Migranti, Ripamonti: “Inclusione scelta necessaria, non emergenza"
Stefano Leszczynski – Città del Vaticano
Nell’anno del Giubileo della Speranza il Centro Astalli ha accompagnato, servito e difeso 21mila persone a livello nazionale, di cui 11mila nella sola capitale. I dati contenuti nel Rapporto 2026 e presentati nella conferenza stampa presso la Curia generalizia dei Gesuiti a due passi dal Vaticano dicono molto di quelli che sono le emergenze ed i bisogni di chi è dovuto fuggire da violenze, guerra e povertà. Sono numeri che rispecchiano un contesto globale sempre più instabile, segnato da un multilateralismo indebolito e da una crescente polarizzazione geopolitica. “Sono 300 milioni le persone che migrano nel mondo, di cui 130 milioni in fuga da 54 guerre e un centinaio di disastri ambientali, vittime di tratta e di sfruttamento” ha sottolineato monsignor Gian Carlo Perego presidente della Fondazione Migrantes della Cei, intervenuto alla presentazione del Rapporto.
I tagli alla solidarietà
Il documento traccia un quadro critico delle politiche migratorie e delle condizioni dei rifugiati in Italia, che risente del clima generalmente preoccupante a livello internazionale. A pesare non sono solo le guerre, sottolinea il documento del Centro Astalli, ma la contrazione dei finanziamenti internazionali. I tagli ai fondi USAID e le analoghe misure adottate da diversi governi occidentali hanno prodotto effetti perversi: programmi umanitari sospesi, organizzazioni costrette a ridurre le attività e migliaia di persone private di servizi essenziali. Ripercussioni che si sono estese anche al Terzo settore italiano, mettendo a rischio la continuità di interventi fondamentali per l’accoglienza.
Vulnerabilità diffuse
Nel 2025 sono state 1.205 le persone che hanno avuto accesso per la prima volta ai servizi di base del Centro Astalli a Roma e la mensa ha distribuito oltre 62mila pasti. “Si tratta di una domanda crescente e strutturale ormai, – spiega padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli – che evidenzia condizioni diffuse di vulnerabilità. Ormai quali la metà degli utenti della mensa è composta da richiedenti asilo, tra i più colpiti dall’incertezza giuridica che si è venuta a creare”.
Muri sempre più alti
Il progressivo irrigidimento delle norme sull’asilo in Europa con l’ampliamento dei criteri di inammissibilità e la ridefinizione del concetto di “Paese terzo sicuro” non affrontano le cause profonde delle migrazioni forzate, ma limitano l’accesso alla protezione. L’Italia – denuncia il Centro Astalli - si inserisce pienamente in questo orientamento, privilegiando il controllo delle frontiere rispetto a percorsi di inclusione, con il risultato di alimentare marginalità e precarietà. “Negli ultimi anni – dichiara Ripamonti - sono state fatte delle politiche in cui il richiedente asilo si ritrova in attesa in un limbo, che per le persone si trasforma in una fragilità ulteriore e in una condizione di esclusione”.
E' sempre 'emergenza'
Le fragilità emergono anche sul piano sanitario e sociale. Il presidio Sa.Mi.Fo. (Salute migranti forzati) ha assistito oltre 2.600 pazienti, con quasi 12mila visite e un’intensa attività di mediazione linguistica. Preoccupano in particolare i dati sulla salute mentale dei minori: sono state più di mille le visite per 151 bambini e ragazzi, un segnale che evidenzia bisogni urgenti e complessi. Per gli adulti i tempi di permanenza nei centri si allungano, anche perché l’uscita verso l’autonomia è ostacolata dalla difficoltà di trovare un alloggio. Sebbene più del 30% degli ospiti sia occupato, il lavoro non basta a garantire indipendenza abitativa, a causa dei costi elevati e dei pregiudizi diffusi. Particolarmente vulnerabili risultano le donne sole con figli, spesso prive di strumenti adeguati per conciliare lavoro e cura.
Accogliere e includere
Presentando il Rapporto annuale padre Camillo Ripamonti ha lanciato un forte appello al mondo politico auspicando un maggiore impegno nella costruzione di reti efficaci tra servizi, istituzioni e comunità per realizzare un vero accompagnamento verso l’integrazione: “La cura – ha detto - è, prima di tutto, un fatto politico e culturale. Significa decidere che nessuno sia scarto, che i servizi non possono limitarsi a tamponare, ma devono essere sostenuti da visioni lungimiranti. Accoglienza e inclusione debbono considerarsi insieme: non esiste un prima e un dopo, ma un unico processo che abbia al centro la dignità della persona”.
Le sfide del Centro Astalli
Il Rapporto lancia un messaggio chiaro: un altro modello è possibile. Le esperienze della rete Astalli dimostrano che l’inclusione può funzionare, anche in un contesto difficile, se sostenuta da politiche adeguate e da una società civile attiva. La sfida, è trasformare questa possibilità in una scelta concreta e condivisa, capace di costruire una società più coesa e giusta. “Le sfide che questo contesto pone agli operatori e ai volontari del Centro Astalli - conclude Ripamonti - si possono sintetizzare nell’impegno a lavorare insieme per una società inclusiva, una società in cui le varie persone si possano sentire a casa da qualunque posto provengano”.
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