sono gli anni in cui la tendenza è quella di isolare chi è caduto in questo vortice, un po’ per paura, un po’ per un pregiudizio diffuso. "Noi abbiamo fatto il contrario, siamo partiti dall’accoglienza", spiega padre Giuliano. "I primi passi li abbiamo mossi insieme alla Comunità Dehoniana di Modena, un modo per vivere in maniera diversa e proattiva il nostro periodo in seminario, a cominciare dai principi di povertà, obbedienza e castità". Insieme ad altri seminaristi, Stenico capisce che la povertà va messa in pratica con l’automantenimento finalizzato a ottenere la base per partire, l’obbedienza nella capacità di capire i bisogni della gente, la castità nel vivere relazioni coinvolte e interessate. Tutto legato dall’ascolto della Parola di Dio. "I primi a rivolgersi a noi — ricorda — sono stati genitori con figli tossicodipendenti che erano già stati nella sede del Ceis di Roma fondata nel 1971 da don Mario Picchi, per il quale dove nasceva un nuovo Centro italiano di solidarietà doveva esserci un sacerdote come responsabile. E così siamo partiti".
Programma Daytop
Il motore ispiratore è il “Programma Daytop” fondato a New York nel 1963 da monsignor William O’Brien, un approccio terapeutico pensato proprio per la tossicodipendenza e basato su comunità strutturate in cui convergono professionisti nel campo della salute mentale ed ex utenti. Perché il recupero deve coinvolgere tutti e la sussidiarietà deve abbracciare l’intero sistema: figli, famiglia, contesto. "Ascoltare significa agire concretamente per costruire una rete di aiuto, senza distinzioni tra una tipologia di utente e l’altro: come dice il principio fondamentale della dottrina sociale della Chiesa, al centro c’è sempre la persona non l’istituzione. L’istituzione è al servizio della persona", afferma il presidente. Questa impostazione nel corso degli anni ha portato il Ceis a diventare una struttura multidisciplinare dove oggi trovano assistenza anche donne e uomini con disturbi alimentari, dipendenza da alcol, problemi psichici (oltre 3000 le consulenze erogate), molti persino minori: "Possiamo dire di essere una rete unica, ma in grado di offrire risposte differenziate. Ai minori stranieri non accompagnati che arrivano da noi, ad esempio, forniamo competenze per inserirsi in modo operativo. Organizziamo corsi di formazione, lezioni per migliorare a comprendere e parlare la lingua italiana, favoriamo rapporti con le aziende del territorio per agevolare i più grandi nell’inserimento nel mondo del lavoro".
Tu non sei la malattia. Tu sei una persona
D’altronde, ogni epoca è contraddistinta da un tipo di emergenza che, seppur in maniera drammatica, scatta un’istantanea inequivocabile. Come gli anni ’80 erano segnati dal fenomeno della tossicodipendenza, oggi a tenere banco sono i problemi psichici e dell’apprendimento: "In questo — sottolinea padre Giuliano — la pandemia di Covid-19 ha giocato un ruolo cruciale. L’isolamento forzato ha impedito a tanti giovani di relazionarsi con i propri coetanei, di avere scambi, di vivere quello che l’età dell’adolescenza richiede: i rapporti sociali. Una mancanza che ha portato molti persino ad abbandonare la scuola". E poi la violenza domestica, le crisi improvvise, la rabbia incontrollata. Tutto specchio di una società che si arrocca su certezze presunte al solo fine di mascherare fragilità profondissime: "Agli utenti che ospitiamo, uomini in questo caso, forniamo aiuto per capire il perché non siano stati in grado di controllare la rabbia. Creiamo veri e propri gruppi di crisi in cui interviene chi ne è stato responsabile. In questi incontri, che si svolgono come gruppi di ascolto tradizionali, vengono coinvolti tutti, persino altri utenti autori a loro volta di episodi di crisi e violenza: ciascuno partecipa in maniera proattiva per aiutarsi a vicenda e capire da dove sia nato l’atteggiamento sbagliato. Perché come diciamo sempre, tu non sei la tua malattia. Tu sei una persona". "Una ragionevole follia" è il titolo del libro in cui Stenico racconta quarant’anni di attività nel Centro italiano di solidarietà. Pagine dove riporta storie, esperienze, aneddoti, come quello di un utente che lo ringraziò per avergli salvato la vita. La risposta fu: "Sei tu che hai accettato di salvare la tua. Io sono stato solo un’opportunità". Ancora oggi, parlandoci, padre Giuliano lo dice con sincera modestia: "Mi era sembrato eccessivo come ringraziamento, noi siamo stati bravi a creare una rete. Tutto qui". Aveva ragione Papa Francesco quando, in piena pandemia, in quella famosa benedizione Urbi et Orbi in una piazza San Pietro deserta, disse che "nessuno si salva da solo".
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