Livatino, a San Bartolomeo all’Isola la testimonianza di un nuovo martire
di Antonio Tarallo
È la pagina del Vangelo delle Beatitudini il simbolo della cerimonia che si è svolta mercoledì 20 maggio nella basilica romana di San Bartolomeo all’Isola Tiberina: una preghiera in memoria del beato Rosario Livatino, il giudice assassinato il 21 settembre del 1990 dalla stidda, organizzazione mafiosa siciliana, sulla SS 640 Caltanissetta-Agrigento e beatificato nel 2021. Sull’isolotto che sorge sopra il fiume Tevere cala la sera, ma la luce dei martiri illumina la gremita assemblea raccolta nella chiesa divenuta ormai - grazie all’opera della Comunità di Sant’Egidio - un vero e proprio santuario dei nuovi martiri della fede. Le mura di San Bartolomeo all’Isola riecheggiano di voci e lodi, inni a Dio. «Molte sono le prove dei giusti, ma da tutte le salva il Signore; egli custodisce tutte le loro ossa, neppure uno sarà spezzato», così canta l’assemblea. È la certezza della Resurrezione. È la certezza che Dio provvede ai suoi figli.
Un santuario dei martiri
Sopra l’altare maggiore campeggia la grande pala dorata, dipinta da Renata Sciachì, che rappresenta la storia dei testimoni del secolo passato uccisi in odium fidei. Sopra l’altare, per l’occasione, una teca che custodisce un brandello di camicia insanguinata del giudice Livatino: un tassello, una “tessera” che andrà a incrementare il già grande e variopinto mosaico di biografie, testimonianze, volti, custodito nel “Memoriale dei nuovi martiri”, inaugurato nel 2023, ospitato nella cripta della stessa basilica. «In questo santuario noi abbiamo tanti oggetti, tante memorie che parlano delle storie dei tanti martiri – spiega ai media vaticani don Angelo Romano, parroco di San Bartolomeo all’Isola – da oggi abbiamo anche qualcosa che ci parla della storia di Livatino e questo ci rende molto, molto contenti. Sicuramente aiuterà i tanti pellegrini a riflettere sulla storia e sulla vicenda umana di questo giovane magistrato cristiano così radicato nella sua fede da resistere alle minacce e da affrontare in maniera limpida la sua testimonianza cristiana».
Livatino, la testimonianza
«La legalità, non un insieme di norme ma uno stile di vita», così papa Leone XIV aveva dipinto la figura del beato Livatino nella Messa in occasione del Giubileo degli Uffici cerimoniali istituzionali italiani del 25 ottobre 2025. Uno stile di vita che diviene esempio per tutti, per ogni cristiano che, come sottolinea don Romano, «in qualche modo dovrebbe ambire non solo a ciò che è il rispetto formale delle leggi terrene (ciò dovrebbe essere il minimo), ma all’adempimento della legge del Vangelo, della legge del Signore: quindi, ad amare gli altri come lui ci ha amato, quindi a un livello più alto di amore. Questo è il nostro vero comandamento e la nostra vera legalità. Credo che il beato Livatino l’abbia testimoniato con il suo stesso sangue perché nella sua azione di magistrato lui certamente portava la preoccupazione, l’amore e la difesa dei più deboli». E proprio ai deboli, il beato Livatino ha guardato nella sua vita. Ha guardato soprattutto «al suo impegno di magistrato come a un appuntamento fondamentale per vivere quel comandamento evangelico dell’amore perché in quel momento amare il suo prossimo voleva dire anche difendere il suo prossimo dalla violenza dei malvagi». I malvagi avranno pure tinto di rosso quella camicia, testimone silente della preghiera di ieri sera, ma non hanno avuto certo la forza di far tacere il ricordo della sua memoria.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui