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Libano, nel villaggio di Hajjeh i giovani restano nonostante la guerra

Nella sua piccolezza Hajjeh riflette però molte delle fragilità che attraversano i tanti piccoli centri del Libano: spopolamento, vulnerabilità economica, invecchiamento causato dalla dipendenza dalle città e isolamento. L'impegno nel racconto dei volontari della Pioneers of the Virgin Mary

Guglielmo Gallone - Città del Vaticano

Il villaggio di Hajjeh dista circa 50 chilometri da quello di Qlayaa, dove lo scorso 9 marzo un bombardamento israeliano ha ucciso il parroco maronita, padre Pierre El Raii. Eppure, l’esempio e il coraggio di padre Pierre sono arrivati fin qui. Soprattutto tra i più giovani. Ce lo racconta Elio El Hajj, volontario di un’organizzazione chiamata Pioneers of the Virgin Mary e residente proprio ad Hajjeh. «Noi giovani siamo molto legati alla nostra terra e in tutta la regione a sud di Hajjeh molti ragazzi stanno restando. Quelli che partono lo fanno soprattutto per motivi di studio. Chi resta, invece, è spinto anche dall’ammirazione e dall’attrazione verso i simboli del nostro Paese. Siamo stati molto colpiti dalla morte di padre Pierre. Ha avuto una grande influenza su tutti noi e molti giovani vogliono restare anche per il suo lascito. Grazie al suo esempio, molti giovani riescono a restare ancora molto ottimisti: non si preoccupano delle difficoltà o dei pericoli, vogliono semplicemente restare nella loro terra e con la loro gente».

Tra invecchiamento e povertà

Abitato da qualche centinaio di abitanti, situato nel distretto di Sidone, lontano dalla linea del confine con Israele, per ora relativamente stabile, nella sua piccolezza il villaggio di Hajjeh riflette però molte delle fragilità che attraversano i tanti piccoli centri del Libano: spopolamento, vulnerabilità economica, invecchiamento causato dalla dipendenza dalle città – in particolare da Beirut, dove i giovani dei villaggi vanno per trovare lavoro – e isolamento. «Il nostro problema principale è il trasporto – prosegue il giovane volontario –. Molti abitanti del villaggio lavorano nella capitale, Beirut, quindi molti sono costretti a partire per andare lì e cercare di evitare i pericoli della strada. A Hajjeh abbiamo soprattutto una popolazione anziana molto numerosa, quindi cerchiamo di prenderci cura di loro il più possibile, perché spesso le loro famiglie si trovano a Beirut. Se i familiari potessero portarli nella capitale lo farebbero, ma altrimenti sono costretti a rimanere qui». Più in generale, prosegue il volontario, «la regione di Sidone sta affrontando un grande afflusso di sfollati interni, quindi c’è una forte pressione sui servizi, soprattutto sui trasporti. Il problema dei trasporti è che non si sa cosa Israele possa colpire sulle strade. Quando ci si sposta da Hajjeh a Sidone o a Beirut non si sa cosa possa succedere lungo il percorso e si rischia di essere colpiti, anche per errore. Inoltre, nella regione molti servizi sono diventati più costosi a causa di tutti questi rischi».

Un grande afflusso di sfollati interni

La situazione locale si inserisce in un contesto regionale più ampio. In generale nella regione di Sidone molti servizi sono diventati più costosi a causa della situazione e anche in questo scenario, la Chiesa riesce a rappresentare un punto di riferimento concreto, soprattutto grazie al fatto che Hajjeh è un villaggio storicamente a maggioranza cristiana e maronita, con una comunità relativamente compatta e coesa, dove la parrocchia svolge un ruolo sociale oltre che religioso. «Attualmente nella regione di Tiro l’arcivescovo e tutti i sacerdoti si prendono cura della gente – racconta Elio –. Parlano spesso con la Santa Sede o contattano le autorità locali per cercare di ottenere alcune garanzie. Anche a livello locale, nel villaggio di Hajjeh, i sacerdoti cercano di fornire cibo e medicinali alle persone che, in questo periodo, non possono uscire dal villaggio».

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02 aprile 2026, 12:25