Autoritratto di padre Ezechiele Ramin Autoritratto di padre Ezechiele Ramin

“Passione Amazzonia”, padre Ramin tra i crocifissi del mondo

Fino al 18 aprile alla Pontificia Università della Santa Croce, è possibile visitare la mostra dei disegni di padre Ezechiele, il missionario comboniano ucciso in Amazzonia nel luglio del 1985. Un intreccio tra la vita degli indios, dei contadini del Mato Grosso e la Passione di Gesù. “Il lutto – spiega il fratello Fabiano - si è trasformato immediatamente in un raccolto”

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Il tratto incerto del carboncino o del pennarello e poi via via più deciso come ad accompagnare con sempre più consapevolezza la scelta di darsi in maniera totale, di essere amico e compagno degli indos Suruí, costretti in riserve perché i loro territori venivano occupati, ma anche vicino ai contadini senza terra dell’Amazzonia che rivendicavano i loro diritti. I disegni di padre Ezechiele Ramin, parroco di Caocal e servo di Dio ucciso il 24 luglio 1985 nella fazenda Katuva nel Mato Grosso, raccontano i volti di quelle zone di mondo accanto alla Passione di Cristo. Dodici pannelli della mostra "Passione Amazzonia" che si trovano nelle sale della Pontificia Università della Santa Croce fino al 16 aprile e che oggi, 9 aprile, sono stati presentati alla stampa.

Padre Ezechiele Ramin, missionario comboniano morto nel 1985
Padre Ezechiele Ramin, missionario comboniano morto nel 1985   (Riproduzione riservata © copyright Famiglia Ramin/TeM/Missionari Comboniani)

Specchiarsi nella vita e nella morte

La vita e la morte di tanti crocifissi si specchiano l’uno nell’altro, in un dialogo sotteso in cui la speranza della Resurrezione emerge fortemente, in cui le difficoltà di vivere sono riflesso di quelle vissute da Gesù ma in cui non mancano i sorrisi di chi è ritratto. Sono anche lo sguardo di un giovane missionario comboniano della diocesi di Padova, scomparso a soli 32 anni, trivellato di colpi da parte di uomini assoldati dal latifondista che rivendicava la proprietà di numerose terre tra le proteste dei contadini. Proteste che lo stesso “Lele”, così lo chiamavano in famiglia, aveva spento convincendo con il dialogo a perseguire la strada della legalità. Il suo corpo senza vita venne vegliato dagli stessi indios fino all’arrivo, il giorno dopo, dei suoi confratelli.

Scena della Passione di Cristo
Scena della Passione di Cristo

Bandiera di Cristo

I disegni esposti sono stati consegnati alla famiglia dopo il suo omicidio. “Non conoscevamo questa sua vena artistica – racconta Antonio Ramin, intervenuto oggi alla presentazione della mostra insieme al fratello Fabiano – l’abbiamo scoperta post mortem”. Di padre Ezechiele la sua famiglia davvero ha capito molto dopo la scomparsa, lo stesso Fabiano dice che “il lutto si è trasformato immediatamente in un raccolto” mentre Antonio afferma di averlo capito il giorno del funerale quando “è stato consegnato alla Chiesa” perché non solo era “la bandiera per gli oppressi” e quindi emblema di riscatto ma “testimone del Cristo che libera e che è liberatore”. Entrambi concordano su un tratto del fratello: la scelta di vivere dalla parte dei più deboli, di farlo cristianamente, cercando di salvare vite. “Un’anima sacerdotale”, lo tratteggia ancora Antonio, “il fratello di tutti, di tutti i popoli, di chi è nell’ingiustizia, dell’oppresso sempre e comunque” gli fa eco Fabiano.

Il disegno preferito dai fratelli Ramin
Il disegno preferito dai fratelli Ramin

“Anche da morti viviamo”

Antonio e Fabiano preferiscono un disegno in particolare. È quello in cui si vedono due persone che trasportano un sudario. Per Antonio è l’emblema della solidarietà. “Quando sei in quei posti i soldi non valgono niente, esiste soltanto un'unica ricchezza che è quella della solidarietà umana”. Padre Lele aveva disegnato quella scena per la Settimana Santa del 1985, suor Lourdes, una religiosa comboniana, gli aveva chiesto – racconta Fabiano – di realizzare un quadro da mettere accanto al Cristo crocifisso. Una volta vista l’opera, la suora si era mostrata amareggiata, non aveva capito, allora padre Ramin decise di accompagnare il disegno con la frase: “come moribondi, eppure eccoci viventi” tratta dalla seconda Lettera ai Corinzi, capitolo 6, versetto 9. “Le suore al suo funerale – ricorda Fabiano - hanno messo questo disegno sull’altare proprio per ricordare che anche da morti viviamo”. Nella sua prima omelia a Cacoal padre Ezechiele Ramin disse: “Intendo camminare con voi, lottare assieme a voi. So bene che questa scelta mi può costare la vita, tuttavia ne accetto le conseguenze, fosse pure la prigione, la tortura o anche lo spargimento di sangue”. Un sangue custodito da 40 anni in terra brasiliana dove la testimonianza di questo giovane missionario resta viva e diventa ogni giorno di più speranza per un mondo diverso e senz’altro più giusto.

Indios ritratto da padre Ezechiele
Indios ritratto da padre Ezechiele
Ascolta l'intervista ad Antonio Ramin

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

Photogallery

"Passione Amazzonia"
09 aprile 2026, 17:46