Haiti, la speranza di un popolo nella Resurrezione nonostante la guerra delle gang
Federico Piana - Città del Vaticano
Haiti sta vivendo una Pasqua di dolore e di speranza. E la sua capitale, Port-au-Prince, ne è la rappresentazione plastica. Molte parrocchie della parte storica della città più popolosa della nazione caraibica sono ormai chiuse da tempo, non esistono più. La sanguinosa e interminabile guerra delle gang ha costretto i sacerdoti a spostarsi e a sospendere ogni attività sacramentale e pastorale. In altre zone più periferiche, invece, le parrocchie ancora continuano tutte le attività ma con un alto rischio sia per i preti che per i fedeli. Perché i membri delle gang non hanno certo rispetto per la Chiesa: quando capita uccidono e rapiscono anche chi porta una talare o chi va in una cappella per pregare.
Dolore continuo
«Com’è accaduto ad un sacerdote, prima sequestrato dalle gang e poi rilasciato non più di una settimana fa. Ma i fedeli non si lasciano intimorire: anche se non come in passato, quando possono partecipano alle attività ecclesiali». Padre Massimo Miraglio, missionario camilliano, parroco della parrocchia intitolata alla Madonna del perpetuo soccorso di Pourcine Pic-Makaya, zona montuosa del dipartimento di Grand'Anse, racconta al nostro giornale che, in fondo, ciò che sta accadendo a Port-au-Prince non è altro che un ossimoro valido per tutto il Paese. «Possiamo dire che, come la capitale, Haiti è divisa in due. In quello che viene denominato il Grande sud — i dipartimenti di Jérémie, di Les Cayes, di Jacmel e di Miragoâne — non ci sono grandi problemi: le attività ecclesiali continuano nella normalità. Mentre nel nord e nel centro, dove le gang sono più attive, la situazione è estremamente pericolosa anche per la Chiesa».
Sofferenza come passaggio
Un esempio è ciò che è capitato la scorsa settimana in alcune aree abitate del dipartimento dell' Artibonite, nel centro-nord. Due delle gang più sanguinarie e potenti hanno ucciso a sangue freddo almeno una settantina di persone e dato alle fiamme decine di case. «Ma in quelle zone — spiega padre Miraglio — le violenze sono quotidiane. Le gang fanno ciò che vogliono delle persone». Anche in questa Pasqua, il popolo haitiano ha trovato nella fede la forza per andare avanti e non ha messo da parte il profondo desiderio di partecipare alle celebrazioni nonostante i pericoli. «La gente confida in Dio, nel quale ripone tutta la propria speranza. Per la fede popolare gioca un ruolo fondamentale sopratutto il Venerdì santo, il momento in cui Gesù muore sulla Croce: è l’apice perché rappresenta anche l’esperienza del dolore che il popolo sta vivendo ogni giorno.
Lacrime e preoccupazioni
E con le loro preoccupazioni e le loro lacrime gli haitiani accompagnano il Signore lungo il Calvario. In qualche modo la loro sofferenza diventa anche un passaggio necessario per sperare nella resurrezione». E per loro, la rinascita consisterebbe nel poter tornare alla vita normale, alle semplici attività quotidiane perché ormai hanno imparato ad accontentarsi. Ciò che li umilia, ammette padre Miraglio, è sentirsi abbandonati da tutti, anche dalla comunità internazionale: «Si sentono presi in giro da chi non ha veramente intenzione di fare uscire Haiti dall’incubo in cui è piombato. La solitudine è la sensazione peggiore. Quindi la Pasqua diventa anche l’occasione per ricordarsi che Dio non si dimentica di loro. Possono farlo la comunità internazionale e gli Stati Uniti ma Dio no».
Non solo le città
Le gang che stanno mettendo a ferro e fuoco il Paese non colpiscono solo gli ambienti urbani. Ad essere coinvolte sono anche le aree rurali che costituiscono le provincie più profonde della nazione. Il missionario camilliano rivela che il numero dei soldati che si affiliano a questi gruppi armati sta crescendo esponenzialmente sempre di più. E le nuove reclute, in maggioranza, sono giovani. «Le loro azioni criminali stanno portando la sofferenza anche in provincia obbligando la gente ad abbandonare quel poco che ha, i campi che lavorano, per trasferirsi in contesti maggiormente precari». Si formano, così, gruppi di migliaia di sfollati che si spostano incessantemente da nord verso sud in cerca di ambienti più sicuri. «Nei campi profughi dove spesso trovano alloggio non c’è una vera e propria assistenza. Vivono in delle baraccopoli che nascono in zone un po’ più tranquille ma dove manca davvero tutto».
Controllo capillare
Padre Miraglio assicura che ormai le gang sono riuscite ad avere il controllo di oltre l’80 per cento di Port-au-Prince. «Sono loro che in alcuni quartieri della capitale dettano legge ed organizzano la vita sociale. A danno di tutte le istituzioni, come le scuole, gli uffici pubblici e persino le chiese». Senza contare gli ospedali: in questi casi il loro funzionamento è messo a rischio dal fatto che gli approvvigionamenti sanitari, dei quali avrebbero bisogno frequentemente, in una situazione così precaria e pericolosa non sono affatto garantiti.
Tenuta democratica
Ma le gang stanno mettendo in seria difficoltà anche la tenuta democratica nazionale. Entro il 2026 dovrebbero svolgersi le elezioni generali: in due distinti turni, dovrebbe essere rinnovato il Presidente della repubblica, eletti tutti i membri del Senato e della Camera e scelti i nuovi responsabili dei comuni e delle istituzioni locali. «In lizza — dice padre Miraglio — ci sono 320 partiti. E già questo restituisce l’immagine di una nazione politicamente confusa. E poi c’è il problema della sicurezza: svolgere delle consultazioni mentre le gang controllano quasi tutto credo che provochi una mancanza di democrazia e metta in crisi la legittimità visto che molta gente non potrebbe andare a votare. Ma Haiti ha bisogno delle elezioni, ha bisogno di riconquistare la sua dimensione democratica». Senza la riaffermazione del primato della politica difficilmente si potranno affrontare le problematiche che da molto tempo stanno generando dolore e sangue. E difficilmente il popolo potrà assistere alla resurrezione nazionale nella quale continua lo stesso a sperare.
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