Particolare del quadro di El Greco "Orazione nell'orto" Particolare del quadro di El Greco "Orazione nell'orto"

Sul Monte degli Ulivi, la solitudine di Gesù nella voce di due poetesse

Le liriche di Elena Bono e Margherita Guidacci, autrici che hanno attraversato il Novecento, si nutrono del mistero pasquale. In alcuni versi il loro sguardo si è concentrato sul tempo passato da Cristo nel Getsemani e ha riletto quei momenti densi di attesa e preghiera

Eugenio Murrali - Città del Vaticano

Il mistero della salvezza, che si è compiuto attraverso la morte e la Risurrezione di Gesù, ha fatto nascere in molti poeti, anche apparentemente lontani dalla fede, parole ispirate. Tante sensibilità diverse – John Donne, a titolo di esempio, Alphonse de Lamartine, Paul Verlaine o Ada Negri, Alda Merini, più vicine a noi - sono entrate in risonanza con la passione di Cristo, hanno guardato alle sue sofferenze e alla Croce, ritrovandovi molto del dolore conosciuto nel mondo.
Più noti sono i versi legati al Venerdì Santo o alla Pasqua. Basti pensare agli Inni Sacri di Alessandro Manzoni o alla Via Crucis, La Passione, composta da Mario Luzi e letta da Sandro Lombardi e Lucilla Morlacchi, al Colosseo, il 2 aprile 1999, durante la pia pratica presieduta da Giovanni Paolo II. Ma anche il Giovedì Santo, la cui celebrazione artistica più nota è probabilmente Il Cenacolo dipinto da Leonardo, ha suscitato la parola significativa dei poeti.

Due voci del Novecento

Tra gli interpreti lirici del racconto dei Vangeli, ci sono anche due poetesse del Novecento. Ricordiamo qui la “Sibilla classica e cristiana” Margherita Guidacci (1921-1992), tornata più volte sui temi della Pasqua, e Elena Bono (1921-2014), recentemente riscoperta anche grazie all’antologia Chiudere gli occhi e guardare, pubblicata da Ares per il centenario dalla nascita.
Guidacci affronta il tempo forte del mistero pasquale già nel 1980 nella raccolta L’altare di Isenheim, ispirata all’opera del pittore cinquecentesco Matthias Grünewald. Tra quei versi, particolarmente intensi sono quelli dedicati alla predella della deposizione: Troppo grande è il silenzio: non lo rompe / neanche il tuo pianto, Maddalena./ Meglio velarsi interamente il volto/ come la madre, od abbassarlo esangue/ nella muta pietà, come il discepolo (Le poesie, a cura di Maura del Serra, Firenze: Le Lettere, 1999).

La predella dell'Altare di Isenheim di Matthias Grünewald raffigurante la deposizione
La predella dell'Altare di Isenheim di Matthias Grünewald raffigurante la deposizione

“Momenti della Passione” di Margherita Guidacci

È un altro, però, il componimento della poetessa con al centro il Giovedì Santo, e si trova, forse inaspettatamente ma opportunamente, in una raccolta del 1981, L’orologio di Bologna, dedicata alla memoria dei morti della strage terroristica compiuta il 2 agosto 1980 nel capoluogo emiliano. Intitolato Momenti della Passione e diviso in tre parti, il testo prende le mosse dall’episodio evangelico del Getsemani, dove Gesù, dopo la cena, andò a pregare il Padre e chiese invano a Pietro, Giacomo e Giovanni di vegliare (Mc 14, 32-42; Mt 26, 30-46; Lc 22, 39-46). Guidacci rilegge in questo modo i Vangeli: “Ma essi non seppero obbedirgli, e caddero all’istante/ nella sola tentazione che allora fosse possibile:/ un sonno profondissimo, quasi uno svenimento,/ il sasso sceso a picco nelle acque di un lago/ in cui si scomponevano e annullavano i segni indecifrabili che li avevano turbati”. Nei successivi versi Guidacci ricorda il sudore misto a sangue di Gesù e descrive lo sguardo di Cristo, capace di scorgere il male del passato e quello del presente: “Vedeva infatti il contenuto del calice!/ Non solo tutto il male ch’era stato commesso/ fino allora nel mondo, dalla colpa di Adamo/ all’uccisione di Giovanni il Battista,/ ma quello che il futuro avrebbe accumulato/ fino alla fine dei giorni, tutto ugualmente a Lui presente:/ ogni oltraggio dell’uomo a Dio, all’immagine divina/ impressa nei fratelli. Lo arrossavano/ le nostre fosche vendemmie da ogni campo di strage/ e da ogni luogo segreto di tortura./ Sentì il sapore di lager e gulag; anche l’orrore che oggi piangiamo/ fu un sorso del suo calice/ insieme ad altri che non possiamo ancora piangere”.

L'orto degli ulivi in Terrasanta
L'orto degli ulivi in Terrasanta

“Gesù entra nell’orto” di Elena Bono

Circa due decenni prima, nella raccolta Alzati Orfeo del 1958, Elena Bono, partendo anche lei dal Getsemani, aveva scelto la prima persona e immaginato il sentimento di Cristo. La lirica esordisce con un riferimento all’affermazione evangelica di Gesù: “Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”. Nella poesia, però, l’asserzione si trasforma in un’intima constatazione: “La carne è stanca. Gli uomini non veglieranno con me”. Dal terzo verso il Messia si rivolge direttamente alla natura intorno, agli esseri del regno vegetale e animale – “Voi grandi alberi,/ che sempre parlate col vento, / notturni uccelli” – e allarga poi la sua interlocuzione agli elementi, in particolare alla “notte”, capace di accogliere “nel grembo/ tutte le cose”. Il componimento termina con una dolente richiesta. Dal momento che gli uomini, assopiti, non veglieranno, la voce immaginata da Elena Bono chiede alle altre entità: “vegliate voi con me,/ non mi lasciate./ Non lasciatemi solo col mio cuore”. E sembra apparire in questo tremore, l’umana angoscia di Cristo che chiede al Padre: “Allontana da me questo calice!”. E aggiunge tuttavia: “Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu”, mentre l’umanità, a volte addormentata, ieri come oggi, lo abbandona, spesso ancora incredula, nel Giovedì Santo, della Risurrezione che verrà.

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02 aprile 2026, 15:00