Il sisma dell’Aquila, don Di Nardo: ferita ancora viva ma c'è sete di futuro
Cecilia Seppia – Città del Vaticano
Diciassette anni dal sisma che spezzò 309 vite, comunità, abitudini ma il dolore e la paura in cui vivono gli aquilani e gli abruzzesi dei 56 comuni colpiti, sono una scossa perenne. Tante anche quest’anno le iniziative di commemorazione tra musica e momenti altamente simbolici con “palchi” di eccezione come il piazzale dell’Emiciclo davanti Palazzo Margherita e la lettura uno ad uno dei nomi di coloro che non ci sono più. Poi piazzale Paoli con la voce dei familiari delle vittime e l’invito ai giovani a farsi “sentinelle della memoria”, ancora la Casa dello Studente, e il Parco della Memoria, con la deposizione dei fiori bianchi sulla fontana monumentale. Infine la basilica di Santa Maria di Collemaggio dove si è esibito il Coro della Cappella Sistina ed è andato in scena il racconto, tra il dramma e la speranza, con la voce narrante di Daniele Pecci. In serata in piazza Duomo, nella chiesa delle Anime Sante, la Messa in suffragio delle vittime presieduta dall'arcivescovo metropolita Antonio D'Angelo che nell’omelia ha voluto sottolineare la coincidenza quest’anno tra la Pasqua e l’anniversario del sisma, mettendo l’accento sulla risurrezione di Cristo, unica via per "aprire un cammino nuovo, capace di attraversare anche le profondità della sofferenza".
Chiamati ad edificare comunità fraterne
In questo orizzonte - ha detto - si colloca anche la tragedia del sisma, che ha sconvolto vite e certezze, “lasciando una ferita ancora viva”. Riprendendo il Vangelo il presule ha scandito il “Non temete” come invito rivolto a una comunità che ha conosciuto paura e perdita. La fede, ha spiegato, “non cancella il dolore ma lo attraversa, come dimostrano le piaghe del Risorto, segno che la ferita resta, ma può essere trasfigurata”. Esempio tangibile è “la rinascita de' L' Aquila e della sua comunità. Il desiderio di futuro, di sognare una città che vive”, frutto di quella “linfa vitale” che viene da Dio e sostiene l’impegno umano. Non basta infatti la sola volontà: serve “una luce che proietta lontano”, capace di orientare la ricostruzione materiale e spirituale. Da qui l’invito a custodire e coltivare questa energia interiore, “incanalarla con l’intelligenza del cuore”, per continuare un cammino condiviso. Una responsabilità che riguarda tutti, “chiamati a edificare una comunità fondata su fraternità e speranza”, guardando oltre le macerie, verso un futuro ancora possibile.
Solidarietà nazionale
Tanti i messaggi giunti delle più alte cariche dello Stato. I presidenti di Camera e Senato, Fontana e La Russa, hanno insistito sulla memoria e sulla prevenzione dei fenomeni sismici in un territorio fragile come quello italiano, la premier Giorgia Meloni ha detto: “ricordare vuol dire anche continuare ad esserci con serietà e responsabilità”. E’ risuonato anche il grazie agli italiani tutti, per quella “solidarietà nazionale” che quasi non ha eguali nel mondo. Di questo aspetto parla ai media vaticani don Dante Di Nardo, direttore della Caritas diocesana, tra i primi, in quella terribile notte ad assistere le persone, a scavare a mani nude insieme agli uomini della Protezione civile, ai Vigili del Fuoco e alla Croce Rossa.
La Chiesa sempre aperta
Sono passati quasi due decenni ma il racconto di don Di Nardo è ancora intriso di commozione. “Siamo scesi in strada in pigiama, pantofole, c’era sgomento, terrore negli occhi di tutti, e il panico non ti fa ragionare, non sapevamo ancora quanti morti ci fossero, quanti danni, sapevamo che c’erano dei fratelli bisognosi e quello che potevamo fare era agire nella fratellanza... Subito con i miei collaboratori ci siamo messi a distribuire latte caldo, il latte destinato alla Caritas, perché quella notte faceva parecchio freddo. Da aprile a dicembre la nostra parrocchia è diventata un centro di accoglienza e smistamento cibo e vestiti, sempre aperti notte e giorno. Poi il governo ha avviato ‘Progetto C.A.S.E’. per l’emergenza abitativa e costruito 4.500 alloggi in 19 aree del comune dell’Aquila per ospitare 15mila sfollati, ma come Chiesa solo la nostra, San Francesco d’Assisi, in tutta l’Aquila è rimasta aperta”.
Bisogni materiali e spirituali
La fede non si è fermata, ripete don Di Nardo, mentre loda anche la resilienza tipica degli abruzzesi. “Nelle tendopoli abbiamo attivato centri di ascolto e di cura pastorale, ci siamo infatti resi conto che a parte i bisogni materiali, lo sgomento era tanto e così con i rappresentanti Caritas arrivati da tutta Italia e con i sacerdoti abbiamo creato delle cappelle nei campi sfollati per dare ascolto e conforto spirituale. Ci siamo fatti prossimi, stringendoci nei momenti più drammatici. Ricordo durante i funerali delle vittime nella caserma della Guardia di Finanza a Coppito, il dolore si tagliava a fette”. Il direttore della Caritas diocesana ripercorre nel dettaglio il costante “servizio alla povertà” dell’organismo caritativo, in pieno spirito evangelico: ai padri di famiglia rimasti disoccupati, alle donne, agli anziani, ai bambini che non potevano andare a scuola, ai disabili, ai sopravvissuti che ancora sentono nei polmoni la polvere delle macerie.
Sete di futuro
“Il nostro posto è accanto ai più fragili, ma dopo il terremoto tutti erano diventati bisognosi. All’inizio c’era tanta sfiducia e rabbia poi mano a mano gli aquilani sono rientrati a casa, nella New Town, e dopo 17 anni posso dire che si è tornati a vivere una normalità, l’Aquila è rinata, tanti luoghi storici, chiusi per anni, sono stati riaperti, come il Forte Spagnolo, e anche la gente è più sollevata, entusiasta però per tanto tempo non si vedeva luce, prevalevano l’incertezza e lo sconforto. Ricostruire fuori, gli edifici, le chiese, le piazze, ci ha dato la possibilità anche di ricostruire interiormente e la città è tornata a splendere, a parte la zona del centro storico dove ancora ci sono interventi di restauro e manutenzione, finalmente stiamo assaporando l’idea di un futuro possibile, c’è sete di futuro anche tra i più anziani, ma la ferita è indelebile e ci sono ancora tante nuove povertà e tanti nuovi bisogni a cui sopperire. Certamente quest’anno anche se non è un anniversario tondo, la coincidenza con il Lunedì dell’Angelo e quindi con la Pasqua è un ulteriore segno di resurrezione”.
Sul piano istituzionale, il ricordo del 6 aprile si inserisce in un quadro più ampio di norme e proroghe sulla gestione delle emergenze e sulla ricostruzione post-sisma. In una scheda aggiornata il 28 febbraio 2026, la Camera dei deputati richiama i principali interventi della legislatura sulle calamità naturali e, per il cratere del Centro Italia, segnala tra l'altro proroghe della gestione straordinaria e dello stato di emergenza fino al 31 dicembre 2026, insieme a misure per personale, Uffici speciali e ricostruzione pubblica e privata.
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