Messico, la Via Crucis dei migranti abbandonati e senza diritti
Federico Piana - Città del Vaticano
Il ricordo di ogni stazione della Passione di Cristo cadenzato da tutti i lamenti, da tutti i dolori, causati dalla loro drammatica situazione di migranti. A Tapachula, città dello Stato messicano del Chiapas al confine con il Guatemala, ieri migliaia di rimpatriati dagli Stati Uniti, insieme a numerosi stranieri di diverse nazionalità, a rappresentanti di sindacati, associazioni per i diritti umani e organizzazioni religiose, hanno dato vita alla “Via Crucis dei migranti”, consuetudine ormai diventata storica che ogni anno, durante la Settimana Santa, richiama l’attenzione sull’impatto delle migrazioni nel Messico meridionale.
Dolorosa processione
Le cronache locali raccontano di una grande croce di legno portata in processione per tutte le vie del centro cittadino e di striscioni innalzati per gridare il dissenso contro politiche migratorie giudicate inique e vessatorie. «Il viaggio del migrante è una Via Crucis piena di sofferenza. Vogliamo offrire una parola di incoraggiamento ai migranti e un messaggio alla società per sensibilizzare l'opinione pubblica», ha detto don Heyman Vázquez Medina, parroco di San Andrés apóstol a Hidalgo e delegato per la pastorale della mobilità umana delle Conferenza episcopale messicana. Il sacerdote non ha esitato anche a denunciare la mancanza di interesse da parte delle autorità locali nei confronti dei migranti, molto spesso abbandonati al proprio destino. Oltre a pregare, i manifestanti hanno anche espresso la loro contrarietà per essere, di fatto, bloccati a Tapachula: quando molti di loro tentano di lasciare la città vengono fermati e rimandati indietro, al confine meridionale.
Le attese dei migranti
«Nessun migrante vuole rimanere a Tapachula, possono continuare a odiarli ma oggi i migranti si aspettano che il Comar, la Commissione messicana per l'assistenza ai rifugiati, inizi a lavorare rispondendo alle loro richieste d’asilo ferme da oltre un anno» ha dichiarato Luis Rey García Villagrán , direttore del Centro per la dignità umana, organizzazione che si occupa di difendere i migranti sopratutto alle frontiere. Particolarmente toccante è stata la testimonianza di Orlando Guillén Moro, un cabano espulso poche settimane fa dagli Usa dopo 46 anni. Durante la Via Crucis ha narrato della propria sofferenza per la separazione dalla famiglia e citato episodi di discriminazione ed odio. «Tutto questo significa passare attraverso ciò che ha passato nostro Signore. Stiamo vivendo la stessa cosa come migranti e abbiamo bisogno dell'aiuto di Dio. Chiediamo alla presidente del Messico, Claudia Sheinbaum Pardo, di mettersi nei nostri panni. Abbiamo perso soldi, famiglia, lavoro e un'intera vita. Abbiamo bisogno di una luce che ci faccia sentire di nuovo esseri umani».
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