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L’accoglienza degli abitanti di Rmeish al nunzio apostolico, l’arcivescovo Borgia, lo scorso 16 marzo L’accoglienza degli abitanti di Rmeish al nunzio apostolico, l’arcivescovo Borgia, lo scorso 16 marzo

Libano, padre Elias: a rischio i tre villaggi cristiani del sud ancora abitati

Rmeish, Debel e Ain Ebel sono gli ultimi villaggi del sud a non essere ancora stati abbandonati e rasi al suolo. Gli abitanti sono tutti cristiani: 2.000 famiglie che non possono uscire perché le strade, sopratutto verso Beirut, sono interdette dall'esercito israeliano. Padre Tony Elias, vice parroco maronita di Rmeish: "Iniziano a scarseggiare acqua, medicinali, gasolio. Fino a quando potremo resistere?"

Federico Piana - Città del Vaticano

Tra i 55 villaggi del sud del Libano nei quali l’esercito israeliano sta tirando giù con ruspe e bulldozer gli ultimi edifici pubblici, scuole e abitazioni private rimasti in piedi dopo i feroci  bombardamenti  delle scorse settimane e che proprio ieri i vertici militari hanno interdetto al ritorno dei residenti fuggiti per salvarsi la vita, ce ne sono ancora tre quasi intatti e abitati. Gli unici in tutta quella fascia di terra che corre lungo il fiume Litani e che i comandanti dell’Idf, le Forze di difesa israeliane, hanno colorato di rosso nella cartina con la quale hanno annunciato sui social, e al mondo, di aver  rafforzato proprio lì il loro controllo, nonostante la tregua ed il cessate-il-fuoco. E guai se qualcuno oserà avvicinarsi a quella nuova linea di confine.

Vie d'accesso chiuse

Gli abitanti di Rmeish, Debel e Ain Ebel non sono voluti scappare. O forse non hanno fatto in tempo. Sono tutti cristiani, rimasti chiusi in una trappola dalla quale nessuno di loro può più uscire: l’esercito israeliano non glielo permette. «Non c’è alcuna via d’accesso. Tutte le strade sono bloccate. Stiamo facendo molta fatica a far arrivare acqua, latte per i neonati, gasolio» dice padre Tony Elias, vice parroco maronita di Rmeish.

Rischi diffusi

Quando i media vaticani riescono a contattarlo telefonicamente («oggi la linea regge, ma domani chissà...») il religioso racconta che qualche ora prima i mezzi della Croce Rossa internazionale erano entrati nel villaggio per prelevare e portare a Beirut i malati più gravi che altrimenti avrebbero rischiato di morire. Ma anche per dare un passaggio, più o meno nascosto, a chi doveva essere accompagnato nella capitale libanese per andare all’università o a lavoro. Un sotterfugio, non privo di rischi, per poter riuscire a farla franca e mettere piede fuori da Rmeish.

Bisogno di pace

Ma quello che preoccupa di più, ora, è la mancanza di medicinali: «Sono tanti quelli che ci servono. Ci sono persone che hanno patologie gravi come il cancro, il diabete: i farmaci sono urgenti, molto».  La domanda che circola tra le 2.000 famiglie cristiane di Rmeish, Debel e Ain Ebel è una sola, la stessa che assilla padre Elias. «Fino a quando potremo resistere? La fiducia nel Signore c’è; la preghiera c’è; la pazienza della gente ancora non si è dissolta. Ma fino a quando?». Fino a quando dureranno le derrate alimentari di riso e farina che nei tre villaggi ancora garantiscono la sopravvivenza?  Fino a quando i pochi negozi ancora aperti potranno continuare a purificare l’acqua piovana per renderla potabile? Ma, sopratutto, quanto tempo ci vorrà per rendere efficace una vera tregua, un vero cessate-il fuoco che sia propedeutico alla pace? «Io — sussurra il vice parroco maronita — ho 43 anni e nella mia vita ho già vissuto almeno quattro guerre. E quasi tutte nel sud del Libano. La nostra gente ora vuole che chi comanda, anche nella nostra nazione, capisca che il tempo delle armi ormai è scaduto».

Bombe e ruspe

Padre Elias si sofferma con sofferenza anche sulla condizione dei musulmani sciiti che, una volta scattato il cessate-il-fuoco, pensavano di poter far ritorno ai loro villaggi bombardati: «Hanno cercato di rientrare nelle proprie case ma tutto ciò che si sono trovati davanti sono state zone deserte come centinaia di campi da calcio».  Ad esempio, il centro abitato di Ayta Al Chaab, che si trova a pochi passi da Rmeish, ormai non esiste più, è stato completamente raso al suolo: «È successo prima della tregua: non so se lo hanno tirato giù con le bombe o con le ruspe. So solo una cosa: non è rimasta pietra su pietra».  Osservare impotente questo cumulo di macerie bloccato nel suo villaggio gli fa salire alle labbra un appello che rivolge anche il gruppo armato sciita filo iraniano Hezbollah: «Consegnate le armi, lasciate che sia solo l’esercito libanese a controllare il territorio. Oggi al sud quasi tutti i villaggi sono stati distrutti. A cosa sono servite le vostre armi? Lo ripeto: adesso è il momento del dialogo, l’ora della pace».

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21 aprile 2026, 11:44