Caritas italiana, conclusi a Sacrofano i lavori del 45° Convegno nazionale
Patrizia Caiffa - Città del Vaticano
L’azione della Caritas non può più limitarsi a “medicare le ferire” dei poveri ma deve diventare sempre più “coscienza critica” della società. Ossia compiere un’azione profetica di advocacy a loro favore, assumendo il ruolo di “sentinella” e “avvocato” dei diritti dei poveri. Sono le parole che hanno risuonato forte lungo i quattro giorni di lavori del 45° Convegno nazionale delle Caritas diocesane a Sacrofano, in provincia di Roma, dal 16 al 19 aprile. Un appuntamento che ha visto la partecipazione di 514 delegati (tra cui 110 giovani) provenienti da 160 diocesi italiane, che hanno riflettuto sul tema “Imparate a fare il bene, cercate la giustizia (Isaia, 1,17) Annunciare il bene e promuovere l’umano”.
Una metamorfosi della carità
Durante le conclusioni don Marco Pagniello, direttore di Carita italiana, ha invocato una vera e propria “metamorfosi della carità” e un impegno radicale per “debellare le ragioni” di povertà e ingiustizie, opponendosi a una narrazione pubblica che tende a trattare la povertà “come una colpa” o uno “spettacolo del dolore”. Don Pagniello ha ribadito che “la carità e l'impegno per la giustizia vanno di pari passo”. In questo senso, l'advocacy diventa una forma alta di carità che interroga i meccanismi che producono povertà, affinché la voce degli ultimi possa essere davvero ascoltata dalle istituzioni.
Le proposte in quattro ambiti
Durante il convegno sono emerse proposte concrete su quattro ambiti di grande attualità in Italia: la questione abitativa, definita la “nuova frontiera della povertà”, che richiede la creazione di tavoli permanenti tra Caritas e istituzioni. Anche il digitale per alcuni può essere motivo di esclusione, per questo si propone un patto nazionale per l’inclusione di anziani, migranti e famiglie fragili, formandoli a un uso umano della tecnologia. La transizione ecologica deve essere inclusiva per non lasciare indietro i più fragili, promuovendo comunità energetiche solidali e una formazione diffusa sulla giustizia climatica. Importante poi il dialogo con le istituzioni: la Chiesa deve “uscire dal ruolo di supplenza” per diventare un soggetto che genera visione e diritti, presidiando i tavoli decisionali con competenza.
I contributi internazionali
Il dibattito di questi quattro giorni è stato arricchito da contributi internazionali. Mons. Christian Carlassare, vescovo di Bentiu in Sud Sudan, ha richiamato l’attenzione sull’Africa come “forza vitale” globale, denunciando come lo sfruttamento delle risorse naturali, come il petrolio, spesso vada solo a vantaggio delle élite e produca inquinamento ambientale, senza generare benessere per la popolazione locale. Sullo stesso tono l’intervento di mons. Pierre Cibambo, presidente di Caritas Africa, che ha lanciato un appello per un “cambio di mentalità”: “Povertà e corruzione non sono una fatalità – ha detto - e anche la Chiesa africana, che fa parte essa stessa delle élite e ha formato le classi dirigenti nelle proprie scuole, deve interrogarsi”. Romano Prodi, già presidente del Consiglio, dialogando con quattro giovani delegati, ha avvertito che l’Europa rischia di restare un “nano politico” se non supererà il diritto di veto, invitando il volontariato a trasformarsi in “azione collettiva” per rendere i problemi coscienza comune.
"La pace non è una neutralità comoda"
Riguardo al tema dei conflitti globali il messaggio delle Caritas è netto: “La pace non è neutralità comoda – ha sottolineato don Pagniello -. Non è silenzio prudente. Non è equilibrio costruito evitando i temi scomodi. Pace significa anche compiere scelte concrete, personali e comunitarie”. “Le Caritas – ha concluso - sono chiamate anche a stimolare una nuova obiezione di coscienza contro tutto ciò che umilia la persona e rende normale l’ingiustizia. È l’obiezione di chi rifiuta di adattarsi all’indifferenza e continua a credere che la dignità umana venga prima del profitto, della paura e dell’interesse di pochi”. Il convegno si è chiuso con un omaggio a mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, arcivescovo di Gorizia, che termina quest’anno il suo incarico di presidente di Caritas Italiana.
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