Una mostra dedicata agli Angeli, ponte tra cielo e terra
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano
Gli angeli attraversano la storia dell’arte senza mai scomparire. Riempiono absidi, pale d’altare, miniature, reliquiari, edicole lungo le strade, ponti e cimiteri. Accompagnano il cristianesimo fin dalle origini trasformandosi insieme alle epoche, alla teologia e all’immaginario: figure di confine, messaggeri della gloria divina nelle immagini medievali, custodi nella devozione moderna, presenze interiori e talvolta inquiete nell’arte contemporanea.
Creature sospese tra materia e visione, queste spiriti celesti assumono forme diverse secondo i secoli e i linguaggi figurativi. Ai Musei Capitolini, nelle sale terrene di Palazzo dei Conservatori, la mostra Angeli. Messaggeri, custodi e viandanti. Le sublimi creature dall’Antico al Contemporaneo segue la lunga metamorfosi dell’immagine angelica, dall’antichità fino al Novecento.
Curata da Massimo Rossi Ruben e Viviana Vannucci, l’esposizione riunisce opere provenienti da musei italiani, collezioni private e istituzioni pubbliche. Il progetto è promosso da Roma Capitale con la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali; l’organizzazione è del Centro Europeo per il Turismo e la Cultura con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura.
Dall’annuncio alla custodia
Nel mondo antico gli esseri alati appartenevano già alla sfera del sacro e della mediazione. Lo raccontano il rilievo assiro con il genio alato proveniente da Nimrud e le ceramiche greche con Nikai (figure che simboleggiano la vittoria) e figure alate conservate nelle collezioni capitoline. Con il cristianesimo la figura angelica acquista progressivamente una funzione più definita: messaggero, custode, guida, presenza che accompagna episodi decisivi della storia della salvezza. La mostra segue questo passaggio attraverso opere provenienti dagli Uffizi, dal Museo e Real Bosco di Capodimonte, dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica e da numerose collezioni pubbliche e private.
L’angelo appare nelle scene dell’Annunciazione, accompagna i santi, regge i simboli della Passione, sostiene il corpo di Cristo, sorveglia tombe e altari. In filigrana emerge anche una lunga tradizione teologica: dalle gerarchie celesti dello Pseudo-Dionigi Areopagita fino alla riflessione medievale di Gregorio Magno e Tommaso d’Aquino, il mondo angelico viene pensato come spazio intermedio tra l’umano e il divino, un varco attraverso cui l’invisibile entra nella storia. Nell’Angelo annunziante di Carlo Dolci il volto emerge da un fondo scuro con una concentrazione assorta; nel San Matteo con l’angelo del Guercino la presenza celeste entra invece direttamente nell’azione del dipinto. Il percorso comprende anche l’Angelo custode di Pietro da Cortona e quello dipinto da Lo Spadarino per la chiesa di San Rufo a Rieti, dove la protezione angelica assume una dimensione quotidiana e familiare.
La sua immagine cambia insieme al modo di rappresentare il divino. Nei secoli medievali prevalgono figure gerarchiche e luminose, ordinate secondo precise concezioni cosmologiche. Il Rinascimento introduce una corporeità nuova: i volti acquistano espressione, il movimento entra nelle vesti e nelle ali, l’angelo si avvicina allo spazio umano.
Il corpo e la luce
Una delle linee più interessanti del percorso riguarda proprio questa progressiva umanizzazione. Nell’età moderna gli angeli perdono parte della loro distanza astratta e diventano figure emotive, talvolta persino intime. Le ali continuano a distinguerli dagli uomini, ma il linguaggio del corpo appartiene ormai pienamente alla pittura del reale.
La mostra segue anche le trasformazioni della luce, elemento decisivo nell’iconografia angelica. Nell’arte cristiana la luce che accompagna gli angeli non è soltanto un elemento atmosferico: rivela la presenza del sacro e apre lo spazio del trascendente. Tra Otto e Novecento assume invece un valore più simbolico e interiore. In Domenico Morelli gli angeli che trasportano i martiri cristiani sembrano emergere da una visione sospesa tra storia e spiritualità, mentre l’Angelo ribelle su fondo blu cupo di Osvaldo Licini porta la figura angelica dentro una dimensione inquieta, di modernità preistorica. In Sul mio cielo volano anche gli angeli di Franco Marrocco, minuscoli punti luminosi disposti nel blu compongono una costellazione, una geometria spirituale di silenzioso ordine celeste. L’angelo entra in territori nuovi: allegoria, malinconia, meditazione e traccia del sacro. In questo passaggio si legge anche un cambiamento più ampio dello sguardo occidentale. La creatura celeste non appare soltanto come intermediaria tra cielo e terra, ma come immagine attraverso cui l’arte interroga l’invisibile, il mistero, la possibilità stessa di dare forma a ciò che sfugge.
Un itinerario per immagini
Il progetto espositivo nei Musei Capitolini riunisce opere provenienti anche dalla Collezione Intesa Sanpaolo, dalla Collezione BNL BNP Paribas, dal Museo Barracco e dal Fondo Edifici di Culto. Dipinti, sculture e materiali su pergamena compongono un percorso ampio, costruito per temi oltre che per successione cronologica. La scelta permette di accostare linguaggi lontani e di osservare come la figura angelica continui a riemergere nei secoli con significati differenti. A mutare non è soltanto la forma delle ali o la struttura delle composizioni, ma il modo stesso in cui ogni epoca immagina il rapporto tra umano e trascendente.
Dedica a Papa Francesco
Dedicata alla memoria di Papa Francesco, perché — come hanno spiegato i curatori — «proprio come gli angeli protagonisti della rassegna, egli ha inteso interpretare la propria vocazione per il prossimo come un ponte tra cielo e terra», la mostra assume anche il valore di una riflessione sul viaggio, sulla custodia e sull’accompagnamento. Messaggeri, custodi, viandanti: immagini che popolano l’intera esposizione e che restituiscono agli angeli la loro natura più antica, figure del passaggio sospese tra umano e trascendente.
L’angelo custode
Una sezione particolarmente significativa è dedicata all’angelo custode, una delle immagini devozionali più diffuse dell’età moderna. L’iconografia deriva dal tema biblico di Raffaele e Tobia: una figura che guida, indica la strada. Nell’Angelo custode di Pietro da Cortona il gesto protettivo acquista monumentalità barocca; nella tela dello Spadarino il rapporto con il Bambino si fa invece raccolto e domestico, pur emergendo da un fondo cupo, drammatico.
In queste opere l’angelo non appare soltanto come creatura della gloria divina, ma come presenza vicina all’esperienza quotidiana, compagno di cammino e figura della protezione.
Le tele di Giovanni Antonio Galli, detto lo Spadarino, spesso ricordato per il dibattito sul Narciso già attribuito a Caravaggio, rivelano inoltre una voce autonoma e intimamente meditativa.
È forse anche per questo che la figura angelica continua a riemergere nell’arte contemporanea. Cambiano le forme, si spezza la simmetria classica, le ali diventano talvolta segno mentale o frammento simbolico, ma resta intatta l’idea di una presenza che accompagna l’uomo nel rapporto con ciò che supera il visibile.
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