Agostino, una lingua per cercare: il latino, i maestri, la voce
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano
Il recente viaggio del Papa in Algeria riporta l’attenzione su Agostino e sui contesti in cui la sua figura si è formata. Al contempo, riaccende l’interesse per la sua lingua. «Agostino ha una prosa "classica", anche se di una classicità ormai un po’ “invecchiata”». Padre Giuseppe Caruso, religioso dell’Ordine di Sant’Agostino, priore del Convento e Rettore della Chiesa di Sant'Agostino a Palermo, già preside dell’Istituto Patristico Augustinianum e studioso della letteratura cristiana antica, definisce così la scrittura del vescovo d’Ippona, formatosi nella scuola retorica dell’antichità. Una prosa «colorita, vivace, elaborata e di grande efficacia», capace — come osservava già lo storico e letterato Cesare Cantù — di lasciare «profonda e durevole impressione» anche in chi non condivide la fede cristiana.
Una prosa classica, ma mobile
Alla base resta la formazione classica: «Agostino è un maestro di scuola dell’antichità e quindi chiaramente ha preso il suo latino dai classici». Questa appartenenza alla paideia latina non si limita al piano lessicale o sintattico, ma investe l’intero impianto del discorso, dalla dispositio all’uso degli exempla, secondo le regole della retorica antica. E tuttavia questa lingua non è uniforme. Nei sermoni abbondano giochi di parole, assonanze — elementi ritmici che rispondono al gusto dell’uditorio tardoantico — e talvolta comportano uno scarto rispetto all’eleganza normativa del latino classico; nelle Confessioni la prosa «è piegata a una profonda introspezione», come nelle celebri aperture invocative (magnus es, Domine… inquietum est cor nostrum) in cui l’andamento periodico si frammenta e si ricompone secondo il movimento stesso della coscienza; nei trattati teologici assume invece un rigore che «ha fatto scuola nella teologia latina di tutto il Medioevo». Accanto a tutto questo, Agostino sa adottare registri più accessibili: «Sa anche piegarsi in qualche modo al bisogno di comprensione della gente». Non solo: «Agostino ha scritto anche un salmo abecedario contro il partito di Donato», puntualizza padre Caruso, scegliendo «ritmi popolari» per raggiungere un pubblico più ampio. È un dato significativo: la lingua non è per lui un codice fisso, ma uno strumento modulabile, adattato di volta in volta alla situazione e al pubblico, governato da una consapevolezza pastorale dell’enunciazione, capace di passare dal trattato al sermone, fino alla composizione in versi destinata alla memoria e alla recitazione comunitaria.
Una voce che non si esaurisce
Alla domanda sulla sua attualità, padre Caruso risponde richiamando una definizione di Italo Calvino: «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». «È una formula che vale anche per Agostino, perché parla alle corde più profonde della nostra umanità», sottolinea. Due le dimensioni che spiegano questa permanenza. Da un lato «il grande teologo, che con la ragione cerca di capire nei limiti del possibile il mistero di Dio» — tensione ben espressa nella tradizione agostiniana del “credere per comprendere” e del “comprendere per credere” —; dall’altro «l’uomo che cerca il senso della sua vita», che si domanda «perché vivo, cosa devo fare per vivere bene». Non si tratta di due registri separati, ma di una tensione interna che struttura l’intera opera: la ricerca razionale e l’interrogazione esistenziale si richiamano continuamente. È questa la tensione che attraversa i secoli: «Agostino è colui che si è chiesto perché vivo, come posso essere felice, sono davvero chiamato alla felicità?». La sua attualità non dipende dunque da una coincidenza storica, ma dalla capacità di articolare in forma riflessiva domande che restano costitutive dell’esperienza umana, al di là di ogni delimitazione cronologica o corrente filosofica.
I maestri della sua formazione
La lingua e il pensiero di Agostino si radicano nella tradizione scolastica in senso antico, cioè nel sistema educativo del grammaticus e del rhetor, fondato sulla lettura, imitazione e memorizzazione dei classici latini. Caruso richiama la cosiddetta “quadriga” fissata dal grammatico Arusiano Messio: «Cicerone, Sallustio, Virgilio e Terenzio». Sono gli autori che «tutti dovevano studiare» e che Agostino incontra nella sua formazione. L’influsso di Cicerone è decisivo, come egli stesso racconta: la lettura dell’Hortensius segna una svolta. Non tanto sul piano della forma quanto su quello dell’orientamento interiore, trasformando l’esercizio retorico in ricerca della sapienza. Virgilio è presenza costante, citato «come facciamo noi quando per infiorettare il discorso citiamo un verso dantesco», ma con una funzione che è insieme ornamentale e argomentativa, secondo l’uso tardoantico della citazione poetica. Terenzio offre «quel tocco di umanità che tuttora ci commuove». In questo quadro, la cultura classica è matrice attiva della sua scrittura e non un semplice repertorio. A questo patrimonio si aggiungono le letture filosofiche, le opere dei Neoplatonici tradotte in latino, e una curiosità più ampia che include anche ambiti scientifici. «Agostino era appassionato di astronomia», ricorda Caruso, e nelle sue opere si trovano pagine attente al movimento degli astri, soprattutto nel De Genesi ad litteram, dove la riflessione cosmologica si intreccia con l’esegesi. Questa apertura, benché non sistematica, mostra una formazione che, pur centrata sulla retorica, non resta chiusa entro i suoi confini.
Dio e l’anima: il centro della ricerca
C’è infine un criterio che orienta tutta la sua produzione. Nei Soliloqui, ricorda Caruso, alla domanda su cosa voglia conoscere Agostino risponde: «Dio e l’anima». È qui che si concentra la sua attenzione. «La riflessione di Agostino ha sempre come polarità la relazione», quella tra Dio e la persona umana. Questa polarità non è solo tematica, ma strutturale: determina la gerarchia degli interessi e la costruzione stessa del discorso. Anche quando si apre alla contemplazione della natura o alla memoria dei luoghi vissuti, il punto di gravità resta questo: comprendere l’uomo nella sua ricerca e il suo rapporto con Dio. «Questa relazione per Agostino è la felicità, è ciò che dà senso all’esistenza».
Un radicamento senza descrizione
Questa priorità si riflette anche nel suo rapporto con i luoghi. Resta tuttavia significativo il modo in cui Agostino vi si rapporta. «Gli autori cristiani antichi descrivono poco», nota Caruso, e Agostino non fa eccezione. Non troviamo nei suoi testi descrizioni sistematiche delle città attraversate — Ippona, Roma, Milano, Cartagine — né degli edifici che pure conosceva. Eppure emerge un dato preciso. In una lettera a Massimo di Madaura, reagendo a chi deride i nomi dei martiri africani, Agostino scrive con tono risentito: «...ma tu che sei di Madaura […] come ti permetti di prendere in giro la lingua del nostro territorio?». È un passaggio che rivela una consapevolezza di appartenenza, pur dentro una piena integrazione nella cultura latina dell’impero. Il rapporto con i luoghi non si esprime dunque attraverso la descrizione, ma attraverso la memoria, la polemica, l’identità. Più che uno spazio rappresentato, emerge uno spazio implicito, presupposto dall’esperienza e attivato dalla parola. E si comprende alla luce della sua priorità: la conoscenza di Dio e dell’anima, rispetto alla quale lo spazio resta sullo sfondo.
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