Il cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago Il cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago 

Cupich: la pace non è assenza di guerra, ma opera della giustizia

Il cardinale arcivescovo di Chicago ha ricevuto il "Blessed are the Peacemakers Award" della Catholic Theological Union e rilancia il magistero di Leone XIV: amare il nemico non è un sentimento, è una pratica

Davide Dionisi – Città del Vaticano

“L’espressione operatori di pace è eccezionale sia per la sua rarità linguistica sia per il suo contesto politico provocatorio. Le Beatitudini sono l’unica volta in cui compare nella Bibbia. E chiamando gli operatori di pace figli di Dio, Gesù sovverte la propaganda romana della Pax Romana, che definisce Cesare artefice di pace e figlio di dio. Per Gesù i veri figli di Dio non sono i generali che pacificano attraverso la conquista e la forza militare, bensì coloro che entrano in conflitto al solo scopo di ristabilire lo shalom, un concetto ebraico di integrità e giustizia”. È quanto ha detto il cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chigaco, nel corso della cerimonia di conferimento del Blessed are the Peacemakers Award della Catholic Theological Union (Ctu), avvenuta ieri, 29 aprile. Si tratta del premio annuale più prestigioso della Ctu, considerata la più grande scuola di teologia del Nord America. Istituito nel 1993, il riconoscimento onora ogni anno un leader che si sia distinto a favore della pace, dell’unità e della riconciliazione.

Il monito di Papa Leone XIV

“Papa Leone XIV dalla sua omelia della Domenica delle Palme sta sovvertendo la narrativa che cerca di giustificare la guerra per realizzare la pace attraverso il dominio” ha spiegato il porporato, precisando che “In quell’occasione il Pontefice ha parlato con chiarezza disarmante: Gesù, Re della pace (…) che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, (…) non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”.

La pace è un compito

Il cardinale Cupich ha osservato con preoccupazione come, specialmente negli Stati Uniti, la reazione al Vangelo in tempo di guerra si sia ridotta a un dibattito tecnico per “riesaminare, difendere e affinare la teoria della guerra giusta. “La prima domanda non è: questa guerra può essere giustificata? La prima domanda è quella che Gesù affronta nelle Beatitudini: che cosa ci chiede oggi il Vangelo? Che cosa significa, concretamente, essere operatori di pace?” ha spiegato, sottolineando che “La Gaudium et spes insegna che la pace non è la semplice assenza della guerra (…), ma viene con tutta esattezza definita a opera della giustizia, qualcosa da costruirsi continuamente. La pace, in altre parole, è un compito”. Per l’arcivescovo di Chicago “offrire l’altra guancia significa rifiutare il ruolo assegnato dall’aggressore; nega alla violenza il potere di definire la relazione. Invece di rispondere secondo la logica del dominio e dell’umiliazione, il discepolo ne esce completamente. In questo modo, l’atto diventa una forma di libertà: mostra l’ingiustizia senza riprodurla e interrompe la catena di ritorsioni all’origine. Pertanto, si tratta di un atteggiamento radicalmente attivo e non passivo”.

Amare il nemico

Quanto al comandamento di amare il nemico, il porporato rileva che “non è un sentimento bensì una pratica che disarma l’ostilità rifiutandosi di rispecchiarla. Crea uno spazio inedito in cui l’altro non è più trattato come un nemico da sconfiggere, ma come una persona da incontrare di nuovo”. Il porporato ha poi fatto riferimento alla “ludicizzazione” della guerra: “Conflitti mediati attraverso schermi, ridotti a immagini, statistiche e astrazioni strategiche, dove le vite umane rischiano di essere percepite come semplici dati anziché come persone. Non corriamo solo il pericolo di tollerare la violenza, ma anche quello di smettere di sentirla, al punto che alcuni, perfino nel nostro governo, non hanno remore a trasformare spudoratamente le sofferenze altrui in intrattenimento”. Citando il defunto teologo e porporato gesuita Avery Dulles, il cardinale Cupich ha detto: “Il dialogo consiste nel dare a chi ti sta di fronte il permesso di dirti perché pensa che tu abbia torto. Queste capacità e questi atteggiamenti non sono naturali; si formano nel tempo, giorno dopo giorno, attraverso l’impegno e la disciplina”.

La teoria della guerra giusta

Poi un passaggio sul limite della teoria della guerra giusta: “Quando diventa la lente principale attraverso la quale guardiamo il conflitto, rischia di restringere la nostra immaginazione a ciò che può essere consentito piuttosto che allargarla a ciò che è richiesto. E ciò che è richiesto è più impegnativo”. Infine, il Pontefice come pastore, non stratega: “Papa Leone non si è lasciato coinvolgere in discussioni astratte sull’uso giustificato della forza. Ha invece auspicato una cultura di pace, esortando i leader a ritornare al dialogo piuttosto che all’escalation, e basando il suo appello non sulla teoria ma sulla sofferenza umana, ricordando la storia di un bambino che aveva incontrato e che poi è stato ucciso in guerra. Ha parlato come pastore, non come stratega. E lo stesso dobbiamo fare noi”.

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30 aprile 2026, 08:44