Dalle Isole Fiji impegno ecumenico a difesa del creato
Giovanni Zavatta - Città del Vaticano
Un Decennio ecumenico di azione per la giustizia climatica: a lanciarlo, durante l’assemblea generale che sta per concludersi a Suva, nelle Fiji, è stata la Conferenza delle Chiese del Pacifico che ha scelto, per annunciare l’iniziativa, il villaggio di Togoru, dove vive una delle comunità più vulnerabili al cambiamento climatico al mondo. Togoru, situato sulla costa meridionale dell’isola più grande delle Fiji, sta subendo infatti una rapida erosione costiera, con il mare che inghiottisce circa 1,3-1,5 metri di terra all’anno. L’innalzamento delle acque sta sommergendo case, piantagioni e cimiteri, costringendo gli abitanti a prepararsi al trasferimento a causa del cedimento delle tradizionali dighe. Ma Togoru è solo uno dei 65 villaggi che il governo delle Fiji ha identificato come minacciati dai cambiamenti climatici: negli ultimi dieci anni, cinque di queste comunità sono state trasferite, altre diciassette si preparano a farlo.
A Togoru il mare ha sommerso anche il cimitero
Il lancio del Decennio — riferisce il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) — è avvenuto oggi, giovedì 16 aprile, nel corso di una cerimonia speciale che ha incluso preghiere, inni, atti simbolici e appelli profetici, presenti i partecipanti all’assemblea. Il reverendo James Bhagwan, segretario generale della Pacific Conference of Churches, ha descritto Togoru come un mix di coloni e popolazioni indigene che hanno formato una comunità nel corso di oltre un secolo. «Siamo riuniti qui perché questa è una delle comunità più vulnerabili delle Fiji nel contesto dei cambiamenti climatici», ha detto, spiegando che quando una delegazione del Cec la visitò nel 2020 «c’era molto più territorio a disposizione». A rappresentare la comunità Barney Dunn e la figlia Marama, che hanno offerto una testimonianza diretta su come il cambiamento climatico abbia sconvolto la loro vita: le lapidi del cimitero sommerse dal mare, le reti sempre più povere di pesce. Tuttavia non vogliono arrendersi, non vogliono abbandonare il villaggio e trasferirsi nell’entroterra. Il segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, reverendo Jerry Pillay, ha espresso l’importanza di stare al fianco delle vittime, «pregare con loro, ascoltarle e capire come vengono colpite dalla catastrofe. E possiamo non solo essere solidali ma anche imparare dalle loro esperienze di vita».
Intraprendere un cammino di trasformazione
Nelle Fiji si vive un dramma che è comune a tanti territori dell’Oceano Pacifico: cambiamento climatico, ma anche inquinamento e degrado ambientale, stanno influenzando i sistemi alimentari, le risorse idriche, i mezzi di sussistenza. A Togoru è stato letto un “appello all’azione e alla speranza”, l’invito a unirsi a una “rivolta profetica” prendendosi cura del creato prima che sia troppo tardi: «Insieme, nella fede, intraprendiamo un cammino di trasformazione», perché ogni Chiesa «può influenzare il modo in cui il Pacifico risponderà al Decennio ecumenico». Bhagwan, nel corso dei lavori dell’assemblea, ha esortato a «ripensare al ruolo della Chiesa come mediatrice e interceditrice», a «riscoprire una teologia della vita nella sua interezza, dove terra, oceano, corpo, genere, disabilità, salute, giovani e giustizia rientrino tutti nella sfera di interesse della Chiesa».
L'oceano come spazio sacro
L’Oceano Pacifico, ha detto nel suo intervento Pillay, «è uno spazio sacro. Per i popoli che vi abitano l’oceano è vita, identità, spiritualità. Collega isole e generazioni. Non è mai solo acqua. È vita. È memoria. È identità. È storia». Uno spazio sacro oggi purtroppo minacciato. Parlando a nome del Consiglio ecumenico delle Chiese, ha osservato che «questa non è solo una crisi ambientale, ma una questione di giustizia, dignità e vita in pienezza per tutti. Quindi, quando parliamo di risurrezione, non parliamo solo della vittoria di Cristo sulla morte ma anche dell’impegno di Dio per la vita in mezzo all’ingiustizia». Vanno ascoltati il grido della terra e il grido dei poveri: «Non importa se vi trovate alle Fiji, a Ginevra, in Africa o in qualsiasi altro luogo della Terra. Siamo tutti una famiglia, parte del creato di Dio», ha concluso il segretario generale del Cec.
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